Le immutabili élites. La mancanza di un vero ricambio sottolinea l’impasse del sistema politico italiano

di Angela Casilli

Dopo la vittoria elettorale nel 2018 del Movimento Cinque Stelle e la formazione di ben due governi a guida del prof. Conte, nonché la sostituzione dell’ultimo governo Conte con il governo del prof. Draghi, senza poter andare al voto a causa della pandemia da Covid-19, si leggono sui giornali, e si ascoltano nelle trasmissioni televisive, due diverse analisi del quadro politico nel nostro Paese.

La prima si sofferma sull’imborghesimento e sul conseguente distacco della sinistra dalla sua base tradizionale; la seconda analizza il sentimento di ostilità e malcelata rivolta di vasti strati dell’elettorato contro le élites identificate con la globalizzazione, il multiculturalismo, l’immigrazione, il politicamente corretto. Entrambe le analisi evidenziano un sempre più diffuso sentimento di avversione verso le classi dirigentiche porta al populismo come riflesso condizionato, però senza tenere nel debito conto la specificità delle élites italiane.

I governi a forte impronta popolare e le élites naturalmente confliggono, ma la storia che ha approfondito questo antagonismo ha anche chiarito come le moderne società senza élites non possono funzionare, purché non siano élites del privilegio o della nascita, ma del merito.

Purtroppo non è il caso del nostro Paese, infatti negli ultimi trent’anni, complici tre fattori come il ristagno economico, la cronica mancanza di sviluppo del Mezzogiorno, la crisi sistematica del nostro sistema scolastico e universitario, aggravato oggi come non mai dalla pandemia, le élites non hanno avuto nessun ricambio significativo, anzi hanno manifestato un carattere sempre più ereditario.

Ovunque il titolo preferenziale per accedere al pubblico impiego o ad altri settori non è una laurea o i meriti acquisiti nel campo lavorativo, ma l’appartenenza ad una precisa classe sociale; è, quindi, un titolo ereditario-familiare e ciò accade nelle università, nella magistratura, nella diplomazia e via discorrendo.

Bisogna anche dire che non sempre il merito è assente, ma è sempre più presente la possibilità di affermarlo solo se le condizioni familiari di partenza lo consentono, anzi, sovente esse sono il solo titolo preferenziale.

In questa disamina va però ricordata l’antica avversione, tutta italiana, per la competizione e la trasparenza unita all’altrettanto antica disposizione a privilegiare le relazioni sociali sulle competenze, a totale svantaggio degli strati piccolo-borghesi e meno favoriti dal benessere; a vantaggio, invece, degli strati più alti della società consentendo ai più capaci e intelligenti di guidare per oltre trent’anni il nostro Paese.

Il risultato non ci conforta, perché sempre meno possiamo contare su quella risorsa rappresentata dalla brillante genialità italiana, così spesso presente nella nostra storia. Da quanto finora rilevato deriva la natura sostanzialmente chiusa, iperomogenea, autoreferenziale delle élites italiane, con tre caratteristiche che sono: a) l’età avanzata, b) la scarsa presenza di donne, c) la provenienza ideologica di centro-sinistra, requisito indispensabile, quest’ultimo, per essere ammessi ai vertici della politica.

In ultimo, conformismo, carrierismo, ostilità ad ogni cambiamento, riluttanza a prendere decisioni importanti o impopolari. In sintesi, sempre più vicina la classe dirigente italiana ad un’oligarchia vera e propria. E questo spiega il vasto sentimento di avversione che oggi, come ieri, suscita in molti.   

*già docente di storia e lettere nei licei di Roma

Tutte l’opinioni presenti nel sito, corrispondono solo a chi la manifesta. Non sono necessariamente l’opinione della redazione e della Direzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.