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Il punto su … le elezioni in Sardegna.

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Il sipario è praticamente calato sulle elezioni in Sardegna (i dati definitivi non sono ancora disponibili, ma non ci saranno grandi sorprese) e per quelli che non fanno parte del carro dei vincitori è tempo di bilanci. Qualcuno, aldilà del mare, il suo l’ha fatto in quattro e quattr’otto, arrivando persino a dare le dimissioni, ma sono in molti ad avere di che riflettere.

Il primo dato da esaminare, prettamente politico e quindi di interesse per l’intero Paese, è il misero risultato conseguito dalla coalizione di centrosinistra. Le cifre parlano chiaro: l’elettorato tradizionale è ormai stufo di farsi rappresentare da partiti vecchi o, nella migliore delle ipotesi, pseudo-nuovi e pseudo-unici; mentre gli indecisi e coloro che non hanno un’appartenenza politica forte preferiscono votare per l’unica coalizione attualmente in grado di portare a termine una legislatura. I partiti dell’estrema sinistra, in bilico tra un passato che non si vuole rinnegare ed un futuro che non si sa come gestire, sono ormai ridotti al fantasma di se stessi … e l’Italia dei valori ringrazia: questo partito relativamente nuovo, meno politico e guidato da un leader piuttosto pittoresco, che non disdegna manifestazioni in piazza ed attacchi anche gratuiti alle istituzioni, è quel che i “transfughi” vanno cercando. Ad uscire più scornato di tutti, comunque, è il Pd, partito formalmente unico ma palesemente lacerato da conflitti interni che non risparmiano nessuno dei temi possibili ed immaginabili. Un partito diviso persino sulla scelta del leader, che sia il segretario nazionale o quello locale, come è accaduto con il Pd sardo, attualmente commissariato. Un partito che ha scontato, dunque, le sue contraddizioni, prima fra tutte quella di aver ricandidato un uomo inviso a buona parte dei suoi stessi vertici (scelta in cui, a voler pensar male, potrebbe aver avuto un certo peso l’acquisto dell’Unità da parte di Mister Tiscali). Un ruolo nella “catastrofe elettorale” l’hanno avuto anche alcune scelte discutibili operate al momento della stesura delle liste, come la decisione di applicare la regola del divieto di ricandidatura per coloro che avevano alle spalle già due mandati. Così, in nome del dogma del rinnovamento, senza che fossero prima giudicati su quanto svolto, molti volti noti sono rimasti a casa … con una buona quota dei voti che si portavano dietro.

Il vero perdente, quindi, è il Pd, non tanto Renato Soru, come per primo ha ben compreso Walter Veltroni. L’ex Governatore, infatti, a differenza del neoeletto Ugo Cappellacci, ha ottenuto più voti della coalizione che lo sosteneva, confermando ancora una volta di essere un leader. Sì, perché lui il carisma – quella dote che tra gli uomini del centrosinistra latita sempre più – ce l’ha. Ma è un leader che non può contare su una salda maggioranza e questo (unitamente ad alcune ombre di troppo sui suoi quasi 5 anni da Presidente) non gli ha permesso di vincere.

Un altro punto su cui riflettere riguarda proprio i candidati in lizza: cinque sulla carta, ma solo due quanto a possibilità di vittoria, secondo l’ormai tradizionale logica del bipolarismo. Il vero scontro si è giocato tra due uomini incredibilmente diversi: uno cupo, carismatico e (con completo di velluto e accento marcato) ben calato nei panni del sardo doc; l’altro sorridente (al punto da sembrare quasi ebete), libero dalla necessità di mostrare carattere (perché a garantire per lui ci ha pensato un altro) e con un cognome che suona poco isolano. Ma la vera distanza tra i due stava – e sta – nel modo di vedere il futuro, non solo politico, della Regione. Soru è uno che si è battuto e – annuncia – si batterà per la difesa della specialità della Sardegna; uno che, per i suoi modi autoritari e la sua convinzione di sapere più degli stessi sardi cosa è meglio per loro, ben potrebbe definirsi un padre-padrone. La coppia Ugo-Silvio (per brevità chiamata Ughilvio, S.Ugo, Berluscacci o, per dirla con Benigni, Berlusconacci), invece, pensa ad una Regione rifugiata solo l’ala protettiva del Governo centrale.

Alla fine, a trionfare è stato, ancora una volta,  il marchio made by Silvio, vuoi perché – per i motivi già esposti – alternative credibili e/o possibili di fatto non ne esistono, vuoi perché c’è tanta gente che ha una fiducia incondizionata nel Cavaliere. Ed è una vittoria così eclatante da oscurare agli occhi degli italiani (ma non della stampa estera) persino la condanna dell’avvocato Mills.

Ora, parlare di ennesima invasione dell’Isola da parte di un dominatore “straniero” è un po’ eccessivo: in un’epoca in cui i confini, almeno nel mondo virtuale, tendono a svanire e la parola chiave è “integrazione”, discorsi di stampo indipendentista e slogan inneggianti all’autarchia più che utopici risultano anacronistici ed ottusi. Chi pensa ad una Sardegna totalmente autonoma – sotto il profilo politico, economico, sociale e culturale – perde di vista la realtà e non comprende che la globalizzazione non è un mostro dal quale difendersi: è una bestia da addomesticare.

Tuttavia, non si può che restare perplessi nel vedere questo popolo – sempre pronto a rivendicare la propria specialità – tornare ad affidare a mani altrui il proprio destino e farlo persino col sorriso. In molti si rallegrano perché ora ai sardi penserà il Governo di Silvio (che, magnanimo, ha già premiato i suoi ritrovati figlioli con due seggi nell’europarlamento), ma a costoro bisognerebbe ricordare che la collaborazione tra lo Stato, da una parte, e le Regioni (come anche gli enti locali), dall’altra, è un dovere istituzionale, che trova il suo fondamento nella Costituzione, non una possibilità lasciata alla discrezionalità dei governanti di turno.

Certo, grazie alla discesa in campo del Cavaliere, una volta tanto i media nazionali si sono ricordati della Sardegna per parlare di qualcosa che non fossero rapimenti o vacanze; dopo il suo intervento, il nuovo assetto politico sardo è diventato così importante da spingere alle dimissioni il leader del più grosso partito del centro-sinistre; le vicende elettorali isolane sono finite persino a Sanremo. Ma forse non era in questa occasione che i sardi avevano bisogno di attenzione. Dopotutto, dovevamo solo scegliere il nostro nuovo Presidente …

Marcella Onnis – redattrice

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