
di Erika Bastogi*
Siamo davvero tornati al Ventennio? C’è un modo per colpire una donna che protesta senza toccarla. Senza arrestarla. Senza che appaia sui giornali come martire. Si colpiscono i suoi figli. Non fisicamente. Peggio: si mette in dubbio la sua capacità di essere madre.
I fatti
Alina Matei, 36 anni, madre di tre figli, ha condotto uno sciopero della fame davanti a Montecitorio tra il 20 settembre e il 4 ottobre 2025, insieme ad altre due attiviste di Ultima Generazione. Le richieste erano due: il riconoscimento del genocidio in corso a Gaza e la protezione delle persone a bordo della Global Sumud Flotilla.
Quindici giorni di digiuno nonviolento. Cartelli. Una bandiera palestinese. Nessuna violenza.
Al rientro a casa, le forze dell’ordine di Roma avevano già trasmesso una segnalazione ai servizi sociali chiedendo di verificare che non avesse abbandonato i propri figli. Sono seguiti colloqui con la madre e accertamenti nelle scuole frequentate dai ragazzi.
La parola scelta è stata “abbandono”.
Il bersaglio vero
Portarla in questura, identificarla, denunciarla — tutto questo Alina lo aveva già subito durante la protesta. Il corpo che dissente si può fermare, multare, schedare. Ma evidentemente non bastava.
Allora si è scelto il bersaglio più vulnerabile: i figli. La scuola contattata. I colloqui aperti. L’ombra di un’indagine sulla sua famiglia.
Questo non è diritto. È chirurgia emotiva. Si entra nella parte più intima di una donna — il rapporto con i propri figli — e si pianta un dubbio: sei una buona madre? Si costruisce il senso di colpa laddove non c’è nessuna colpa. Si trasforma una scelta etica in un fallimento genitoriale agli occhi del mondo.
Alina stessa ha detto: «I miei figli non vivono in una famiglia problematica, ma in un mondo problematico. Questo è il motivo per cui cerco di lottare.»
Vale la pena fermarsi su queste parole. Alina non era sul divano. Non postava indignazione dai social. Era lì, col suo corpo, a digiunare davanti al Parlamento per chiedere che smettessero di uccidere bambini. Ha insegnato ai suoi figli che i valori non si dichiarano, si incarnano. Che la giustizia non si ottiene aspettando che qualcun altro la faccia, ma mettendo il proprio corpo dove sono le proprie parole. Che il mondo si cambia stando dentro al conflitto, non fuori. Non dai proclami, non dagli applausi a distanza — dalle azioni, anche quando costano.
Ogni figlio di Alina, (se ancora non l’ha capito) un giorno, capirà esattamente che tipo di madre aveva. E ne sarà profondamente fiero.
Un metodo, non un episodio
A Firenze, nello stesso periodo, almeno due studentesse del liceo Machiavelli-Capponi sono state segnalate ai servizi sociali dalla procura per aver partecipato a un presidio sindacale. A una di loro, durante il colloquio imposto, è stato contestato di aver partecipato alla manifestazione, interagito con i manifestanti, scandito slogan. Le è stato intimato di non partecipare ad ulteriori proteste per non rischiare ritorsioni penali.
Il collettivo studentesco K1 ha rilevato che decine di studenti erano presenti quel giorno, ma la segnalazione ha colpito esclusivamente l’unica studentessa di origini marocchine.
Il dissenso viene punito. Le origini selezionano il bersaglio. I servizi sociali diventano lo strumento.
La firma dei codardi
Il fascismo storico non iniziò con le leggi razziali. Iniziò esattamente così: con metodi vigliacchi, pensati per non lasciare traccia. Non il manganello in piazza — quello si vede, si fotografa, si denuncia. No: la lettera anonima, la soffiata, il funzionario che “per dovere d’ufficio” segnala la moglie del sovversivo ai servizi sociali. Colpire chi non può difendersi — i figli, la famiglia, la reputazione — perché colpire il corpo che protesta crea martiri, mentre distruggere la vita privata crea solo vittime silenziose.
È la firma dei codardi al potere: non affrontare il dissenso, aggirarlo. Non rispondere alle ragioni di chi protesta, delegittimare la persona. E quando non bastano le denunce, si va a casa sua. Si parla con i suoi figli. Si semina il dubbio che forse non è una buona madre.
Vigliaccheria di Stato. Non c’è altro nome.
La repressione diretta produce martiri. Quella indiretta produce silenzio. Non si arresta chi protesta — si fa in modo che chi protesta abbia troppe cose da perdere per farlo ancora. La carriera, la cittadinanza, la reputazione, i figli. Una madre che sa che manifestare può costarle un’indagine sulla sua famiglia ci pensa due volte. È questo l’obiettivo. Non punire. Prevenire. Fare in modo che il prezzo del dissenso sembri troppo alto.
La democrazia non muore in un giorno. Muore in questi dettagli.




