Le iniziative culturali, se non si è conosciuti, non trovano quasi mai spazio sia in ambito pubblico che privato: da qui l’ipocrisia impera ovunque

di Ernesto Bodini (giornalista e divulgatore di tematiche sociali)
Forse non in tutte le città d’Italia quando si tratta di intraprendere iniziative culturali, qualunque siano i temi, si trovano notevoli difficoltà sia nell’essere accolte che nell’essere comprese. E questo, nonostante il carattere del non profit. Tra queste la città di Torino dove io risiedo e che ben conosco, da molto tempo è sempre più difficile essere accolti con qualche buona idea di carattere culturale, sia da enti privati (associazioni) che che Enti pubblici. Tale difficoltà è aggravata dal fatto in quanto si manca della cosiddetta sponsorizzazione, o della appartenenza ad un certo filone politico-partitico, ed ancor peggio se non si rientra in quel “aureo” mondo che si chiama nepotismo o clientelismo. Questa non considerazione e quindi non obiettività fa molto pensare, tanto da indurre coloro che hanno capacità e buone intenzioni a non fare più nulla per il prossimo e tanto meno per le stesse Istituzioni, ma in compenso ci pensano i mass media televisivi ad entrare nella psiche umana più “contorta” e irrazionale, con proposte che definirle becere è un eufemismo. Inoltre, si dà sempre più importanza a soggetti che hanno acquisito una certa notorietà pubblica, in bene o in male, e questo a mio avviso contribuisce a far crescere una società su falsi valori… e poi ci si lamenta se si verificano situazioni spiacevoli di qualsivoglia natura. Oggi, più che mai, c’è solo spazio per gli idoli dello spettacolo, dello sport e dei nullafacenti tout court per scelta e, paradossalmente, è maggiormente considerato che si propone con qualunque iniziativa (anche culturale) previo compenso: in dare o in avere! Ecco, anche questo è uno spaccato della società italiana (e torinese) che si è formata soprattutto in questi ultimi tre decenni, all’interno della quale impera l’incomprensione, l’indifferenza, la compiacenza e l’opportunisno, mentre la buona fede e l’anticonformismo restano dietro l’angolo e il più lontano possibile. Forse, per essere considerati bisogna essere dei politici o persone in odore di santità, come se tali appartenenze fossero l’unica garanzia di una buona crescita sociale. Inoltre, per quanto riguarda le ricorrenze da onorare, solitamente si prediligono persone e fatti che hanno dato lustro alla società soprattutto se sono “sponsorizzate” da tizio piuttosto che da caio o sempronio e, in questi casi, ciò che maggiormente attira la popolazione sono le fastosità coronate da vessilli e bandiere o fanfare, al centro di coreografie che stuzzicano gli appetiti del cittadino più superficiale e materialista… Un tempo si era soliti ricordare protagonisti che hanno dedicato la propria esistenza al benessere comune, spesso anche a spese proprie o comunque senza diventare ricchi; si prenda ad esempio chi ha perso la vita nell’aver realizzato un prodotto per migliorare la salute di tutti, come gli scopritori della anestesia generale, o i Raggi X per non citarne altri; mentre risulta di maggior effetto ricordare coloro sono entrati nella storia per altri motivi e in determinati periodi e contesti. In buona sostanza cos’altro dedurre da questi esempi di ipocrisia? Vorrei rispondere con questa mia convinzione: molti uomini d’oggi non vogliono essere utili ma importanti e, di conseguenza, anche se si vale e non si è nessuno, non si è considerati. Ed è perfetamente inutile che le Istituzioni prediligano gli onori all’onore. E l’onore lo si merita anche.avendo il coraggio di fare queste considerazioni.