L’onestà non paga

In questo Paese l’onestà non paga. È triste dirlo ma, di fatto, è così.

Il prelievo fiscale è talmente alto che nessuno, rispettando le regole, può diventare davvero ricco.

I creditori spesso si trovano senza difese perché è sufficiente che non esistano beni intestati al debitore (da sottoporre a pignoramento) affinché questi la faccia franca.

Il lavoratore in cassa integrazione che, per correttezza, informerà la sua ditta di aver trovato un altro impiego temporaneo, non perderà solo la cassa integrazione ma, con molta probabilità, anche il posto di lavoro quando la sua azienda riaprirà: meglio farebbe a godersi il sussidio, restandosene con le mani in mano, e al più fare dei lavoretti in nero.

Le piccole aziende la cui contabilità, da tutti i controlli effettuati, risulti regolare non possono sentirsi tranquille, perché potrebbero comunque subire le conseguenze dell’applicazione degli infami, approssimativi studi di settore … mentre altre imprese più grosse evaderanno liberamente il fisco.

Innocenti finiscono in carcere per errori giudiziari, mentre spietati assassini riescono ad uscirne per poi tornare ad uccidere.

Questi sono alcuni esempi ma – volendo – si potrebbe continuare ancora a lungo.

Ovviamente, questa riflessione non è un invito alla disonestà: vuole piuttosto essere una provocazione che spinga tutti noi ad interrogarci su ciò che non sta funzionando nella nostra società e a trovare il modo di correggere questo brutto andazzo, affinché l’onestà torni ad offrire a chi la pratica qualcosa di più del semplice appagamento morale.

Marcella Onnis

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