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Detenuti-scrittori: il caso “Lenta cavalca nel tempo la prossima ora”

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«Ad essere in prigione è anche la realtà ineffabile dei pensieri e dell’anima»: in questa raccolta di poesie, racconti e pièces teatrali i detenuti del carcere di Rebibbia hanno liberato la loro realtà interiore e dato vita a scritti di sorprendente valore letterario.

copertina del libro Lenta cavalca nel tempo la prossima oradi Marcella Onnis

L’antologiaLenta cavalca nel tempo la prossima ora”, curata da Cecilia Bernabei e Adele Costanzo, ha debuttato in società lo scorso 14 marzo a Roma, sotto l’ala protettrice dell’associazione culturale ChiPiùNeArt, di cui le curatrici sono socie.

La raccolta – lo ricordiamo – include scritti di alcuni detenuti di Rebibbia che frequentano la sezione carceraria dell’Istituto di istruzione superiore “J. Von Neumann” di Roma  e, dalla seconda di copertina, ci lancia un invito: «Ad essere in prigione è anche la realtà ineffabile dei pensieri e dell’anima, che non può trattenersi e quindi deve esprimersi. È questa parte che bisogna indagare, capire e far germogliare». È questo, infatti, che hanno fatto le curatrici dell’opera con la collaborazione degli altri membri dell’associazione, del carcere, della scuola e della casa editrice L’Erudita.

LETTERATURA VERA
L’esito è lodevole e sorprendente non solo dal punto di vista sociale, ma anche letterario. La qualità dei brani, infatti, è alta ed è difficile stilare una classifica di gradimento. Qualche scritto, però, resta particolarmente impresso, come l’avvincente pièce teatrale “Sumino ‘o Falco”, scritta da Alessandro Artusa, o la poesia di Giuseppe Medile, che dà il titolo all’antologia e che colpisce tanto per la sua drammaticità quanto per la sua bellezza. O, ancora, “Una storia per bambini” di Antonio Daponte che, novello Collodi, manda messaggi agli adulti, mentre finge di parlare ai più piccoli. Il brano – oltre a essere apprezzabile sotto l’aspetto letterario – contiene una non convenzionale difesa della natura, «Origine dell’uomo, compagna e insieme nemica. Testimone involontaria del progresso e delle fragilità, delle grandi vittorie e delle catastrofiche sconfitte che, dalla sua apparizione e nella continua evoluzione, l’uomo ha riportato nei suoi confronti».

A variare in quest’antologia, però, non sono solo i generi letterari: anche i toni, così accanto al dramma c’è spazio pure per il sorriso, anche se agrodolce. Ne è una dimostrazione “La favola brasiliana”, sempre di Alessandro Artusa, che gioca molto con l’ironia e che racconta di un’isola immaginaria abitata da Bellezza, Ricchezza, Tempo, Amore e Fortuna che, però, «…non se vedeva mai! Era peggio dell’indulto o della doccia calda a Rebibbia».

mani che afferrano delle sbarrePAROLE CHE OLTREPASSANO LE MURA
Gli scritti ruotano, ovviamente, intorno al tema dell’esperienza carceraria, a volte solo per sfiorarlo, perché incentrati sul “prima” o il “dopo”, altre per scendervi a fondo. Tra gli scritti che parlano della vita “dentro” colpisce, in particolare, “L’uomo della pena”, ancora di Alessandro Artusa (è uno degli autori più prolifici all’interno della raccolta). Così come siamo propensi a credere che chi è privato di qualcosa lo desideri ogni giorno di più, così sappiamo anche che alla privazione ci si può abituare: il brano in questione ci dimostra che anche in carcere può accadere questo, può capitare, cioè, di risvegliarsi «assuefatto alle sbarre». Una trasformazione che è un segnale d’allarme «Perché la cosa peggiore che possa capitarti non è avere perso la libertà, ma disimparare ad amarla, rischiare di non capirla più». E dovremmo chiederci se questo rischio non lo corriamo, delle volte, anche noi uomini “liberi”.

Questa è solo una di tante riflessioni di cui dovremmo far tesoro anche noi che viviamo fuori dalle mura di un carcere. «Chi ha paura vede anche i pericoli che non ci sono» e «La sofferenza […] Ci fa comprendere meglio le cose, dobbiamo quindi sfruttarla come fonte di esperienza; il fatto stesso di utilizzarla in tal modo ci evita di essere nuovamente travolti», scrive Bunjai Dritan ne “Il coraggio”. «Il male non è intorno a noi… è dentro di noi, la superbia è il detonatore del male.» e «L’orgoglio, ne ha rovinati più lui che il petrolio», ci ammonisce, invece, la voce fuori campo in “Sumino ‘o Falco”. Difficile, poi, non provare disagio nel leggere queste parole di Antonio Daponte in “Lettera a mio padre”: «Ti chiedi se valga qualcosa ammettere i propri errori, adesso. E se poi, quando ci si pente, lo si fa fino in fondo».

I CARI: ANGELI E MARTIRI
La vicinanza dei volontari (la cui importanza rimarca Sunjay Gooklook nel brano intitolato, appunto, “I volontari”) e delle persone care non può annullare la solitudine e la sofferenza di chi vive in una realtà arida («[…] in carcere gli auguri non si fanno», ci fa notare Vincenzo Tagliaferri in “Un po’ di me”), ma certamente aiuta. Lo ricorda spesso Carmelo Musumeci, il nostro amico ergastolano che condivide con noi le sue riflessioni, e lo rimarca Antonio Daponte, in questo libro, nel brano “L’arresto”: «Chi non conosce le sensazioni della prigione non può immaginare quanta forza si provi nel sentirsi amati e attesi. Quanto la consapevolezza di attraversare il tempo senza essere soli possa aiutare a superarlo bene, o meglio».

Ma sui cari non si riversa solo l’onere di fare forza al detenuto: in qualche misura, direttamente o indirettamente si riversano anche le sue colpe, le conseguenze delle sue azioni passate e della sua condizione presente. Da questa consapevolezza discende il lamento di un padre anonimo in “Canzone”: «È dai miei sbagli che avete imparato / e l’avete dimostrato, / come ogni figlio di un padre carcerato / avete pagato». Come pure il brindisi finale in “Sumino ‘o Falco”: «I martiri ai quali io voglio brindare, sono i nostri cari, quelli che pagano incolpevoli le nostre scelte solo per il fatto di volerci bene».

UNA SCOMMESSA CHE VALE LA PENA FARE
Uno degli argomenti più dibattuti in tema di giustizia penale è il sistema dei benefici carcerari: c’è chi polemizza per la troppa leggerezza con cui sarebbero concessi, chi per l’eccessiva rigidità con cui sarebbero accordati, chi per l’una o l’altra ipotesi secondo i casi. L’incipit e la chiusa de “L’uomo della pena” potrebbero bastare per sanare queste controversie, per convincerci che il carcere non deve solo punire ma anche rieducare. Il primo lapidariamente afferma che «L’uomo della pena non è quello della condanna»; la seconda, opportunamente ripresa nella quarta di copertina, si rivolge formalmente agli operatori del sistema Giustizia, ma sarebbe miope per chi non rientra in questa categoria sentirsi escluso da questo messaggio: «Non tutte le scommesse si possono vincere, signori! E probabilmente, molte saranno sfavorevoli. Ma anche una sola scommessa vinta potrà dare un senso al vostro lavoro e, a noi, un senso a tutto ciò che è stato. Ne usciremo uomini migliori? Non lo so. Ci basterà uscirne uomini».

LA VITA DOPO IL CARCERE
Anche questo libro, come “Dentro” di Sandro Bonvissuto, oltre a occuparsi dell’esperienza carceraria, tocca il tema della vita dopo il carcere, che per alcuni può essere problematica al pari dell’altra. Scrive Muritius Gookooluk in un’annotazione in calce alla sua poesia “Ritorno in carcere” (titolo già di per sé eloquente): «Per un ex carcerato che torna in libertà i problemi sono immensi. Paradossalmente, è meno difficile vivere per anni in questo mondo recluso, perché hai una speranza, piuttosto che sentirsi soli, abbandonati e senza affetto, spesso inesistenti all’occhio del “mondo libero” che è insensibile, perché non vede le persone in difficoltà e non sente il loro disagio».

logo ChiPiùNeArtPER UNA LETTURA ATTIVA E SOLIDALE
Cerchiamo allora di non restare indifferenti al lamento di chi sta in carcere e di chi ne è uscito. Tanto per cominciare, possiamo farlo acquistando quest’antologia, il cui ricavato sarà in parte devoluto dalla casa editrice al Telefono Viola, che si occupa di abusi sui detenuti. Chi è interessato ad acquistare l’antologia può scrivere a info@chipiuneart.it

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