Legalizzala, la prostituzione!

Legalizzala, la prostituzione!

Non siamo tutti uguali - Giada Baronedi Marcella Onnis

Sin dalle prime righe di “Non siamo tutti uguali”, ho simpatizzato con l’autrice, Giada Barone che, come me, comincia le frasi con “e” e “ma” anche se le hanno insegnato che non si fa. Questo non significa che condivido tutte le sue opinioni, cosa che peraltro penso le faccia piacere perché già di per sé dimostra che non siamo tutti uguali. Su molte cose, però, ci troviamo perfettamente in sintonia, soprattutto su due discorsi: quello sull’assistenzialismo, di cui ho parlato nell’articolo “Non siamo tutti uguali! Parola di Giada Barone”, e quello sulla prostituzione, su cui ora mi voglio soffermare.

SE È IL MESTIERE PIÙ ANTICO… – Vi confesso che, mentre leggevo queste righe, ho proprio esultato: non capita spesso, in Italia, che si parli pubblicamente di liberalizzazione della prostituzione e ancor meno capita che ad avanzare queste proposte sia una donna, perlomeno una che non sia una prostituta. Ebbene sì, anche se, dopo aver letto “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco, le mie convinzioni non sono più granitiche, anche io sono a favore della “libertà di prostituzione” e, direi, della riapertura delle case chiuse. Purché, chiaramente, tutto avvenga in regola, sia dal punto di vista sanitario che fiscale, e senza alcuna forma, neppure mascherata, di sfruttamento.

Ma andiamo per ordine: se la prostituzione è definita il mestiere più antico del mondo, significa che esiste praticamente da sempre. E se così è, evidentemente risponde a un bisogno insopprimibile dell’essere umano. Allora perché ostinarsi a negare questa evidenza, perché continuare ipocritamente a far finta che si possa eliminarla e combatterla? È tempo di disfarsi della classica soluzione all’italiana, che punisce ma non proprio punisce per far finta di contrastare senza davvero contrastare. Scrive Giada Barone in “Non siamo tutti uguali”: «La prostituzione non è reato ma lo sono l’induzione, il favoreggiamento e lo sfruttamento. Giusto. E cosa delimita lo sfruttamento e l’induzione?» Il modo in cui si interpretano questi concetti fa sì che si condanni non chi la pratica (che, però, ufficialmente non può neppure dire di fare questo mestiere) ma chi ne usufruisce e magari anche chi semplicemente non la contrasta. Soluzioni sbagliate che partono da presupposti sbagliati: «Meglio fare tutto al buio, di nascosto, per le strade, nello sporco di un parcheggio, nel freddo di un motel, a morire di vergogna per una scopata. Dico io: Ma non ha mica ammazzato nessuno quello là. Tu offri un servizio e io te lo pago, che male c’è? Il crimine qual è? Certo è un servizio particolare ma sempre un servizio è, se è rivolto a qualcun altro, o no? E nessuno è obbligato a usufruirne. Non parlo naturalmente delle schiave del sesso, di tutte quelle donne-bambine picchiate, sfruttate, violentate e obbligate a prostituirsi. Quelle sono vittime di persone(?) che, si torna lì, sono criminali e vanno puniti, non c’entrano niente né con la sessualità né tantomeno con la libertà. E anche senza induzione e sfruttamento della prostituzione stupri, violenze e ricatti sono già reati, sono già motivi più che sufficienti per la galera, o no?!» Per me sì.

prostituzione nell'antica Grecia“C’È CHI LO SCEGLIE PER PROFESSIONE” – “Legalize it, Don’t criticize it”, cantava Peter Tosh a proposito della marijuana, ma lo slogan si presta anche a questo discorso. La prostituzione esisterà sempre perché sempre ci sarà chi ne vorrà usufruire («Parlo di quegli uomini che non fanno male a nessuno ma che per i motivi più vari e variegati vogliono, o devono, pagare per fare sesso» scrive Giada Barone, pensando innanzitutto alle persone con disabilità e solo per una svista dimenticando che può trattarsi anche di donne). E, dall’altra parte, ci sarà sempre chi la vorrà offrire. Fingere che ci si prostituisca solo per costrizione o per bisogno di racimolare soldi in qualche modo è da ipocriti: c’è anche chi lo fa perché preferisce questo lavoro a un altro, “C’è chi lo sceglie per professione” cantava De André in “Bocca di rosa” già tanto tempo fa. E, come mi ha ricordato Giada Barone, tra queste persone ci sono anche uomini: «[…] ci sono delle donne (e anche degli uomini) maggiorenni, vaccinate, consapevoli, che godono a far godere, godono nell’essere cercate e pagate per ciò che fanno, perché lo fanno bene, perché si sentono speciali per questo, perché non sono come tutte quelle che la danno via gratis. Quelle che dare piacere è un’arte e come tutte le arti e i servizi vanno commissariati e retribuiti. Quelle che pagherebbero le tasse

Lo scambio di prestazioni, sesso contro denaro, è un fatto quotidiano, ci piaccia o no: meglio, dunque, che avvenga lontano dagli occhi di chi non è interessato, soprattutto dei bambini, e che si svolga con discrezione e in totale sicurezza per entrambe le parti. Questo sì che restituirebbe alla nostra società un po’ di pudore e dignità. Senza contare che regolarizzare tale attività permetterebbe all’Erario di acquisire più introiti e di risparmiare un po’ delle risorse che attualmente si spendono per curare malattie sessualmente trasmissibili come Aids ed epatite C.
Chiaramente la soluzione andrebbe studiata bene per evitare di legalizzare di fatto forme di sfruttamento e di offrire copertura alla tratta di esseri umani. Sicuramente, quindi, è da escludere che la prostituzione possa essere praticata in forma di lavoro dipendente, ma potrebbe svolgersi come libera professione o lavoro autonomo, anche in cooperative di soci-lavoratori, perché no.

LA GRADUATORIA DELL’AMORALITÀ – Lo so, qualcuno – più di uno – storcerà il naso e proverà ad avanzare le solite obiezioni, prima fra tutte che è una pratica amorale e dunque non può essere legalmente riconosciuta. A chi la pensa così vorrei chiedere, allora, se sia più moralmente accettabile sposare un uomo ricco per farsi mantenere o concedere prestazioni sessuali in cambio di posti di lavoro e promozioni (cosa che non accade solo nel mondo dello spettacolo). Per me non lo è, è qualcosa di disdicevole e per giunta più ipocrita, però è lecito!

Ancora: quando una donna fa carriera, siamo pronti a pensare male e le prime a farlo siamo proprio noi donne. Un atteggiamento deplorevole che, però, presuppone l’ammissione che esistano persone che usano volontariamente il proprio corpo come merce di scambio. Allora perché non accettiamo che chi vuole possa farlo per professione? Ci contraddiciamo di continuo, infatti, in altri contesti, incoerentemente siamo subito pronti a credere che le donne siano sempre inconsapevoli vittime di uomini lascivi e senza scrupoli. Penso soprattutto ai grossi scandali che coinvolgono periodicamente uomini politici e grandi imprenditori: le varie Monica Lewinsky, Ruby e le Olgettine, ecc…, per noi sono indiscutibilmente vittime e carnefici sono sempre e solo gli uomini coinvolti nello scandalo. Io credo, invece, che spesso e volentieri ci troviamo davanti a donne che sapevano benissimo cosa stavano facendo e hanno usato il potente di turno nella stessa misura in cui lui ha usato loro: sesso contro denaro, notorietà, incarichi…. Spiegatemi perché, altrimenti, le prese di distanza e le denunce, in sede penale o tramite media, arrivano solo, magari a distanza di anni, quando scoppia un’indagine e/o il potente in questione è decaduto o è comunque in difficoltà. E sì, se ve lo state chiedendo, penso che questo valga anche per buona parte delle presunte vittime di molestie sessuali da parte di Donald Trump: sarà anche un porco maschilista, ma in vita sua credo abbia incontrato tante donne con la sua stessa discutibile moralità.

Per tutte queste ragioni, dunque, faccio mia e rivolgo anche a voi l’esortazione che Giada Barone fa allo Stato: «[…] sveglia Stato parlo con te: ci sta che non ti piaccia la pratica, che ti facciano paura le conseguenze, la troppa libertà, ci sta che non ti fidi, qualcuno se ne potrebbe approfittare, ma cazzo allora controllami, mettimi delle nuove leggi, regole di base che tutelino il “libero professionista”, “il consumatore” e i liberi cittadini con la loro libera, differente e personale etica morale

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