
di Erika Batogi*
Ci sono soldi pubblici che spariscono ogni giorno dalla sanità italiana senza che quasi nessuno se ne accorga. Non finiscono in ospedali, non pagano medici, non riducono le liste d’attesa. Finiscono nelle casse delle farmacie, grazie a una norma scritta in linguaggio tecnico che pochissimi hanno letto e ancora meno hanno capito.
Il risultato, paradossale ma documentato, è questo: lo Stato italiano paga alcuni farmaci più di quanto li pagherebbe un qualunque cittadino al banco.
Come funzionava prima
Il Servizio Sanitario Nazionale rimborsava alle farmacie i farmaci che eroga gratuitamente o con il ticket. La regola di base era semplice: il rimborso non poteva superare il prezzo più basso disponibile per quel farmaco. Se due farmaci erano identici, lo Stato pagava il meno caro.
Aveva senso. Serviva a contenere la spesa pubblica.
Cosa è cambiato dal marzo 2024
Con la Legge di Bilancio 2024 il sistema di rimborso è stato modificato. Al posto di una percentuale fissa sul prezzo del farmaco, è stato introdotto un sistema misto: una quota percentuale del 6% più una serie di quote fisse per ogni confezione venduta.
Il meccanismo sembra neutro. Non lo è.
Sui farmaci a basso prezzo — quelli generici, a brevetto scaduto, che costano pochi euro — la quota fissa pesa moltissimo in proporzione. Il risultato è che in diversi casi il rimborso che lo Stato versa alla farmacia supera il prezzo al pubblico fissato dall’AIFA. Lo Stato paga più del prezzo ufficiale. Più di quanto pagherebbe chiunque di noi.
Il costo aggiuntivo stimato è di 194 milioni di euro nei soli primi nove mesi del 2025.
L’esempio delle statine
Le statine sono farmaci per il colesterolo. Le prendono ogni giorno tra i 4,5 e i 5 milioni di italiani, in terapia cronica — cioè per tutta la vita. Sono farmaci comuni, economici, disponibili in versione generica.
Sono esattamente il tipo di farmaco su cui il nuovo meccanismo pesa di più.
L’inchiesta Dataroom di Milena Gabanelli prende come esempio l’atorvastatina, il generico più diffuso contro il colesterolo. Il prezzo ufficiale fissato dall’AIFA è 4,35 euro a confezione. Con il nuovo sistema di rimborso, lo Stato ne versa alla farmacia 5,24 euro. Un sovrapprezzo di 89 centesimi per ogni confezione — pagato con i soldi delle tasse di tutti.
Ottantanove centesimi sembrano niente. Ma 5 milioni di persone comprano almeno una confezione al mese. Fanno 60 milioni di confezioni all’anno. Ottantanove centesimi per 60 milioni fa oltre 53 milioni di euro. Solo sulle statine. Solo in un anno.
E le statine sono una categoria tra decine.
Il doppio prelievo sul cittadino
C’è un altro elemento che rende la vicenda ancora più pesante. Questo sovrapprezzo non ricade solo sullo Stato — cioè sulle tasse di tutti — ma in parte anche direttamente sulla tasca del paziente.
In Italia la spesa farmaceutica a carico dei cittadini — tra ticket, compartecipazioni e acquisti diretti — ha raggiunto 10,2 miliardi di euro nel 2024. Chi paga il farmaco di tasca propria, o chi paga la differenza tra il generico e il branded, subisce anch’esso gli effetti del meccanismo distorto.
Il paziente cronico che vive con il colesterolo alto paga due volte: come contribuente e come malato.
Chi ha promosso questa norma
La riforma della remunerazione delle farmacie è stata istruita, promossa e difesa politicamente dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, con delega specifica alla farmaceutica. Il testo definitivo, come ogni legge di bilancio, è stato redatto tecnicamente dagli uffici del Ministero. Ma la paternità politica della formula che genera il margine aggiuntivo per le farmacie è attribuita direttamente al suo operato ministeriale.
Gemmato è farmacista di professione. Possiede il 33% di una farmacia — quota aumentata dopo un lascito testamentario — e il 10% di una società nel settore.
Ha promosso una norma che avvantaggia economicamente la categoria di cui fa parte e di cui è socio.
La risposta istituzionale
Interrogato in Parlamento, il Ministro Schillaci ha risposto che l’ANAC ha verificato la posizione di Gemmato e ha dichiarato l’assenza di cause di incompatibilità secondo la legge vigente.
Traduzione: è tutto legale.
Il deputato Quartini del M5S ha replicato che non basta: esistono “due conflitti di interesse, sul piano morale e di opportunità politica” e che non è sufficiente che in punta di diritto la posizione risulti compatibile con l’incarico. Le opposizioni hanno presentato una mozione di censura. La maggioranza l’ha respinta, compatta nel difendere la legittimità formale del sottosegretario.
La distinzione che conta
Legale non significa giusto. E compatibile con la legge non significa privo di conflitto di interessi.
In Italia la normativa sul conflitto di interessi è notoriamente debole. Non obbliga i titolari di cariche di governo a cedere le proprie attività commerciali. Non copre adeguatamente la fase in cui le norme vengono costruite — solo quella in cui vengono votate. Gemmato può non aver violato nulla. Ma ha usato la sua posizione istituzionale per promuovere una norma che va a vantaggio diretto della sua categoria professionale e dei suoi interessi economici.
Questa non è una sfumatura. È il punto.
Il SSN paga. Le farmacie incassano. I pazienti aspettano.
La sanità pubblica italiana è in affanno cronico. Liste d’attesa infinite, medici di base introvabili, pronto soccorso al collasso. In questo contesto, 194 milioni di euro in nove mesi che escono dal SSN non per cure ma per margini aggiuntivi alle farmacie non sono un dettaglio tecnico. Sono una scelta politica. Fatta da chi aveva tutto l’interesse a farla.
* (fondatrice di @spin___killer)




