L’ESISTENZA DI OGNUNO NELLE MANI RESPONSABILI DEI NOSTRI SIMILI

Ma c’è proprio da essere ottimisti nell’assistere al modo di gestire una pandemia di questa portata? È vero che non bisogna mai disperare, ma quali garanzie certe abbiamo per fidarsi di chi è preposto alla nostra incolumità, senza nulla togliere a quanti si sono sinora prodigati e si prodigano alacremente per curare i malati di Covid?

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico e opinionista)

È palese che per vivere, o meglio, per continuare a vivere in sicurezza, è necessario fidarsi delle Istituzioni e di chi è a monte per tutelarci la salute e la vita stessa. E questo, soprattutto in un periodo di pandemia nel corso del quale in ogni minuto ogni vita umana del pianeta è sempre più a rischio. È già passato oltre un anno dal suo esordio e del Coronavirus si è capito parecchio, ma ancora parecchio resta da comprendere sul suo comportamento e sulle reazioni che variano spesso da un soggetto all’altro. Ora che siamo sulla strada della profilassi su base vaccinica che, pare essere determinante per allontanare lo spettro dell’infezione virale (gravità della stessa e decessi), dovremmo essere più rincuorati con tanto di dose ottimistica per il superamento della pandemia. Ma come sempre, e quasi in tutti i Paesi, la mente e la mano dell’uomo sono spesso responsabili del nostro destino: da chi è impegnato sul fronte della ricerca e delle cure a chi è deputato a gestire e coordinare programmi attuativi per mettere in pratica nozioni e risorse volte alla tutela della collettività. Mi riferisco in particolare alle vicende di cronaca che si sono susseguite in questi ultimi mesi, durante i quali  abbiamo assistito ed assistiamo tuttora ad una serie di incertezze… A cominciare dal Piano Pandemico disatteso (dal 2006) per anni e mai aggiornato, il costante “avvicendamento produttivo” di più vaccini dei quali ben pochi (compreso chi scrive) comprendono quello che dovrebbe essere più sicuro, efficace ed accessibile a tutti, irregolarità e inadempienze tra le Case farmaceutiche e i Governi per la fornitura e regolare somministrazione dei vaccini, insufficienza di posti letto e personale sanitario (a quello attuale si chiede sempre di tutto e di più, come pure al volontariato), assurdi nazionalismi e competitività oltre a notevoli divergenze di pareri tra esperti e politici-decisori, informazione al limite delle competenze da parte dei mass media tanto da disorientare il lettore, speculazioni da parte della criminalità (che non si riesce a prevenire), per non parlare della scarsa (o nulla) etica comportamentale di chi fa “carte false” per fruire del vaccino anti covid baipassando chi ne avrebbe bisogno per priorità (fasce sociali, categorie, età, etc.). Mi rendo conto che è fin troppo facile per chi va di penna (o mouse) scrivere e pubblicare quello che molti altri non fanno o non possono fare, ma allo stesso tempo è altrettanto palese che chi svolge il ruolo dell’informazione giornalistica, ancorché nella veste di opinionista, compie un diritto-dovere sociale la cui credibilità è garantita dalla conoscenza delle cose e dall’onestà intellettuale, oltre che dall’etica e dalla deontologia professionale; il tutto condito dalla costante volontà di documentarsi e di rapportarsi con le fonti di riferimento più opportune. Ma lo scoramento e la sfiducia da parte di molti, io credo dipenda non solo dalle costanti restrizioni imposte dai provvedimenti normativi e legislativi quasi quotidiani, ma anche dalla diffusione pluri quotidiana di cifre e tabelle dalle quali si sommano giornalmente: nuovi casi infetti,  nuovi ricoveri, nuovi decessi e, per fortuna, nuovi guariti. Io credo che, per quanto sia doveroso far sapere, il martellante aggiornamento non può che favorire pessimismo, angoscia e sfiducia non verso i sanitari, quanto invece (come ripeto) verso coloro che si ergono a “paladini” del potere decisionale ai quali, va detto, manca l’umiltà, la coerenza e se non anche le competenze (vedasi il “pool” del precedente Governo!).

Condurre un Paese come il nostro senza peccare è pura e indiscutibile utopia, ma il fatto di ambire con eccessiva (ed incontrollata) bramosia ad occupare certi posti di comando, è quanto di più si possa dubitare e criticare sulla liceità di questo o quel politico (burocrate), e ciò anche in considerazione del mai superato aforisma di Platone, il quale sosteneva che «L’accesso al potere dev’essere limitato agli uomini che non ne nutrono la passione». Questa saggezza che si tramanda da secoli albergava sì nella mente di un filosofo, ma il fatto che da allora ad oggi l’umanità votata alla politica non ne abbia mai tenuto conto, è certamente indice di presunzione e di arroganza. (Del resto l’uomo saggio non cerca l’appagamemnto del proprio Ego, ma l’assenza di dolore… anche quello alrui). Atteggiamenti, questi, che hanno condizionato non poco la vita e la salute dei popoli di fronte alle lotte, alle guerre, alle malattie e, come stiamo constantando, di fronte alle pandemie. Perciò, a nostra garanzia, un uomo politico farebbe bene a ricordare che deve vivere con la sua coscienza più a lungo che con i suoi elettori… e sostenitori. Ma intanto che fare? Personalmente non ritengo di dare consigli tout court perché peccherei di presunzione e di ostentata saccenza, tuttavia mi permetto di suggerire di avvicinarci (per quanto possibile) ad accreditate letture e a confronti con chi ci può ispirare maggior fiducia. Ma è però necessario avere una minima capacità di discernimento, dando maggior credito a chi parla poco e appare di meno, a garanzia di una maggiore credibilità. Del resto, mi pare arguto quanto osservava Marie de Rabutin-Chantal, scrittrice francese e marchesa di Sévigné (1626-1696): «Il fatto che le persone siano nate con due occhi e due orecchi, ma con una sola lingua, fa pensare che dovrebbero guardare e ascoltare il doppio di quanto parlano». E intanto,  più o meno  fiduciosi, attendiamo!

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