Raccontonweb: “Leggera come spuma” di Lucia Bonanni

Raccontonweb: “Leggera come spuma” di Lucia Bonanni

Leggera come spuma (Storia surreale in Terra di Mugello)

Non si era mai sentita così leggera!
Neppure nel momento in cui era scoccata la scintilla e la sua vita aveva iniziato a prendere forma.
Da dentro quell’involucro Psykhè vedeva il mondo attraverso lo sguardo di un corpo in continuo cambiamento e tutto le giungeva filtrato dai sensi sempre in guerra tra loro.
Come un automa si guardò allo specchio del bagno e trasalì nel vedere la sua faccia bianca e smorta come quella di un fantasma. Poi andò alla specchiera della camera da letto e lì per lì non riconobbe l’esile figura che le stava di fronte. Adesso che era uscita da quella sagoma si muoveva con passi lenti e impacciati e, nuda com’era, le faceva anche freddo. Dall’armadio prese uno scialle e se lo mise addosso come era solita fare la sua padrona al mattino appena alzata. Poi si avviò nel corridoio, tirò su gli avvolgibili, inserì un CD nel lettore e diede da mangiare alla gatta che aveva preso a miagolare.
Rimase sorpresa nel vedere Giulia ancora addormentata perché di solito si levava presto e dedicava il proprio tempo alla scrittura e poi alle faccende domestiche.

Il giorno prima aveva partecipato ad un trekking dal Passo della Colla fino a Badia di Moscheta, almeno così le sembrava, e adesso voleva riposare, pensò Psykhè mentre si preparava la colazione.
La temperatura della casa era scesa di alcuni gradi e lei iniziava a rapprendersi come latte accagliato. Forse sarebbe stata meglio al calduccio e decise di tornare in quel corpo dove aveva abitato fino a qualche ora prima. Andò in camera. Si accostò al letto. Scostò le coperte e piano si infilò sotto le coltri. Appoggiò una mano sul petto della donna e con delicatezza cercò di scivolare all’interno di quella sagoma come ci si fa scivolare addosso un abito di seta. Tentò più volte, ma la rigidità delle forme impediva un qualsiasi passaggio.
Rassegnata al proprio destino, scostò le lenzuola e andò a rannicchiarsi sulla poltroncina di velluto ai piedi del letto. Si coprì con un plaid e si lasciò andare ad un sonno profondo.

Non sapeva, se stesse sognando. Se fosse in una nuova realtà. Sentiva un tepore delicato insieme ad un gorgoglio di acque che le ricordava tanto quella del mare.
Leggera come spuma sulle onde, le sembrò persino di nuotare e fare capriole in un liquido in cui galleggiavano anche esfoliazioni di epidermide mentre lei di tanto in tanto si aggrappava ad una specie di liana per tenersi ferma. Lì dentro era più buio del luogo dove si trovava adesso, ma le piacevano tanto tutte quelle carezze e tutti quei profumi che le giungevano su un propagarsi di onde come se qualcuno avesse gettato sassi in uno stagno.
Adesso tutto era quiete e silenzio in quella stanza e dovettero trascorrere un paio di giorni prima che qualcuno giungesse a fare confusione. Giulia trovò dimora nel piccolo cimitero di Lucigliano mentre Psykhè restò a contare gli anni che aveva trascorso insieme a quel corpo inanimato.

Per qualche ora restò a girellare per casa. Sfogliò un album di fotografie e cambiò l’acqua ai crisantemi, i fiori preferiti di Giulia. Rimise i libri sulle mensole e scrisse un biglietto di commiato che lasciò vicino alla cornice di una vecchia fotografia. Poi indossò il mantello di lana, aprì la porta e si incamminò lungo il viottolo ormai coperto da uno strato bianco e uniforme.
Mentre attraversava il giardino, si sentì sollevare per l’ascelle e in attimo si ritrovò a volteggiare insieme ai fiocchi di neve che cadevano con ritmo regolare come se stessero danzando. Cercò di capire, ma intorno a sé non riusciva a vedere nessuno. Quello che riusciva a percepire era soltanto un delicato fruscio.
corso d'acqua spumeggianteEra bello volare in mezzo a quel biancore e finalmente si sentì pacificata col Mondo e con se stessa. Sorvolò le montagne e la valle; vide la Sieve, la Lora e il Tavaiano, poi il lago, la pieve di San Giovanni, il castello del Trebbio e il campanile longobardo che si appoggia sulla cupola di una basilica romanica, la fortezza di San Martino e il castello di Cafaggiolo. Verso sera giunse in un luogo dove tutto era di soffice spuma e una luce dorata filtrava attraverso cirri di bambagia. Nel suono della musica che accompagnava i suoi movimenti, le parve di riconoscere gli arpeggi di una nenia che le giungeva da un tempo lontano e sentì che alcune lacrime avevano preso a rigarle il viso.

In quel coro di anime a Psykhè fu assegnato un posto poco distante dalle sorgenti dell’Arno. Le fu dato anche un quaderno, penne e matite colorate in modo che anche lì potesse continuare a creare versi per fare più bella la Terra che l’aveva ospitata per così tanto tempo.
Su quella montagna “verde nero e argento: (la) solenne Falterona che si gonfia come un enorme cavallone pietrificato” proprio come aveva letto negli scritti del poeta di Marradi, il tempo non aveva consistenza. Le anime si nutrivano di miele selvatico e passeggiavano tra piante secolari e un sottobosco di gigli bianchi e fiori d’oro.

Sulla Terra, invece, le incertezze si susseguivano alle incertezze e spesso la Natura si dichiarava nemica degli uomini.
A quell’epoca il giardiniere di Giulia, era un ragazzotto sui trent’anni. Occhi chiari e sorriso angelico, indossava sempre un cappello di paglia e teneva gli arnesi da giardinaggio nelle saccocce di un grembiule stinto dal tempo. Di quelle aiuole curava ogni dettaglio ed ogni fiore era per le sue mani un oggetto d’amore.
Al contrario di lui, suo zio era una persona dallo sguardo gelido e il cuore rugoso. Più volte aveva cercato di insidiare Giulia e più volte la donna lo aveva respinto.
Ma quella sera che l’aveva sorpresa da sola ad innaffiare i suoi amati germogli, l’aveva trascinata nella serra e l’alba l’aveva trovata con gli abiti stracciati e gli occhi spenti.
Le acconciarono i capelli con nastri di seta e la adagiarono in un letto di petali di rose.
Ma chi! Chi si era preso cura della donna, se la stanza in cui si trovava era completamente immersa nel silenzio e la casa completamente deserta?
Psykhè era troppo sconvolta per poter ricordare! Era avvenuto tutto così in fretta che le restava difficile poter dare un volto a chi l’aveva privata della presenza della sua padrona.

Ed ancora questo si chiese Psykhè, quando le fu consegnato il quaderno di Giulia! Un quaderno in cui erano stati disegnati gigli bianchi e fiori d’oro. Ma come poteva essere giunto fino a lei quel quaderno in cui lei poteva continuare a scrivere versi?
Questa, però, é un’altra storia! Una storia infinita! Immortale come solo sa essere immortale la vita di ogni Anima che vive a contatto con la Natura e si eterna di Poesia.

Lucia Bonanni
Di quest’autrice abbiamo già pubblicato altri racconti

 

Nella foto di Lucia Bonanni il torrente Carza alla confluenza con la Sieve

 

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