Mantova chiama, Londra risponde con Jonathan Coe

Mantova chiama, Londra risponde con Jonathan Coe

numero 11 di jonathan coedi Marcella Onnis

“Londra chiama”: così gli organizzatori della XX edizione del Festival della letteratura di Mantova hanno intitolato l’incontro con Jonathan Coe, che ha avuto luogo l’8 settembre 2016 e che è stato moderato da Fabio Genovesi. Punto di partenza l’ultimo romanzo dello scrittore inglese, “Numero 11”, che «non è un vero seguito de “La famiglia Winshaw”» ha precisato il collega italiano.

NON UN VERO SEQUEL MA… – Pur non essendo un sequel, “Numero 11” ha comunque vari punti di contatto con “La famiglia Winshaw”. Anche il titolo con cui quest’ultimo è stato pubblicato negli Stati Uniti (curiosamente sostituito all’originale “What a carve up!”), “The Winshaw legacy” ossia “L’eredità dei Winshaw”, secondo Coe sarebbe più adatto per il suo ultimo romanzo, perché «quel tipo di famiglia nel Regno Unito continua a influenzare le persone ancora oggi». Inoltre, in entrambi – ha ammesso lo scrittore inglese, rispondendo a un’osservazione dell’acuto Fabio Genovesi – entra in ballo la pazzia, che per lui è «una metafora un po’ pigra per descrivere cose un po’ strane».

DALLA SATIRA ALLA COMMEDIA ACCOMODANTE – Collega di Jonathan Coe, ma anche suo lettore appassionato, Genovesi considera un particolare pregio di questo autore la capacità di «saperci raccontare la Storia» e di «parlare di cose di grandissima serietà» con vari registri, usando anche «l’entertainment, che io traduco con “godibilità”». «Ridere è sempre un piacere per cui più si ride, meglio è. A me piace divertirmi, quindi scrivo libri che siano divertenti» ha spiegato lui. E non c’è motivo di dubitarne, visto che da subito si è mostrato un tipo scherzoso, addirittura scattando lui una foto al pubblico, come ha detto di fare sempre quando viene in Italia.

Quello di Coe, però, non è umorismo fine a se stesso: è satira e, in proposito, Fabio Genovesi ha richiamato un passaggio del libro in cui afferma che i nuovi comici inglesi (e pure quelli italiani, ha aggiunto lui) fanno ridere in modo comodo, senza agire. Lo scrittore inglese ha, quindi, spiegato il perché di questo severo giudizio: ha ormai perso smalto quella tradizione secolare di satira politica che esiste nel Regno Unito dal XVIII secolo e che ha avuto «un vero e proprio boom con un revival negli anni Sessanta», in reazione agli anni Cinquanta, «era della deferenza e del rispetto, anche verso i politici». Questo movimento, però, è stato breve e «non si è mai trattato di una vera sfida al potere costituito», ha spiegato Jonathan Coe, aggiungendo che «i politici ben presto hanno cominciato ad abituarsi a essere oggetto di satira e ad annullarne la forza caustica, ignorandola o rivolgendola contro chi la faceva». Il risultato è che oggi «non c’è satira ma una “commedia politica” che non serve a provocare cambiamenti, ma a creare una situazione comoda» perché si ride dei problemi ma, comunque, ci si abitua.

jonathan coe a festivaletteratura 2016UNO SCRITTORE PROG – La varietà di registri e sfumature dei libri di Coe ha portato Genovesi a definire i suoi libri prog. Se qualcuno sta gioendo per il paragone, come ha fatto sul momento la sottoscritta, si prepari, tuttavia, a una doccia fredda: per lo scrittore britannico il prog rock è «the most unfashionable music of the world» (“la musica meno di moda al mondo”; tra le poche frasi che ho capito per intero nell’originale inglese, senza necessità della traduzione della bravissima interprete Chiara Serafin)! Comunque, il paragone gli è spiaciuto meno di quanto scherzosamente volesse far credere, visto che ha affermato di vedere una somiglianza tra i suoi libri e i brani di uno dei più noti artisti prog: Robert Wyatt, al quale il festival ha dedicato uno dei suoi appuntamenti, come lo stesso Coe ha ricordato. Wyatt, infatti, ha scritto testi divertenti ma politicamente impegnati ed è rimasto coerente a questo impegno nel tempo.

LA SCRITTURA OGGI SECONDO COE – E sulle sfide che il tempo pone agli artisti si è concentrata anche una delle domande del pubblico, preventivamente diffidato dallo stesso Coe dal fargli domande sulla Brexit, pena la cacciata dal cortile di piazza Castello. Interrogato, in particolare, sul suo rapporto con le nuove tecnologie, lo scrittore ha risposto che queste «hanno influenzato profondamente il modo di pensare delle persone, quindi anche di scrivere». «Come per tutti, penso, ho con le tecnologie un rapporto di amore e odio», ossia ama le comodità che offrono, ma scrive ancora i suoi romanzi anche a mano, ha rivelato. Poi ha aggiunto che «non esiste tecnologia che potrà cambiare la semplicità primaria del processo primordiale penna-carta e del legame lettore-scrittore, legame «che mette in contatto una coscienza con un’altra coscienza». Inoltre, è convinto che «il romanzo può essere un antidoto alla tendenza delle nuove tecnologie a frammentare la scrittura e la lettura come processo di attenzione», affermazione riferita soprattutto a social media quali Facebook e Twitter. Per questo, ha aggiunto, «forse non è un caso che i romanzi lunghi stiano avendo tanto successo».

E alla domanda di un’aspirante scrittrice ha risposto che «ogni suo romanzo – e sono undici – ha un diverso metodo di scrittura» e che «non esistono regole specifiche per la scrittura», il che è al contempo «una liberazione e una difficoltà» perché «rischi di perderti».

NOSTALGIA E OSSESSIONI – Sempre a proposito di situazione invischianti, Fabio Genovesi ha anche rimarcato che i personaggi di Jonathan Coe sono spesso ossessionati da film o libri che hanno segnato la loro vita. Confermando questa caratteristica, l’autore ha affermato che in “Numero 11” ricorre la «nostalgia» (ha usato proprio questo termine, seppur pronunciato all’inglese), «l’innocenza perduta» che, però, «comporta dei rischi», anche quando si tratta di nostalgia politica. Ha poi confessato che questo romanzo rappresenta per lui «la speranza di riuscire a capire e accettare le sue ossessioni». Come successivamente ha precisato in risposta a una domanda del pubblico, il ricordo è importante per lui, per i suoi romanzi e per i suoi personaggi, ma questi ultimi hanno come difetto proprio «la tendenza ad ancorarsi ai ricordi e a non comprendere il presente, la sua sfida». Solo Rachel, la protagonista di “Numero 11”, «riesce a spezzare questa catena e a cogliere questa sfida», per questo ritiene che il suo ultimo romanzo sia «quello con più speranza»

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