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Il punto su… le proteste-pretesto contro la riforma Gelmini – 2^ parte

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(segue)


Il punto secondo Francesco Belladonna.

Ho letto che a Roma molti allievi ed insegnanti hanno deciso di andare in giro “listati a lutto” con un nastrino nero per simboleggiare la morte della Scuola. Non entro nei dettagli della protesta perché secondo me sono –appunto- dettagli.

Secondo me la scuola è morta da quando non ci sono più maestri, da quando hanno pensato che le nozioni fossero più importanti del metodo, da quando si sono sentiti impiegati statali (absit iniuria verbis). I tempi saranno cambiati. La mia maestra durante il primo anno di scuola elementare, mentre noi facevamo le “aste”, ritagliava i numeri del calendario (sapete quello a foglietti), noi eravamo stupitissimi e lei ci diceva : “vedrete, vedrete il prossimo anno”. L’anno successivo con quei foglietti del calendario e un pannello di compensato -molto grande- aveva fatto una gigantesca tavola pitagorica e noi, all’incrocio di numeri, andavamo ad appendere il cartoncino che conteneva il risultato giusto della moltiplicazione: aveva tenuto la “suspence” per un anno intero nei confronti della noiosissima tavola pitagorica. Tenemmo il pannello appeso in classe fino alla quinta, così ogni volta che entravamo ripassavamo le tabelline (per incidens con quel pannello ed alcuni elastici ci faceva vedere le figure geometriche, e l’ultimo anno ci spiegò anche i grafici): Com’era semplice, come era moderna, anche oggi quando faccio una moltiplicazione a mente rivedo il colore rosso spento dei numeri sul bianco carta velina del foglietto del calendario(era la moglie di un preside, una persona importante nella gerarchia, ma l’aveva aiutata a piantare i chiodini nel compensato per appendere i numeri). Il suo motto era “si lavora a scuola, non vi faccio fare i compiti a casa, imparate a fare il tema subito in bella copia”. Ci ha insegnato a “leggere, scrivere e far di conto” fino a quando tutti, ma proprio tutti lo sapevano fare bene e se qualcuno lo sapeva fare meglio degli altri, gli dava da fare cose supplementari, affinché fosse impegnato mentre lei occupava il suo tempo a rispiegare a quelli che erano rimasti più indietro. All’ultima ora ci leggeva un capitolo dei Promessi Sposi, come fosse una favola, e su qualche passo commentava: “sentite come lo dice bene … guardate che qui mette la virgola, guardate che qui mette i due punti, qui invece mette il punto e virgola …”. Non ho più avuto un’ insegnante come lei. Per quello che mi riguarda la scuola è morta con lei (per assicurare la continuità didattica alla nostra classe, andò in pensione con due o tre anni di ritardo rispetto alla decisione già presa, in modo da poter terminare il nostro ciclo).

Non credo che sia più un problema di una o di tre maestre, credo che sia un problema di cultura. La pluralità di input -scambiata per cultura- al posto del filo rosso che permette di aggirarsi tra i pensieri. Sono sicuro che chi legge ha una certa familiarità con i libri di testo moderni: barattano la profondità del pensiero con la magniloquenza, il tecnicismo e la suggestione dell’esposizione; la fraintesa ipertestualità, adottata come stile, nasconde l’incapacità di comunicare in maniera efficace: manca l’ansia di farsi capire. Lei ci diceva sempre che non dovevamo credere a delle cose solo perchè erano scritte in un libro, che anche i libri spesso sbagliano, che dovevamo cercare di capire le cose da soli ragionandoci sopra. Mamma mia come sono stato fortunato!

Le polemiche di questi giorni, dal mio punto di vista, non hanno niente a che fare con il problema di fondo. Socrate faceva lezione mentre passeggiava. Secondo me bisogna ragionare sulla parola “maestro” (N.B. anche il professore è un maestro).

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