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Marcia unica, lavoro e informazione: la parola a Giovanni Bua

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Per quattro giorni, dal 14 al 17 novembre 2014, i lavoratori di Meridiana e gli altri protagonisti delle tante vertenze sarde hanno peregrinato per l’Isola al grido di “lavoro, lavoro, lavoro!”. Questa “Marcia unica” è stata attentamente seguita, via Twitter e sulle pagine de La Nuova Sardegna, da Giovanni Bua, cui abbiamo chiesto di tirare un po’ le somme di questa esperienza … e non solo.

 

Andrea Mascia parla al megafono seduto sopra una tettoiadi Marcella Onnis

Dal 14 al 17 novembre 2014 si è svolta in Sardegna la “Marcia unica per il lavoro”, una manifestazione che ha riunito in una protesta unitaria, pacifica e non politicizzata, tutte le situazioni di crisi dell’Isola. L’idea si deve ad Andrea Mascia (nella foto accanto), il comandante di Meridiana che, da oltre un mese, porta avanti dai 30 metri d’altezza di una delle torri dell’aeroporto di Olbia la protesta contro la compagnia aerea, che ha preannunciato 1634 licenziamenti. Si deve a lui e ad Alex Santocchini, assistente di volo di Meridiana che, abbandonata la torre, sta proseguendo con i colleghi la protesta a terra.

Questo grido di protesta, volto a ottenere lavoro e non assistenzialismo, ha unito numerose voci: oltre ai lavoratori di Meridiana, il Movimento dei pastori, le operaie dell’ex calzificio Ros Mary, i dipendenti della Polimeri di Ottana, i minatori dell’Igea di Lula, i lavoratori di Idea Motore di Pratosardo, quelli della Legler e dell’Alcoa, gli studenti e tanti altri cittadini, vittime a vario titolo della crisi. A sostenere la protesta, però, sono stati anche il movimento Zona Franca, la Confederazione sindacale sarda, l’USB, la Coldiretti, i vescovi sardi e alcuni sindaci delle zone più colpite dalla recessione economica.

manifestanti con lo striscione della Marcia unica per il lavoroPartita da Olbia la mattina di venerdì 14 novembre, la Marcia unica ha toccato le tappe-simbolo della crisi sarda (Siniscola, Nuoro, Ottana, Portovesme e Iglesias) per chiudersi, lunedì 17 novembre, a Cagliari dove ha sede la Giunta regionale, primo interlocutore da cui pretendere risposte concrete. Diciotto delegati hanno così potuto parlare con tre esponenti della Giunta regionale (il presidente Francesco Pigliaru, l’assessore al Lavoro Virginia Mura e l’assessore ai trasporti Massimo Deiana) e gettare le basi per una strategia unitaria di azione: sarà il tempo a mostrarci con quali esiti.

Chiusa la manifestazione sarda, i dipendenti di Meridiana stanno, peraltro, proseguendo la loro protesta in direzione Parigi, residenza ufficiale dell’Aga Khan, che tramite il fondo Akfed è azionista di controllo della compagnia.

La Marcia per il lavoro è stata seguita attentamente dai giornalisti del quotidiano regionale “La Nuova Sardegna”, che ha anche dato vita a un Liveblog per seguire in diretta tutti i momenti della manifestazione con contributi dei suoi inviati e dei lettori (foto, filmati e tweet identificati con l’hashtag #marcialavoro). Noi abbiamo voluto incontrare uno dei giornalisti coinvolti in questa brillante iniziativa: Giovanni Bua, che ha realizzato una bella cronaca sia sul giornale che su Twitter. Un’informazione dettagliata ma anche molto partecipata, come può fare solo chi osserva per raccontare e racconta perché di quella realtà si sente parte.

Della sua narrazione colpiscono alcune cose in particolare. In primo luogo, mentre tornano, purtroppo, a fare notizia gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, Bua ha testimoniato che questo antagonismo non è d’obbligo e che, anzi, solidarietà e rispetto tra le parti sono possibili: «La gente balla e canta. Tutti insieme. Con i manifestanti polizia e carabinieri. Che discreti si mischiano, chiacchierano, annuiscono. Nessuna contrapposizione. Sono amici. Di più, sono dalla stessa parte.» ha scritto nell’articolo “La marcia unica per il lavoro”, pubblicato da “La Nuova Sardegna” il 15 novembre; «Polizia se ne vede poca, Digos niente. Eppure, a fare i puntigliosi, è una manifestazione non autorizzata» ha annotato nell’articolo “Abbardente e cortesia per sentirsi come a casa” del 16 novembre e, ancora, «A portarci a Iglesias ci pensa la Digos.» ha rivelato il giorno dopo nell’articolo “La marcia per il lavoro”. Un clima di fratellanza testimoniato anche da tweet come questo:

 

 

Riguardo al ruolo dei sindaci, poi, il giornalista ha evidenziato il loro essere parte in causa nella protesta e non controparte: anche loro vittime di vincoli e scelte spesso incomprensibili. Nell’articolo del 17 novembre, si è soffermato su questi «sindaci, che discreti ascoltano, senza parlare. “Siamo solo gabellieri di uno Stato che non capiamo più”», concetto amplificato da questo suo tweet:

 

 

Inoltre, ha raccontato a chi non c’era che la manifestazione è stata così pacifica che persino i bambini hanno potuto prendervi parte e addirittura giocare: «Come sempre i bimbi giocano. Si inventano un gioco diverso per ogni luogo.» ha scritto sempre nell’articolo del  17 novembre, aggiungendo poi che «Se c’è qualcosa che in anni di lotta non si era mai vista sono proprio loro».

 

 

“Allora, Giovanni, è finito il tempo dei sardi “pocos, locos y mal unidos” o questa è stata solo una bella parentesi? Salveresti tutto di quest’esperienza o ritieni si potesse fare di più e meglio?”
Persone in marcia durante una manifestazione«Io penso che l’esperienza sia assolutamente da salvare. Non fosse altro che per la sua freschezza. Dubito si potesse fare di meglio, anzi, se la marcia fosse stata organizzata meglio sarebbero venuti al pettine un sacco di nodi, sia logistici che “ideologici” che invece, con fortuna ed entusiasmo, non sono stati nemmeno notati.  Per quanto riguarda l’unità diciamo che il filo comune è stata la disperazione, ma in realtà è mancata completamente la presenza dei sindacati, ed è stata alla fine timida quella delle istituzioni. Insomma i Rossi di Meridiana hanno unito i cuori, ma sul fatto che le vertenze, diversissime tra loro per storia, durata, natura, soluzione, si possano unire davvero avrei molti dubbi. I sardi purtroppo sono e rimarranno pocos, locos y mal unidos. E non a caso molti dei Rossi non erano sardi 😉 »

“Beh, allora la domanda è ancora più d’obbligo: pensi che stavolta arriveranno risposte concrete dalle istituzioni e dagli interlocutori economici interessati?”
«Non so. Sicuramente l’Aga Khan non era pronto a una così cattiva stampa contro di lui. E il fatto che abbia cambiato Ad proprio durante la marcia [Richard W. Creagh è subentrato a Roberto Scaramella, ndr] potrebbe essere un segno di insofferenza per la gestione dell’intera faccenda. Sul fatto poi che una multinazionale possa cambiare i suoi piani industriali sull’onda di una contestazione, per quanto ben fatta o drammatica, non sono molto fiducioso. Certo, questo non vuol dire che le vertenze non vadano aperte e che non si debbano usare tutte le armi mediatiche e sindacali per ottenere il meglio possibile

“Restando in tema di lavoro che non c’è o non basta: nel giornalismo, ma non solo, accade che, forti dell’eccesso di domanda di lavoro, i datori offrano compensi iniqui, se non ridicoli. Pur di lavorare e guadagnare, tanti accettano queste condizioni, di fatto avvallando una svalutazione della loro professionalità: secondo te, si può uscire da questo circolo vizioso?”
«I giornalisti sono molto simili ai Rossi di Meridiana. Non si parla di operai o minatori, ma di una classe medio-alta (piloti, assistenti di volo, giornalisti ma anche bancari, avvocati e magistrati e l’elenco potrebbe essere molto lungo) che sembra non trovare più spazio, almeno con le vecchie tutele e i vecchi contratti, in un processo produttivo che le aziende vogliono sempre più economico e soprattutto delocalizzato e destrutturato. Il motivo per cui partiti come Sel hanno appoggiato più di altri la manifestazione dei Rossi deriva proprio dal fatto che loro riescono a leggere gli eventi con i loro strumenti classici di “lotta di classe” e attacco al mondo del lavoro in genere che non sono mai stati così attuali negli ultimi 30 anni. Per la stampa poi si aggiunge una serie di problemi legati al drammatico calo di vendite e pubblicità sulla carta stampata, e la per ora nulla redditività di internet. È un discorso complesso, e sinceramente per ora si vedono pochissime soluzioni all’orizzonte

“Ecco, a proposito del futuro dell’editoria, “La Nuova Sardegna” ha seguito con articoli e con un liveblog aperto a tutti la Marcia unica: che dici, allora, stampa, web e social impareranno a collaborare lealmente e intelligentemente per garantire una più efficace informazione?”
«La Nuova sta provando, come gli altri media, a “occupare” lo spazio web, sia con un sito, rinnovato di recente in maniera profonda, che con una sempre più massiccia presenza nei social. Per ora il preferito era facebook. La direzione è stata coraggiosa a tentare questa diretta twitter, che è un social più ostico e che dà meno “resa” (raramente chi usa twitter esce da twitter, tu stessa mi hai seguito in TW e non nel nostro liveblog sul sito) ma è potenzialmente più operativo nel fare una cronaca immediata. Diciamo che, come tutti, navighiamo a vista. Potenzialmente, rispetto a blog o siti meno formati, siamo primo piano di Giovanni Buaun grosso gruppo e quindi possiamo permetterci di lavorare in perdita sul web e ripulire il mercato dalla concorrenza (parlo in modo orrendo ma è così), ma da qui a guadagnare dal web il passo è ancora lungo. E, siccome il crollo dei ricavi sembra inarrestabile, diventa difficile immaginare come troveremo l’equilibrio. Se però pensiamo alla qualità del servizio reso è indubbio che l’utilizzo del social e del web ha potenzialità sterminate, e il contatto così diretto con i lettori è molto utile e  gratificante e soddisfa in maniera profonda il Narciso che alberga in tutti noi giornalisti.»

 

Acuto, simpatico, sensibile e narcisista reo-confesso: per noi chiacchierare con Giovanni Bua è stato un vero piacere. Se per voi leggere le sue parole lo è stato altrettanto, fateglielo e fatecelo sapere 😉

 

 

Foto Giovanni Bua

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