Le antiche macchine per scrivere

Nostalgia delle “vecchiette di gran carattere”

Non sono molte le persone che le ritengono veri e propri pezzi d’antiquariato, al contrario i più se ne liberano perché troppo ingombranti, obsolete e forse anche inutili. Sto parlando delle vecchie macchine per scrivere (l’inventore fu nel 1867 lo statunitense Christopher Sholes) che in un certo senso oggi possono essere considerate una ricca testimonianza sia storica che tecnico-scientifica. Ma anche per gli amatori di queste “gloriose regine” della scrittura meccanica, non è impresa facile venirne in possesso, non solo per la rarità degli esemplari esistenti ma anche perché si possono scovare, nel migliore dei casi, in qualche vecchio studio notarile o nei mercati dell’usato, nascoste da altre cianfrusaglie arrugginite e impolverate.

Fra le macchine per scrivere esistenti che appartengono al più antico passato, vanno annoverate la Remington del 1876, la Hale del 1880, in particolare il Cembalo scrivano del novarese Giuseppe Ravizza (1885), La Columbia-Bar-Lock del 1888 e la North del 1892, considerate perle davvero introvabili. La difficoltà maggiore per farne una collezione è dovuta alla mancanza di un mercato ufficiale (forse oggi c’è qualche spiraglio in più). In Italia i collezionisti si possono contare sul palmo di una mano e sono in genere persone che lavorano nel settore. Ben diversa è la situazione nel resto dell’Europa, dove il collezionismo di macchine per scrivere è molto diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni. In Germania, ad esempio, il mercato delle macchine per scrivere antiche è alquanto fiorente, tanto è vero che a Colonia ha sede l’Internationales forum historiche burowelt (I.F.H.B.), la più importante associazione europea di appassionati di storia delle macchine per ufficio.

La prima raccolta italiana di macchine per scrivere, donata da Adriano Olivetti (1901-1960), risale al 1955 e si trova nel museo della scienza e della tecnica di Milano. Si tratta di 30 esemplari malamente abbandonati in un polveroso deposito e non visibili al pubblico. Non è improbabile che in Italia siano ancora presenti pregiudizi nei confronti della formazione sia letteraria e artistica che in quella tecnico-scientifica. È evidente che se così stanno le cose, il predominio di una cultura soprattutto umanistica, non ha contribuito alla diffusione d’interesse per tutto ciò che è tecnico e scientifico. Il vero amore per il collezionismo non deve essere inteso solo come raccolta di oggetti d’arte o più in generale alla collezione di monete, telefoni, macchine fotografiche, fonografi e simili, ma anche per questi “marchingegni meccanici” che hanno contribuito a rendere più bella e ordinata un certo tipo di scrittura d’ufficio.

Ma quali sono le ragioni principali che spingono gli appassionati a collezionare le vecchie macchine per scrivere? Per alcuni è appagante il solo fatto di farle funzionare e per compensare il sacrificio di una lunga e faticosa ricerca, mentre per altri è più stimolante seguire le varie tappe dell’evoluzione tecnologica, del design e il desiderio di possedere un oggetto d’epoca come una Franklin del 1887 o una Williams del 1891. Oggi, il progresso dell’elettronica e dell’informatica ha creato dei veri e proprio “gioielli” della scrittura stampata che, seppur dotati di sofisticate caratteristiche, non annullano il fascino e il valore storico-culturale di quelle “vecchiette di gran carattere”.

 

Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

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