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Libera scelta del medico e del luogo di cura

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In più occasioni ho scritto e divulgato il problema delle liste di attesa, in particolare; ma ancora oggi il cittadino-utente è disinformato e non sa avvalersi dei suoi diritti nonostante i provvedimenti legislativi in merito.

 

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

La Costituzione, come è noto, riconosce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e la Corte Costituzionale ha qualificato l’infermo come legittimo cittadino-utente di pubblico servizio che ha pieno e incondizionato diritto (comprendente la libera scelta del medico e del luogo di cura), e tale gli viene reso in adempimento di un inderogabile dovere di solidarietà umana e sociale. In realtà, questo principio non sembra tener conto del fatto che la scelta è dalla legge assicurata “nei limiti oggettivi” dell’organizzazione dei servizi sanitari. Ne consegue che la scelta medesima debba intendersi non come “diritto soggettivo” (che, come tale, non tollera condizionamenti e/o menomazioni), bensì quale interesse legittimo, soprattutto nel “diritto affievolito” che si ha quando la legge ne consente la compressione, concretamente attuata con atto autoritativo (obbligo).

La libertà di scelta è quindi “piena” per quanto riguarda l’assistenza medico-generica e pediatrica (sul presupposto che il rapporto con il medico generico e con il pediatra si instaura essenzialmente sulla fiducia del paziente e sulla peculiare conoscenza di questo da parte del medico) ed è invece “limitata” quando si tratta di assistenza specialistica e ospedaliera (sul presupposto che emergono prevalentemente esigenze obiettive di competenza ed efficienza). La Corte Costituzionale ha riconosciuto piena legittimità, con sentenza n. 173 del 1987, alla legge n. 12/1982, che subordina (art. 3) il ricorso ai professionisti e ai presìdi convenzionati per prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio al rilascio da parte delle Asl di una autorizzazione preventiva che viene accordata soltanto qualora la richiesta di prestazione non possa essere soddisfatta dalle strutture pubbliche entro 3 giorni; oggi, però, questa autorizzazione non è più necessaria. Le prescrizioni per visite ed esami vengono fatte dal medico curante sulla base dello stato di salute del paziente, assegnando una classe di priorità a seconda della densità e dell’intensità dei sintomi e le modalità definite dalla Regione per stabilire l’arco di tempo entro il quale deve essere effettuata la visita o l’esame diagnostico. La classe di priorità deve essere riportata sulla prescrizione del medico curante:  Classe U (prestazione non rimandabile e urgente, che deve essere garantita entro 48 ore dalla richiesta); Classe B (prestazione da assicurarsi entro i 15 giorni dalla richiesta); Classe D (le prestazioni sono differibili, comunque entro i 30 giorni per le prime visite, entro i 60 giorni per le prestazioni diagnostiche); Classe P (prestazione programmabile, non urgente). Ci sono, invece, alcuni esami che non richiedono prenotazione (ad esempio i prelievi ematici), come pure le visite odontoiatriche e ginecologiche. Per conoscere i tempi di attesa ci si può rivolgere agli Uffici Relazioni col Pubblico (URP) di ciascuna Azienda Sanitaria Locale (ASL) o ospedaliera, o ai siti internet aziendali. È ovvio che, in ogni caso, per i malati oncologici, ad esempio, sussiste sempre il carattere di urgenza, sia per approfondire una sospetta diagnosi, sia per iniziare o continuare la terapia in seguito a diagnosi conclamata.

Oggi, ritengo, sono ancora molti i cittadini che ogni giorno si presentano agli sportelli di ospedali e ambulatori pubblici per prenotare esami e visite specialistiche, che ottengono sovente dopo mesi di attesa, ed alcuni di essi rinunciano a volte a richiedere la prenotazione in tempi brevi (proprio perché non conoscono queste procedure) preferendo il trattamento privato a fronte di sacrifici economici. Va comunque detto che in caso di rifiuto o ritardo ingiustificato di una prenotazione all’esecuzione di un esame diagnostico-strumentale o di una visita specialistica, il cittadino può chiedere il risarcimento dei danni sulla base degli artt. 185 e 328 del Codice Penale per omissione di atti di ufficio. In caso di inadempienza e “poca visibilità” degli atti amministrativi, il cittadino-utente può avvalersi del DPR n. 184 del 12/04/2006 Regolamento  recante  disciplina  in  materia di accesso ai documenti amministrativi”, emanato n attuazione dell’art. 23 della legge 11/02/2005 n. 15.

Inoltre, per quanto riguarda la Regione Piemonte, è bene ricordare che ai sensi della legge 412/91 e della Circolare  regionale n. 821/77/50 del 4/2/1992, i cittadini che non abbiano ritirato i referti entro 30 giorni dall’effettuazione delle prestazioni (esami di laboratorio, esami radiologici, esami strumentali, visite, etc.), sono tenuti al pagamento per intero della prestazione usufruita. È però corretto e doveroso tener presente situazioni di particolare difficoltà operative (e poca disponibilità di risorse) da parte dei pubblici servizi sanitari, come ad esempio la carenza del personale infermieristico, la logistica e la impellente necessità di ristrutturazione delle strutture, etc. Situazioni per le quali, a mio avviso, gli operatori non devono “giustificare” il ritardo dell’erogazione delle prestazioni, ma valutare con razionalità di volta in volta i casi che richiedono interventi urgenti adottando il criterio della priorità,  coinvolgendo il cittadino-paziente alla partecipazione e al buon senso civico (escludendo a priori ipotesi di particolari… corsie preferenziali).

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