Malattia di Alzheimer e demenze senili

Più attenzione per una migliore assistenza e più sostegno ai famigliari e ai caregiver dei pazienti. Per una migliore qualità di vita molto utili le terapie ludiche e di “intrattenimento”

 

È ormai noto da tempo che con l’allungamento della vita il rischio aumenta. Secondo recenti statistiche a 70 anni c’è il 5% di probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer, a 90 anni il 50%, con costi sociali e famigliari notevoli; colpisce circa il 50% della popolazione italiana con più di 60 anni, e ha una frequenza che aumenta progressivamente con il progredire dell’età. Una realtà che conta oggi, nel nostro Paese, circa 500 mila  persone. La malattia di Alzheimer è una demenza ad esordio insidioso che va sospettata ogni qualvolta un soggetto al di sopra dei 45-50 anni di età presenta dei disturbi di memoria che con il passare del tempo, sia pur lentamente, vanno peggiorando sino ad interferire con le attività della vita quotidiana, a cui si aggiungono altri disturbi dal punto di vista cognitivo e/o psichiatrico.

Il cervello umano colpito da questa malattia mostra una generalizzata perdita di cellule nervose ed un basso tasso di neurotrasmettitori (la linfa delle cellule). Ciò si traduce, oltre alla perdita della memoria in disorientamenti spazio-temporali, crisi di depressione e di aggressività, mancanza di consapevolezza di sé e degli altri. La malattia ha preso il nome dal neuropatologo e psichiatra tedesco Alois Alzheimer (1864-1915) che per primo ne studiò un caso; ma va detto che la storia riconosce nello psichiatra Emil Kraepelin (1856-1926), direttore della Reale clinica psichiatrica di Monaco, il “vero” padre della malattia di Alzheimer, che ne ha coniato il termine nel 1910.

La malattia ha un decorso lento e in media i pazienti possono vivere oltre i 10 anni dopo l’insorgere dei sintomi della stessa. Purtroppo non esistono farmaci in grado di curare questa patologia, pertanto la terapia farmacologica è limitata ad un contenimento e “rallentamento” dei sintomi; sono piuttosto efficaci le terapie di supporto come la musicoterapia, stimoli cognitivi, giochi ed altri intrattenimenti ludici, ma soprattutto le attività fisiche che possono rendere una migliore qualità di vita.  Scienziati e clinici sollecitano in più occasioni le Istituzioni affinché questa malattia non sia trascurata; per contro la scienza continua nella ricerca e, a questo proposito, uno studio recente pubblicato su Nature (prestigiosa rivista scientifica internazionale) getta un po’ di luce sull’origine di questo morbo. Una proteina beta-amiloide altamente velenosa aumenta la tossicità di altre beta-amiloidi più comuni e meno tossiche. Tale scoperta, secondo i ricercatori, potrebbe portare a trattamenti più efficaci contro la demenza.

Ma esistono altre forme di demenza senile, altrettanto conosciute e studiate. Una di queste è la demenza arteriosclerotica che è dovuta all’invecchiamento delle arterie, al deposito di grassi nelle stesse (ipercolesterolemia) per cui arriva poco sangue al cervello e si formano delle piccole zone di infarto. È una demenza la cui prevenzione deve cominciare fin da giovani (adeguato stile di vita, corretta alimentazione, controllo del cuore) perché permette di prevenire questa demenza… «Se si creano dei meccanismi per cui il liquido cerebrale non viene assorbito in modo corretto – ha recentemente spiegato in una intervista il prof. Giulio Maira, direttore dell’Istituto di Neurochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma, fondatore dell’Associazione Athena che stimola la conoscenza e la ricerca nelle malattie cerebrali e in generale nelle neuroscienze – può accumularsi all’interno del cervello, e questo determina un aumento della pressione intracranica. È molto importante conoscere questa malattia perché i sintomi sono molto simili alla malattia di Alzheimer; è una malattia che può essere curata con un semplice intervento chirurgico che consiste nell’effettuare una piccola derivazione che permette a questo liquido di defluire».

Anche se il disturbo della memoria è il sintomo più importante dell’Alzheimer, da solo non favorisce la diagnosi né di demenza né di demenza Alzheimer. È necessario perché si possa avere un sospetto diagnostico di demenza, che il disturbo della memoria sia prolungato e protratto per molti mesi, e che al disturbo della memoria si associno altri sintomi di disturbo cognitivo cerebrale, come ad esempio disturbi della parola, dell’orientamento temporo-spaziale, della capacità di riconoscere le persone e di riconoscere le cose. Oggi, tra i metodi di indagine per individuare le atrofie che si associano all’Alzheimer, molto utili la Risonanza Magnetica (RM) e la Tomografia a emissione di positroni (PET), oltre lo studio di markers specifici per l’Alzheimer che si trovano nel liquor cerebrospinale.  Sulle cause di questo morbo esiste una minima percentuale di malati che hanno una ereditarietà; sono forme che si manifestano soprattutto in soggetti tra i 30 e il 60 anni. L’Alzheimer, che si manifesta dopo i 60 anni, può avere delle concause genetiche, ma non sono delle malattie ereditarie e in ogni caso i geni sono sempre modificati da fattori ambientali.

Questa malattia non è facilmente prevenibile in quanto non se ne conosce la causa, e di conseguenza molto arduo stabilire una terapia per bloccarla al suo esordio. A riguardo ci sono molti studi in corso e la ricerca è fondamentale per far fronte alla evoluzione dei casi affetti da questa demenza. «Nel corso della malattia – ha spiegato il cattedratico – si possono considerare diverse fasi: nella prima il malato ha piccoli disturbi della memoria ma è ancora ben orientato, riesce a svolgere una vita quotidiana abbastanza normale e quindi può essere assistito facilmente in casa; nella seconda fase si rende conto della sua malattia, e allora può sviluppare delle forme di depressione, psicosi, aggressività, e in questo caso l’ambiente famigliare deve essere molto attento al malato stesso. Nella terza fase il malato ha perso la capacità cognitiva e di rendersi conto di quello che succede, e allora vive in una forma un po’ meno attiva e forse, proprio in questa fase, il sostegno della famiglia può essere non più necessario, e probabilmente è superiore e migliore il sostegno che può essere dato da organizzazioni, associazioni, etc.». Per quanto riguarda l’assistenza, questi pazienti, specie i più gravi in quanto non più autonomi, richiedono una assistenza 24 ore su 24, considerando eventuali problemi di tipo organizzativo-gestionale ed economico.

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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