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Le launeddas, il suono dell’anima della Sardegna – 2^ parte

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Proseguiamo con il nostro resoconto del convegno “L’arte delle launeddas”, tenuto a Ussaramanna nell’ambito della manifestazione “Suoni di Sardegna per la Sardegna”.

di Marcella Onnis

(continua)

locandina dell'evento Suoni di sardegna per la SardegnaDAL BINOMIO INNOVAZIONE-TRADIZIONE IL PROGETTO C.A.M.S.A.
Se Lallai e Pala hanno condotto il pubblico lungo un viaggio dal passato al presente, il dott. Andrea Corona l’ha proiettato verso il futuro. Musicista, compositore e ricercatore, Corona è direttore scientifico del progetto “C.A.M.S.A. – Codifica ed Analisi della Musica da Strumenti Acustici”, sviluppato dal Dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica dell’Università di Cagliari. Il progetto è incentrato su un software per l’analisi polifunzionale del suono, ossia un programma che «contribuisce a codificare gli strumenti acustici». Un primo prototipo è stato testato con le launeddas, grazie alla collaborazione del musicista Andrea Pisu (che si è poi esibito a Ussaramanna il 10 agosto insieme ai Tazenda, nell’ambito dei festeggiamenti in onore di San Lorenzo). Inizialmente il software registrava solo il movimento delle dita per cui – ha spiegato Corona – era in grado di tracciare solo una partitura grezza dal punto di vista dell’altezza del suono, ma era comunque utile per eseguire un test. In cinque anni, però, il programma è stato ulteriormente sviluppato, eliminando tutti gli orpelli che, inizialmente, era necessario applicare allo strumento e rendendo possibile l’utilizzo dei soli microfoni. Attualmente è possibile rilevare anche le più piccole caratteristiche di suono di un determinato strumento o suonatore; per la precisione, ha evidenziato Corona, il software è in grado di rilevare particolari 24 volte inferiori al semitono, il più piccolo intervallo di suono. Il direttore scientifico del progetto ha poi precisato che «le launeddas sono l’elemento centrale, ma il software può essere usato per qualunque tipo di strumento acustico» e che «è utilissimo per la musica improvvisativa come il jazz o la musica popolare, dove spesso nella performance è inclusa la composizione». Il software consente, infatti, al musicista di “archiviare”, “tracciare” l’esecuzione. «Volevamo fare una fotografia della musica ad altissima risoluzione, soprattutto perché con le launeddas esistono tantissime sfumature, cosa che, ad esempio, non succede con il pianoforte». Sfumature che, ha spiegato ancora Corona, includono anche la durata delle note e che non si possono riprodurre sul pentagramma. Fino ad oggi, infatti, i sistemi di scrittura elettronica dei valori musicali operavano una semplificazione dei suoni tracciati, per cui non era possibile una trascrizione precisa del suono realmente prodotto.

BENTZON, L’AMICO DELLE LAUNEDDAS
Come emerso da questi interventi, lo studio e la ricerca sono un elemento chiave per la conservazione e la promozione dei beni identitari quali le launeddas. Al più grande studioso di questo strumento, Andreas Fridolin Weis Bentzon, è stato dunque dedicato l’ultimo intervento del convegno e la seconda parte della manifestazione. Introducendo il contributo del dott. Dante Olianas, Ottavio Nieddu ha ricordato che Bentzon «ha fatto scaturire un meccanismo virtuoso dello strumento, i primi “sguardi lunghi” per cui si è cominciato a pensare alle launeddas come a uno strumento musicale etnico per un uso non solo comunitario, ma anche per altri generi musicali». Il giornalista ha poi evidenziato come il prezioso lavoro dello studioso danese sia venuto alla luce grazie all’associazione Iscandula e sia ancora parzialmente sconosciuto.

Dante Olianas, direttore dell’associazione, ha raccontato di essere approdato allo studio di questo strumento per vie traverse, grazie alla sua passione per la musica indiana, di cui poi ha scoperto essere appassionato anche Bentzon. Peraltro, anche nella musica indiana è utilizzato il metodo della respirazione circolare, lo stesso necessario per suonare, appunto, le launeddas.

Andreas Bentzon in sella alla sua moto NimbusCompositore, ricercatore e musicista (come il padre e il nonno), l’etnomusicologo e antropologo effettuò un primo viaggio in Sardegna nel 1953 a soli 16 anni, grazie ai risparmi accumulati suonando in una jazz band. Si interessò subito alla gara poetica logudorese e, proprio grazie a un poeta conosciuto in questa occasione, scoprì le launeddas. Due anni dopo tornò, dunque, nell’Isola per studiare lo strumento e, più in generale, per capire la mentalità dei sardi. Sin da allora mostrò un grande ingegno nel superare le difficoltà economiche: lui e la fidanzata di allora, infatti, si fecero assumere dal Circo Zanfretta come inservienti addetti agli animali e con loro ebbero modo di spostarsi per la Sardegna. Il loro peregrinare, già di per sé degno di un romanzo di avventura, si fece ancora più rocambolesco quando, prima a Sedilo poi a Cagliari, furono scambiati per spie dovendo quindi fuggire. Dal capoluogo dovettero addirittura abbandonare la Sardegna in fretta e furia per rifugiarsi a Napoli.

Tornato in Danimarca, Bentzon organizzò un nuovo viaggio per riprendere i suoi studi e da lì ripartì di nuovo in moto, nel novembre 1957. La tenacia con cui affrontò i dieci giorni di viaggio a quelle rigide temperature fu premiata dagli inaspettati risultati delle sue indagini: lui, straniero in una terra popolata da genti notoriamente diffidenti, riuscì, infatti, a superare ritrosie, gelosie e ottusità, potendo registrare e fotografare numerose testimonianze. Non solo: in quel periodo raccolse ben 370 oggetti di varie dimensioni (tutti censiti nel suo archivio fotografico) che, un po’ alla volta, trasportò in moto e spedì in Danimarca. Con questi oggetti – ha raccontato Olianas – realizzò nel suo Paese la prima esposizione etnografica sulla Sardegna.

Nel 1962 tornò di nuovo nell’Isola con la proposta di una collaborazione tra le Università di Copenaghen e di Cagliari per studiare la poesia della Sardegna meridionale. Il progetto, però, saltò a causa di quelle che Bentzon stesso definì «complessità politico-burocratiche» (il che non desta certo stupore, purtroppo), così lo studioso decise di procedere per suo conto.

Morì a soli 35 anni, stroncato da un tumore, lasciandoci in eredità uno studio incompleto sulla comunità pastorale di Nule e un immenso patrimonio culturale: tra documenti, fotografie, filmati, registrazioni e oggetti, Bentzon accumulò una quantità di materiali che – a detta degli studiosi – raramente viene raccolta da un solo antropologo.

Una vita breve ma molto intensa e per noi preziosa che il dott. Olianas ha raccontato in un sardo fluente, con dovizia di particolari, anche divertenti, e con il supporto di numerose e significative fotografie appartenenti all’archivio di Bentzon.

copertina del dvd Is launeddas - la musica dei sardi“LAUNEDDAS, IL FILM RITROVATO”
La seconda parte della manifestazione è stata incentrata sul film–documentario “Is launeddas, la musica dei sardi”, per la maggior parte costituito da brevi filmati girati da Bentzon in persona e recuperati grazie all’intuito e l’ostinazione di Dante Olianas.  Per lo studioso danese erano semplici «appunti in pellicola», che non aveva neppure catalogato, ma si tratta, invece, di testimonianze preziosissime. Testimonianze che, grazie al montaggio di Fiorenzo Serra, sono diventate un corpo organico che vuole essere «un omaggio affettuoso e riconoscente a un grande studioso e amico della Sardegna», come annuncia la voce fuori campo all’inizio della pellicola.

Olianas ha raccontato di aver provato una grande emozione nel sentire e vedere, mentre si trovava a Copenaghen, il maestro Antonio Lara suonare le launeddas. Ma la proiezione di queste immagini è stata coinvolgente anche per il pubblico che dalla Sardegna non si è dovuto spostare per scoprirle. Le testimonianze cinematografiche raccolte da Bentzon mostrano scene di vita quotidiana e comunitaria: il lavoro nei campi; le processioni; i lavori e gli animali domestici; l’operazione del taglio delle canne e della successiva  costruzione delle launeddas; le musiche, i canti e i balli sardi…

Bello, però, è anche notare la spontaneità catturata da questi fotogrammi: l’imbarazzo nel viso di una giovane donna ripresa durante il suo lavoro, lo sguardo stranito dei chierichetti mentre sfilano davanti alla cinepresa o il gesto, ripetuto più volte, con cui il sacerdote invita il launeddista a interrompere la sua esecuzione mentre la processione fa il suo ingresso in chiesa.

il gruppo folk Val d’Akragas durante un'esibizione

DUE ISOLE, UN PATRIMONIO COMUNE
La terza e ultima parte della manifestazione è stata incentrata su balli e musiche folk.

Per primi si sono esibiti i ragazzi del gruppo “Val d’Akragas” di Agrigento, accompagnati da giovani musicisti e dai loro strumenti musicali, tra i quali – per restare in tema di strumenti a fiato tradizionali – il fischietto.

 

il gruppo folk Sa Jara mentre balla

 

Dopo di loro è stata la volta del gruppo “Sa Jara” di Tuili, anche questo composto da giovani ballerini.

La formazione sarda è stato accompagnato dall’orchestra Cuncordia a launeddas, che, successivamente, si è esibita da sola in alcuni brani.

 

In questo video amatoriale potete ascoltare un momento della loro esibizione:

 

La foto di Andreas Bentzon in sella alla sua Nimbus è ripresa dal sito dell’associazione Iscandula

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