L’ottavo ri-compleanno di un trapiantato di fegato

L’ottavo ri-compleanno di un trapiantato di fegato

Giuseppe ArgiolasOtto anni fa, Giuseppe Argiolas, amico e collaboratore di questo giornale oltre che infaticabile presidente della Prometeo AITF Onlus, ha ricevuto un nuovo fegato. Con il suo permesso, pubblichiamo una riflessione che ha scritto in occasione dell’anniversario del suo trapianto o, meglio, del suo ri-compleanno: è il nostro modo per fare a lui i nostri affettuosi auguri e per ringraziare la persona e la famiglia che, con il loro grande Dono, hanno permesso anche a noi di conoscere Pino.


Era il 16 di gennaio del 2008 quando Vincenza Congias, la caposala della Chirurgia Generale, mi ha chiamato: “Sono Vincenza , come sta?”. Non mi ha neanche fatto iniziare a dire qualcosa che subito ha continuato con voce gentile: “Venga signor Argiolas, c’è un Dono per lei”.
Era un primo pomeriggio e stavamo finendo di pranzare con tutta la famiglia. A casa sono scoppiati tutti a piangere dalla gioia o dalla paura; io invece, anche se molto colpito dalla notizia, sono rimasto freddo, ho avuto paura di credere che fosse vero, mi difendevo dalla paura del trapianto dicendo tra me e me: “Magari è un falso allarme, non mi devo illudere”.
E invece era fortunatamente vero: in quei momenti una donna (dal 2015 so che era una donna) era appena morta in una Rianimazione, penso al “G. Brotzu”, ma non lo so con certezza, e i parenti avevano appena dato il consenso al prelievo degli organi.
I minuti non passavano mai, in quella stanza singola con bagno al 7° piano vicino alla guardiola degli infermieri, ma non passavano neanche le ore. Ero solo con me stesso e lì ho avuto modo di pensare alla mia vita, alla mia famiglia, a tutti i miei cari.
Ho fatto i conti con me stesso, non sapevo se ne sarei uscito vivo. Ma lo speravo tanto. Poi, sul tardi, non so l’ora, un infermiere dalla barba bianca e dal viso sereno è venuto in camera con in mano un rasoio, in plastica nera, che non avevo mai visto , forse non sono in commercio, e mi ha detto con voce tranquilla: “Ce la fa a depilarsi sul petto?”.
Allora ho capito che il trapianto si sarebbe fatto.
Verso le tre ho sentito delle voci ed ho visto due infermieri con una barella, era il traghetto verso la nuova Vita. Sono quei mezzi che passano una sola volta nella vita: se ci sei e sei pronto, ti salvi.
Ascensore e corridoi in un viaggio che sembrava non finire mai, poi all’improvviso si è aperta una finestra a scorrimento in un muro. Sono stato sollevato di peso e mi hanno passato in un’altra barella dall’altra parte del muro.
Ho avuto paura, non so perché ma mi sentivo morire.
Poi, subito dopo, una grande sala bianca, illuminata a giorno da una grandissima lampada tonda, abbastanza bassa su quello che era il tavolo operatorio. E tutto intorno tanti uomini e donne con camici di colore diverso che non avevo mai visto prima.
Non so se c’era il dr. Zamboni. Ero molto spaventato, ma c’era l’anestesista con il quale avevo fatto il colloquio. Lui mi ispirò fiducia e credo mi tranquillizzai. Una piccolissima iniezione e poi il mio cervello si addormentò.
Era il 17 Gennaio del 2008, di Venerdì… Dopo 5 giorni ero a casa in convalescenza.
La mia nuova Vita era ricominciata grazie al fegato di una donna buona, alla sua famiglia generosa e grazie alla professionalità, grandissima, di medici, infermieri e tecnici che lavorano alla donazione e ai trapianti.
Se sono qui a raccontarlo lo devo a loro.
L’ anno prossimo vi racconterò il post trapianto, la rianimazione, la terapia intensiva ed il ritorno a casa.

Pino

 

 

Nella foto, Giuseppe Argiolas immortalato da Dietrich Steinmetz

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