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Marcello Fois e Charles Lambert, così diversi, così vicini

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Due trilogie per capire l’Italia, raccontate con due diversi sguardi un po’ dentro e un po’ fuori: al Festival della letteratura di Mantova ha pensato Carlo Annese a fare il punto con gli autori, Marcello Fois e Charles Lambert.

di Marcella Onnis

Festivaletteratura 2015 – Mantova – Venerdì 11 settembre 2015

«Quale idea di nazione possono aver un sardo e un inglese? E cosa possono avere in comune, oltre ad aver scritto una trilogia?» così esordisce il giornalista Carlo Annese presentando l’incontro con Marcello Fois e Charles Lambert al Seminario vescovile. La risposta è emersa a poco a poco da sé, dalla loro viva voce. Secondo Annese, tanto per cominciare, «la lettura dell’uno aiuta a comprendere l’altro». Entrambi, inoltre, danno uno spaccato dell’Italia di ieri e di oggi.

ISOLE E PREGIUDIZI – Con Fois, il giornalista comincia sottolineando come la sua trilogia (“Stirpe”, Nel tempo di mezzo e il recente “Luce perfetta”) consenta, attraverso le vicende della famiglia Chironi, di comprendere che, rispetto alla Storia, «la Sardegna tanto periferica non è». Quindi gli domanda: «Ci siamo fatti sviare da un’idea troppo folkloristica?» «Io e Lambert siamo due insulari. Entrambi pensiamo che quando c’è la nebbia dalle nostre parti tutto il mondo sia isolato. Abbiamo entrambi vissuto una storia che ci è stata cucita addosso, poi è arrivata una generazione di scrittori (molto prima da loro) che ha chiarito la faccenda» premette Fois, per poi aggiungere che «In comune c’è questo: un atto di completa indifferenza nei confronti del pregiudizio di se stessi. Il folk è terribile, ha qualcosa di terribilmente amaro: finisce con convincere noi stessi, che infatti siamo finiti con l’essere turisti di noi stessi. Oggi ambientare una storia in Sardegna o nella provincia inglese è indifferente: ciò che scrivi può valere ovunque. Ci vogliono una o più generazioni per redimersi da quest’idea di differenziazione, quest’idea del figlio cadetto».

copertina del romanzo Occasioni di morte di Charles LambertPoi viene il turno di Lambert, della cui trilogia in Italia è per ora uscito solo il primo volume (“Occasioni di morte”). Il romanzo è ambientato nel 2004 ma, spiega l’autore, «fa i conti con gli Anni di piombo». La domanda di Annese si lega a quest’epoca, ma si concentra più sull’oggi: «Com’è stato essere straniero in Italia negli anni ’70 e com’è adesso? Quanto ha influito nel tuo essere scrittore?» Nel rispondere, Lambert premette di trovarsi d’accordo con quanto già affermato da Fois: «In Inghilterra c’è un senso di autosufficienza e, inevitabilmente, anche un senso di inferiorità perché – come isola – abbiamo bisogno degli altri». Curiosa, ma non così sorprendente, la vicinanza con quanto affermato il giorno prima dalla scrittrice Noo Saro-Wiwa a proposito dei nigeriani. Se consideriamo che già in quell’occasione Francesco Abate aveva notato un’analogia con i sardi, è facile rendersi conto di quanto sia a portata di mano la possibilità che i popoli si capiscano e si vengano incontro: basta solo aver voglia di coglierla.
Tornando a Lambert, questi conferma che gli inglesi hanno effettivamente dei pregiudizi sull’Italia, in particolare per quanto riguarda la corruzione, ed evidenzia come per gli inglesi la sensazione di essere fuori posto sia quasi una condizione di vita, tanto che molti scrittori si sono trasferiti all’estero. «L’appartenenza oggi è un fatto. Avere le radici è importante, ma può essere limitante. Io mi sento ibrido, mi sento io. La mia esperienza è personale» afferma Lambert trovando sentito apprezzamento tra le fila del pubblico.

ANNI DI PIOMBO, SENSI DI COLPA E POTERI OCCULTI – La sua condizione di inglese giunto in Italia negli anni ’70 è simile a quella di Helen, uno dei personaggi di “Occasioni di morte”, fa notare Annese e lo scrittore dà la misura del suo/loro straniamento: «Mentre qui avevate gli Anni di piombo, lì avevamo la rivoluzione punk. Avendo questa cultura, era difficile per lei capire quella italiana. Il linguaggio politico è il più facile da capire. Queste senso di estraneità le dà modo di vedere le cose in modo diverso, da fuori. Alcuni amici italiani mi dicono che io ho potuto dire cose che loro non avrebbero potuto dire perché troppo “dentro”. Io invece sì perché ero “dentro” ed ero “fuori”. Noi scrittori non vogliamo ferire nessuno, però vediamo le cose da fuori e da dentro. Quando inizi a scrivere, i personaggi prendono vita da sé». (E tre! Dopo Maurizio De Giovanni e Percival Everett, questa terza affermazione dovrebbe aver convinto anche gli eventuali scettici del fatto che personaggi e storie abbiano vita propria e semplicemente attendano qualcuno che dia loro voce.)

tre uomini parlano al microfono seduti a un tavoloAnnese più tardi torna sull’argomento e interroga sé e i due scrittori: «Secondo me, non ci sono romanzi italiani che affrontino gli Anni di piombo. Non ce n’è uno che li racconti. Ce ne sono di stranieri. Perché non riusciamo a fare i conti con quel passato?» «Non lo so, non sono italiano. Tocca a voi decidere» risponde lo scrittore inglese e poi aggiunge: «“Occasioni di morte”   comincia con un senso di colpa. Mi serviva un retroscena e sono tornato alla mia prima esperienza in Italia. Mi sono reso conto che il senso di colpa di Helen richiama il senso di colpa dell’Italia verso gli Anni di piombo, verso quel terrorismo. Non mi sorprende che ci sia questa rimozione perché sono passati 30-35 anni e i protagonisti di quei tempi non ci sono più, o sono morti o sono fuori dal Paese. L’Italia non ha fatto niente a livello ufficiale: ancora spuntano sentenze su stragi di 40 anni fa e ancora non si definisce niente. Nei miei tre romanzi il potere è sempre occulto, non vi si arriva mai. Sono anche gialli, ma non solo questo. Quando ho iniziato il primo, c’era un omicidio, ma non sapevo chi l’aveva fatto: un giallista vero, secondo me, ha un’idea da subito. Nel secondo, ci sono tre omicidi ma nessun colpevole. In Italia non si sa mai chi tiene il potere, chi ha fatto qualcosa, in inglese la parola “dietrologia” non esiste. Questo concetto per cui alla verità non si arriva mai non è forse solo italiano, ma è tipicamente italiano». E quanto fa effetto essere messi a nudo così, senza la superbia di chi si pone sul piedistallo a giudicare dal di fuori e con, invece, la preoccupazione di chi ha vissuto le cose da dentro e, per grande senso civico, non riesce a capire e forse a rassegnarsi.

CHE NAZIONE SIAMO? – Sia in “Luce perfetta” che in “Occasioni di morte” c’è un triangolo amoroso, fa notare Annese che da qui prende spunto per un’altra domanda a Fois (perdonate lo spoiler, ma la colpa non è mia!): «Quest’idea di paternità indefinita si può leggere come un’idea di Nazione alla ricerca di un’identità che fatica a trovare?» «Mi sono detto che era così, poi ho capito che è l’esatto contrario: le opere letterarie hanno prodotto un’identità prima che esistesse. Noi abbiamo un romanzo fondamentale che inizia con una minaccia mafiosa già vent’anni prima che la Nazione nascesse: Manzoni qualcosa di quella Nazione l’aveva già capita, perché “I Promessi sposi” è una lotta fra poteri forti. Sembra che sia stata scritta oggi». Ci sono infatti, spiega, il potere forte (quello politico) e il potere più debole (quello religioso) che, nella loro lotta, schiacciano i deboli. «La letteratura non è una vacanza: se non serve a capire queste cose, per me non serve» conclude. E qui è lui a farmi pensare a Percival Everett e alla sua concezione politica – in senso lato e in senso nobile – della letteratura.
copertina del romanzo Luce perfetta di Marcello FoisE quale sia l’intento politico – ancora in senso lato e nobile – di “Luce perfetta”  Fois lo spiega chiaramente: «Ho tentato di fare un romanzo quanto più tradizionale mi fosse possibile di questi tempi. Tempi di nuovismo, per cui ogni cosa che è nuova va sempre bene. Se fossimo una nazione culturalmente matura, quest’identità di base scopriremo di averla da sempre. Semplicemente, la ignoriamo. Siamo una nazione supercolonizzata: il pensiero altrui ci sembra sempre più efficace del nostro pensiero. L’unico sistema che abbiamo è la cultura, il patrimonio critico che possiamo costruirci. “Luce perfetta” parla di quel ventennio in cui siamo diventati vasi decoratissimi ma assolutamente vuoti». Un ventennio che, ad ascoltarlo, appare quasi buio quanto il ben più tristemente celebre fascista: «“Luce perfetta” è il romanzo delle copie perfette, dell’imitazione. Non a caso i Chironi appaiono pochissimo e compaiono di più i Guiso, i loro “succedanei”, che vorrebbero esserlo, ma non lo sono. Come noi che da poveri contadini siamo diventati ricchi e ci siamo dimenticati di quello che eravamo fino a sindacare e pontificare sulla faccenda dei profughi. Noi abbiamo fatto per oltre 100 anni solo i profughi, soprattutto noi sardi. E abbiamo prodotto domestiche, carabinieri, minatori e banditi». (Sul tema dei profughi, peraltro, tanti autori durante il festival hanno voluto dire la loro.)

Ma il suo j’accuse non finisce qui: «Noi possiamo fare cose eccelse, ma non ci si stupisce più. È un Paese di scafati per cui tutto è già stato visto, vissuto. Siamo senza stupore». Poi cita Pasolini, che aveva capito che «siamo un Paese che non ha più il senso del ridicolo. Siamo diventati più ricchi ma anche più buzzurri. Siamo turisti di noi stessi perché abbiamo perso il buon gusto che ci ha generato. Siamo l’unico Paese dove si dice a uno scrittore che ha scritto un libro benissimo: è il suo compito sindacale, sennò non è uno scrittore!». Vero, ma gli editori sono tra i primi a spacciare per scrittori anche persone che scrivere bene non sanno, per cui purtroppo oggi a trovare libri scritti bene (corretti grammaticalmente e sintatticamente, privi di refusi o con un numero accettabile in rapporto al numero di pagine) purtroppo ci si stupisce.
Intanto Fois ribadisce il concetto per cui siamo un popolo di colonizzati, rincarando la dose: «Siamo stati i peggiori colonialisti al mondo, ma quando pensiamo al colonialismo pensiamo a quello inglese. Di quella storia lì, della guerra di Libia non sappiamo niente. Eppure, prima dei nazisti i gas nervini li abbiamo sperimentati lì». Poi fa presente che Badoglio, oggi ricordato come eroe, fu tra quelli che li vollero usare.

“NON È UN PAESE PER MASCHI?” – C’è un altro punto in comune tra “Luce perfetta” e “Occasioni di morte”, fa notare Carlo Arnese: il “fallimento dei maschi” cui fanno da contrappeso figure femminili che spiccano. Chiede quindi: «Non siamo un Paese per maschi? È un Paese per femmine?» «Che domanda!» esclama Lambert spiazzato, che poi aggiunge: «Conosco tante persone molto forti, capaci e creative… e sono tutte donne. La donna a livello sociale è forte, a livello politico meno, per i motivi noti a tutti, ma le cose stanno cambiando un pochino. Io non mi sento un maschio in crisi. In questo libro è un caso che le figure più forti siano donne. Però, anche nel secondo volume forse la persona più in gamba, il punto fermo, è una donna, che poi diventa la protagonista del terzo. Senza neanche saperlo, in effetti ho scritto di un mondo dove la donna è un centro solido una “roccia emotiva”. Ma c’è una tendenza a vedere in tal modo la donna. Parlare del maschio, come della donna, nella vita come nel romanzo, è riduttivo: siamo tutti molto vari».
Poi viene il turno di Fois: «Noi svolgiamo in natura un nostro compito genetico. Ed è sbagliato stravolgere i ruoli, pretendendo che un padre faccia la madre o anche l’amico. Discorsi sulla parità sono sbagliati: ognuno ha la sua funzione. In questa trilogia, maschi e femmine sono proprio geneticamente funzionali. Mia nonna [che descrive come una donna di polso, abbastanza autoritaria, ndr] mi diceva: “Tu non capisci niente. Non hai capito che per noi è una fregatura anche comandare?!” Invece, in questo romanzo, la fregatura dei maschi è l’incapacità di essere indifferenti».

tre uomini parlano seduti a un tavolo davanti al pubblicoLA RESPONSABILITÀ DELL’INTELLETTUALE – Annese ricorda poi che Fois è considerato un neo-verista, un nuovo Verga, per questo gli domanda: «Metti insieme memoria e modernità: per te è questo la scrittura?» «Sì, per me è quello. È la mia ossessione. Se non ti prendi la responsabilità di una memoria attiva, poi non ti puoi lamentare . Un intellettuale deve anche prendersi la responsabilità di sbagliare, di dire cose stranamente sbagliate». O “sbagliate” per l’opinione dominante, lascia intendere citando ancora Pasolini, che nel ’68 si schierò dalla parte dei poliziotti. E aggiunge anche che «non è necessario essere giovani per dire cose interessanti». Lo scrittore sardo contesta anche il fatto che nella scuola non si possa più pronunciare la parola “fatica”, ma Lambert precisa che questo è, purtroppo, un fatto internazionale.
Davanti all’analisi critica di Fois, che Annese definisce a ragione “lucidissima”, è inevitabile che gli chieda se ha delle speranze. La risposta è vivace quanto lo è stata la sua spietata disamina:«Ne ho grandissime perché se hai definito un problema, l’hai mezzo risolto. La consolazione la trovate ogni giorno dalla televisione. Da un intellettuale, secondo me, dovreste pretendere qualcosa di più». «Che dia una scossa» gli fa eco una voce femminile tra il pubblico.

A OGNUNO IL SUO PER IL SUO – L’incontro si conclude con toni sicuramente più leggeri grazie a un lettore che chiede a Fois se il pensiero di Mimmo Guiso sulle donne sia anche suo (“Sapeva […] che molte donne dicevano di preferire l’uomo forte e affidabile, ma poi finivano per innamorarsi perdutamente di quello debole e inaffidabile”). L’autore risponde che «è proprio autobiografico. Sono stato un ragazzo molto affidabile, amico di ragazzi molto inaffidabili che si facevano tutte le ragazze del gruppo». «Altra cosa che abbiamo in comune» commenta Lambert con autoironia.

Vicini dunque per tante cose, ma secondo il proprio modo di essere. Fois è brillante, tiene banco senza sforzo e – forse senza intenzione – tende ad accentrare su di sé l’attenzione; è abile, inoltre, a riportare il discorso dove preferisce, senza apparenti forzature. Lambert è discreto, quasi timido, e modesto, attento a non interrompere gli altri e a non rubare loro spazio. Un vero Lord, insomma, ma nobile solo nei modi, non nella spocchia. Anche per questo, paradossalmente o forse no, attira l’attenzione e si conquista anche lui, per motivi opposti, l’attenzione che merita.

 

Foto Silvia e Marcella Onnis

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