Molte le iniziative e forse anche i “moniti”, ma alla resa dei conti il nostro Paese non cresce… e le conseguenze possono essere molto serie
di Ernesto Bodini (giornalista e divulgatore di tematiche sociali)
Ogni anno in Italia si individua una città da elevare al massimo rango della Cultura. Per il 2024 è stata designata L’Aquila. Una lodevole iniziativa nata in Europa nel 1985 come “Città europea della Cultura”, poi divenuta “Capitale europea della Cultura”. Nel nostro Paese tale progetto è stato istituito nel 2014 con la denominazione di “Capitale italiana della Cultura”, titolo assegnato ogni anno a rotazione per valorizzare il patrimonio culturale della Nazione.
Purtroppo, nonostante questa iniziativa sia itinerante e sostenuta da numerosi progetti, circa quattro milioni di nostri connazionali rientrano nei cosiddetti analfabeti di ritorno. Inoltre, si considerino tutte quelle persone che commettono “reati di strada”, la cui ignoranza spesso supera ogni limite, evidenziando carenze profonde che affondano le radici nelle loro famiglie: un aspetto a dir poco ancestrale. Le Istituzioni e la Scuola, pur facendo del loro meglio, si scontrano con una realtà evidente: non c’è peggior ignorante di chi non vuol sapere.
Di fronte a questo scenario, nessuna iniziativa locale o nazionale ha finora prodotto risultati apprezzabili; anzi, il declino culturale è in continua crescita. Anche volendo individuare soluzioni o tentativi di miglioramento, non sembra possibile ottenere risultati significativi. È come se, a mio modesto avviso, non fossimo mai davvero entrati nel XXI secolo.
Non basta che il Presidente della Repubblica presenzi a inaugurazioni e cerimonie: forse non è un caso che tra i convenuti vi siano soprattutto persone già vicine al concetto di cultura, intesa come strumento principe di dialogo e di pace. Considerazioni nobili, certo, ma per ottenere condivisione e rispetto da parte di tutti è necessario che ai vertici del Paese si dia il massimo esempio pratico di saggezza, onestà, competenza e pragmatismo. Senza queste basi, crescerà il numero dei cittadini insofferenti al vivere civile e alla cultura stessa.
Anche i mass media (politica a parte) possono offrire un contributo significativo attraverso articoli, reportage e inserti su una vasta gamma di argomenti; così come gli editori, che pubblicano costantemente opere capaci di soddisfare ogni tipo di lettore. Ma bisogna fare i conti con chi non legge mai o legge pochissimo: un aspetto grave, perché chi non legge non sa parlare in modo appropriato, e gli effetti si notano ogni giorno, ovunque.
Che fare, dunque? Una domanda che richiederebbe una risposta ampia e impegnativa. Poiché non sono la persona più indicata a risolvere il problema, mi limito a un suggerimento: chi organizza iniziative culturali abbia l’accortezza di allargare i propri orizzonti. Scoprirà che, oltre ai personaggi noti e acculturati, esistono figure meno conosciute ma altrettanto dotte, detentrici di un sapere che non tutti conoscono e che merita di essere valorizzato. Sono spesso proprio questi ultimi, rispetto ai primi, a rendersi disponibili anche a titolo non profit.
Infine, come sosteneva lo storico e letterato Cesare Cantù (1804–1895): «L’ignorante non è solo zavorra, ma pericolo della nave sociale».