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MALATTIE CARDIOVASCOLARI E DA STRESS/DISTRESS

Due realtà cliniche per certi versi in relazionie tra loro, e alla cui base vale sempre la prevenzione e una saggia filosofia di vita

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

 

Le conferenze in tema di salute anche a Torino tengono continuamente banco. Ne è l’esempio lunedì scorso al MBC di via Nizza 52 dove il numeroso pubblico è stato intrattenuto su La prevenzione cardiovascolare riduce la mortalità più delle terapie, a cura del dottor Sebastiano Marra, già primario della S.C. di Cardiologia all’ospedale Molinette; e su Stress e salute, stress e malattia. Il ruolo della mindfulness nella prevenzione e nella cura, argomento trattato dallo psicoterapeuta Alessandro Marcengo. In tema di cuore (non certo dal punto di vista sentimentale) non si può parlare di rischio cardiovascolare in termini generali, perché ogni individuo ha il proprio livello di rischio che deve cercare di sospettare e conoscere. «Si tratta di una malattia – ha spiegato il cardiologo (nella foto) – a causa della lesione di una parte del muscolo cardiaco, e ciò va evitato in modo preventivo con tutti quegli accorgimenti che vanno da una sana alimentazione a un corretto stile di vita». Il relatore ha proseguito illustrando con alcune slides la fisiologia dell’apparato cardiocircolatorio e la fisiopatologia dell’infarto, oltre ad ulteriori illustrazioni come il caso di un paziente affetto da arterosclerosi e l’esame di una coronarografia. Va da sè che l’obiettivo principale del medico, e del cardiologo in questo caso, non è quello che di curare bene tout court ma di non arrivare a dover curare; una filosofia comportamentale etica e quindi razionale, ovviamente con la collaborazione in primis del paziente. «La prevenzione della malattia cardiovascolare – ha precisato – è di per sé una definizione semplice, in quanto si tratta di più azioni comportamentali coordinate con l’obiettivo di eliminare, o minimizzare, la malattia e le eventuali conseguenti disabilità tanto fisiche quanto psicologiche tali da comportare un cambiamento della vita». Ma qual è l’impatto sociale della malattia cardiovascolare? «Tra le prime 5 cause di mortalità – ha sottolineato – 4 sono di origine cardiovascolare e 1 polmonare, quasi il doppio delle malattie tumorali, ossia il 40% della mortalità riguarda le arterie compromesse». In questi ultimi 30 anni le malattie cardiovascolari si sono però dimezzate, e ciò per merito di notevoli trattamenti, come anche la riduzione dei fattori di rischio in parte modificabili come il fumo, la pressione arteriosa, l’obesità, il diabete, la depressione, e quindi attraverso un comportamento dietetico-alimentare più corretto. Il clinico ha poi ricordato i risultati del Progetto MONICA (MONItoring of CArdiovascular diseases), nato all’inizio degli anni ’80 con l’obiettivo di valutare se il declino della mortalità per cardiopatia coronarica, osservato in alcuni Paesi fosse reale e, in questo caso, quale parte fosse da attribuire alla riduzione di incidenza e quale alla riduzione della letalità. Per rispondere a questi quesiti, il progetto MONICA ha misurato per 10 anni in 37 popolazioni di 21 Paesi, con metodologia standardizzata, i tassi di attacco degli eventi coronarici e cerebrovascolari e la loro letalità, i trattamenti in fase acuta e la distribuzione dei fattori di rischio. “In un decennio – ha spiegato Marranel monitorare l’andamento delle malattie delle arterie si è notata la ridotta mortalità del 27%, il 21% dei soggetti era legato al cambiamento dei fattori di rischio e il 6% al miglioramento dei trattamenti (terapie). Ed è anche emerso che le malattie cardiovascolari nel mondo sono distribuite più o meno in modo uniforme, a differenza degli Stati Uniti in cui la popolazione solitamente non segue una alimentazione molto salutare…; come pure l’informazione non giunge sempre in modo corretto e capillare”. Quindi, al di là delle statistiche che sono più o meno oscillanti, a seconda della cultura e delle abitudini delle popolazioni, prevenire resta sempre la scelta più vantaggiosa oltre che saggia; ma bisogna avere le idee chiare su cos’é che determina il nostro stile di vita, come pure il tipo di alimentazione che si intende adottare, e sapere quali sono i fattori di rischio. In ogni caso, è stato rilevato che mediamente tra i 40 e i 50 anni di età, c’é più interesse per la propria salute. Ma come si sviluppa nel tempo la malattia delle arterie? «È noto che è già presente nel grembo materno – ha spiegato il dott. Marra – e aumenta nel tempo, sia pure in modo asintomatico, tanto da evolversi in modo talvolta imprevedibile pur essendo normali determinati valori. Ma l’evoluzione e l’aggravamento è dato soprattutto dalla obesità e dalla sedentarietà… oltre ad eventi di carattere psicologico. Come pure il fumo che agisce negativamente sulle arterie. Ed è bene, nel contempo, mantenere la pressione arteriosa sotto controllo: 140/90, ossia non oltre questi valori di massima e minima. Un rischio decisamente maggiore è quello di non sapere di essere ipertesi o di avere il diabete unitamente ad un elevato valore del colesterolo». Tutte raccomandazioni da parte degli esperti che tendono ad avere un approccio diretto con la popolazione, rammentando alla stessa che anche una alimentazione “fuori controllo” è causa del 50% delle malattie coronariche, e che la saggezza comportamentale è di per sé soggettiva… ma imitabile.

La vita quotidiana, ormai da tempo, ci mette di fronte a condizioni di stress e nello stesso a quelle di attitudine-propensione che vanno sotto il nome di mindfulness intesa come meditazione, utile alla gestione dello stesso stress soprattutto nella sua manifestazione iniziale e più acuta. Ma in pratica cosa si intende per mindfulness? E soprattutto cosa non è? «Relativamente allo stress – ha spiegato il dott. Marcengo (nella foto) – si tende dare una connotazione negativa in contrapposizione a quella positiva. Già nel 1936 il neuroendocrinologo austriaco Hans Selye (1907-1982) definiva la risposta fisiologica da stress, come la capacità fondamentale strategica di un organismo di adattarsi agli stimoli richiesti dall’ambiente. Classico è l’esempio dell’eustress positivo, finalizzato ad uno scopo evolutivo; e il distress inteso come negativo, quindi nocivo. E uno dei fattori fondamentali che differenziano lo stress positivo da quello negativo è la durata, mentre il fattore critico è riferito alla cronicità con la quale si esprime lo stress, e ciò in risposta a stimoli complessi di tipo relazionale e sociale, a cui tutti sono esposti nella molteplicità e complessità dei ruoli che la vita quotidiana ci impone». Dal punto di vista concettuale la mindfulness è intesa come un moderno intervento clinico di medicina integrativa, ma anche come pratica ancestrale… Inoltre, il relatore ha rammentato che il biologo molecolare e scrittore statunitense Jon Kabat-Zinn (1944), con l’aiuto del primario di Medicina Interna del Medical Center dell’università di Boston, ha fondato la prima Clinica per la riduzione dello stress basata sulla consapevolezza; da qui, l’acronimo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction). E il concetto di sofferenza, che comporta una reazione e una risposta, si rifà alla metafora del “guerriero ferito”, ossia, la prima freccia che ci colpisce è il dolore, la seconda non viene scoccata da noi stessi che consiste nel dolore. «La mindfulness – ha aggiunto lo psicoterapeuta – è applicabile in Medicina in presenza di un dolore cronico favorendone la riduzione nella misura del 40-50%, in cardiologia in quanto permette di ottenere una riduzione notevole della pressione arteriosa e delle aritmie cardiache, in dermatologia come coadiuvante per il trattamento di psoriasi, alopecia e dermatite allergica; in medicina generale come apporto benefico in caso di asma, insonnia e mal di testa cronico; in geriatria quale contributo per rallentare il decadimento cognitivo migliorando la qualità della vita; e in oncologia in quanto è indicata come intervento complementare di self-care importante e dai significativi effetti dal punto di vista psicologico e fisico». Agli inizi degli anni ’90 alcuni autori hanno messo a punto la Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT) per la prevenzione delle ricadute della depressione, entrando di fatto nella sfera della psicoterapia. In questo ambito la mindfulness ha visto scendere in campo studiosi adottando l’approccio cognitivo-comportamentale innovativo, partendo dalla considerazione della consapevolezza e accettazione per poi confluire nel cambiamento, a seconda del proprio vissuto. «Tale approccio – ha sottolineato il dott. Marcengo – trova riscontro nella gestione dei disturbi alimentari, d’ansia, attacchi di panico, ricadute depressive e disturbo ossessivo compulsivo (DOC). A riguardo non manca quindi una copiosa letteratura e numerosi articoli, tant’é che negli USA viene insegnata in diverse università e applicata in molti ospedali, sia dal punto di vista medico che psicoterapeutico; ed è pure adottata in situazioni più estese come lo sport agonistico, disagio sociale, scuola, organizzazioni complesse, etc. Ma è bene tener presente che la mindfulness non è condizione mistica e nemmeno una tecnica di rilassamento; non promette felicità e non ha nulla a che vedere con il fatalismo». Insomma, un moderno approccio per raggiungere un minimo di benessere.

Foto a cura di Giovanni Bresciani

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