Le donne nella scienza: una giornata per la parità

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Il mondo rosa nell’ambito della scienza soprattutto nell’ultimo secolo ha annoverato non poche figure di spicco, dando così una svolta per il superamento di quel maschilismo tanto nostrano quanto internazionale. Ben venga, dunque, la Giornata mondiale delle donne nella scienza (11 febbraio) proclamata dalle Nazioni Unite al fine di promuovere la loro piena ed equa partecipazione. Mi limiterò a citarne alcune con tutto il rispetto per quelle non menzionate per le quali sarebbe necessario molto spazio. Fra queste, Maria Salomea Skłodowska, meglio nota come Marie Curie (18671934); è stata una chimica e fisica polacca naturalizzata francese. Nel 1903 fu insignita del premio Nobel per la Fisica (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) per i loro studi sulle radiazioni e, nel 1911, del premio Nobel per la Chimica per la sua scoperta del radio e del polonio, il cui nome è stato scelto dalla scienziata proprio in onore della sua terra. Marie Curie è l’unica donna tra i quattro vincitori di più di un Nobel e, insieme a Linus Pauling, l’unica ad averlo vinto in due aree distinte. Da ricordare anche la canadese Harriet Brooks (1876-1933) la prima studentessa, laureata in Canada, con il chimico e fisico neozelandese Sir Ernest Rutherford (1871-1937) sotto il quale ha lavorato subito dopo la laurea. Con Rutherford, ha studiato elettricità e magnetismo per il suo master: ancor prima che la sua tesi fosse completata, il suo lavoro fu pubblicato nelle Transazioni della sezione canadese della Troyal Society nel 1899. Lo stesso anno Brooks ricevette un incarico come tutor non residente presso il neo-costituito Royal Victoria College, il college femminile della McGill University; nel 1901 fu la prima donna della McGill a ricevere un master teorizzando la natura gassosa di un derivato del radio, in seguito denominato radon. La scoperta venne pubblicata nello stesso anno in un articolo a firma del suo supervisore Ernest Rutherford, che pochi mesi dopo ne pubblicò un altro dove il nome della ricercatrice non compariva più… sostituito dalla breve nota «assistito negli esperimenti da Miss H. T. Brooks». Un’esclusione che non meritava perché, a mio parere, qualunque siano state le ragioni, il concetto di meritocrazia non va negato a nessuno, nemmeno ad una donna! Alla tedesca Ida Noddack (1896-1978) fu riconosciuto il merito di aver scoperto il renio e il tecnezio con il marito Walter Noddack, frequentando il laboratorio diretto dallo stesso solo come “ospite” senza essere retribuita. Più fortunata, invece, la chimica francese Marguerite Perey (1909-1975) in quanto, grazie alla sua scoperta nel 1939 del francio, nel 1962 divenne la prima donna membro corrispondente dell’Accademia francese delle Scienze. Dopo essersi diplomata in Chimica nel 1929 all’École d’Enseignement Technique Féminine di Parigi, lavorò all’Istituto Curie, dove divenne preparatrice particolare del team di ricercatori diretto da Marie Curie. Nel 1945 ottenne una laurea in Scienze all’Università della Sorbona, diventando poi ricercatrice capo al Centre National de la Recherche Scientifique. Nel 1949 fu titolare della Cattedra di Chimica nucleare all’Università di Strasburgo.

L’elenco delle donne in Medicina è assai ricco di nomi illustri (per noi capostipite il nobel Rita Levi-Montalcini, 1909-2012, nella foto), come la patologa e neuroscienziata abruzzese Antonella Santuccione Chadha, che per la rivista svizzera “Woman in Business” è stata la donna dell’anno 2019, grazie al suo impegno nella guida della fondazione Women’s Brain Project, una organizzazione dedita a stimolare la discussione globale su come sesso e genere influenzino la vulnerabilità del cervello e delle malattie mentali, tanto da voler sviluppare una medicina di precisione. Tale orientamento pone in evidenza come alcune malattie, ad esempio l’Alzheimer, colpiscano soprattutto donne, ma anche altre patologie quali l’emicrania, la depressione, la sclerosi multipla o tumori come il meningioma (sebbene quest’ultima patologia sia prevalemenente a carattere benigno, ndr). Le donne sono penalizzate anche sul piano socio-economico in quanto risultano essere più povere rispetto agli uomini, meno istruite e più soggette a ricoprire il ruolo di caregiver. In compenso, sono in continua ascesa le donne che si dedicano alla scienza e alla medicina in particolare anche se, contestualmente in ambito lavorativo, guadagnano meno e poche raggiungono ruoli apicali. La genetista e ginecologa torinese Elsa Viora è rientrata nella top mondiale per gli esami in gravidanza tanto che, nel 2018, ha ricevuto il Premio internazionale “Award in recognition of women ostetrician”. Oggi dirige il Servizio di Ecografia Ostetrica Ginecologica e la Diagnosi Prenatale all’ospedale Sant’Anna di Torino. «Se vogliamo essere in grado di affrontare le enormi sfide del XXI secolo, da quelle teconologiche ai cambiamenti climatici – ha sottolineato il direttore generale dell’Unesco, Audrey Azoulay – dovremo fare affidamento sulla scienza e sulla mobilitazione di tutte le nostre risorse. Per questo motivo il mondo non deve essere privato del potenziale, dell’intelligenza o della creatività delle migliaia di donne vittime di disuguaglianze e pregiudizi profondi». Sono quindi molte le donne che meritano di salire sul podio della meritocrazia, non solo per la valenza professionale ma anche per aver saputo superare, soprattutto nei decenni scorsi, ogni forma di pregiudizio che era proprio dell’imperante maschilismo… anche italiano. Intanto, grazie anche a loro, il progresso continua un po’ in tutte le discipline scientifiche ed umanistiche riportando alla pari meriti e considerazioni, rifuggendo da quella differenza di genere di cui l’umanità non ha bisogno.

Foto: Ansa

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