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Laurea di un ergastolano

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Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo:

Dopo 20 anni ininterrotti di carcere, mercoledì 11 Maggio 2011, Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto e simbolo della lotta per l’abolizione dell’ergastolo,  ha ottenuto qualche ora di permesso di necessità per laurearsi all’Università di Perugia. Entrato in carcere con la licenza elementare, si è laureato nella Facoltà di Giurisprudenza di Perugia,  con una Tesi di Laurea Magistrale in Diritto Penitenziario dal titolo:  La “pena di morte viva”: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità.   Accanto al Relatore, Prof. Carlo Fiorio, docente di Procedura Penale,  c’era anche Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto,  tra i fondatori dell’associazione Antigone, della quale è attualmente Presidente onorario e Difensore civico dei detenuti.

Carmelo Musumeci ha potuto godere di 11 ore di libertà, senza scorta, grazie all’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che l’affidava ai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, potendo festeggiare dopo la laurea nella struttura di Bevagna (PG). E’ stato un permesso di necessità che viene concesso solo per eventi gravi, anche lieti, e irripetibili e quindi non cambia la posizione giuridica di fronte all’ostatività ad ottenere  benefici penitenziari.

Qui di seguito vi inviamo l’articolo di Alberto Laggia, sul numero 21 di “Famiglia Cristiana” del 22 maggio, in edicola questa settimana e questo è il link del servizio di Alessia Gizzi, in onda al TG di Rai  3 di giovedì 19 maggio:  http://www.youtube.com/watch?v=6mA2xfSkt7E

Per info:

Servizio Carcere – Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

cellulare: 349 7191476

email: ergastolani@apg23.org

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E L’ERGASTOLANO SI LAUREA IN LEGGE

Carmelo Musumeci è diventato dottore. Per discutere la tesi è uscito per 12 ore dal carcere di Spoleto dopo tanti anni  in cella senza permessi, affidato ai volontari di don Oreste Benzi.

di Alberto Laggia

(Perugia) Silenzio in aula, si comincia. “Cos’è l’ergastolo ostativo?”, è la prima domanda  che gli pone il suo relatore, il professor Carlo Fiorio, docente di diritto penitenziario presso la facoltàdi Giurisprudenza a Perugia. Carmelo, con la copia cartonata blu della sua tesi serrata tra le dita, cerca la saliva per rispondere. Poche frazioni di secondo, poi s’affranca dalla tensione quel che basta e inizia: “E’ una pena ingiusta perché si basa  su un ricatto medievale e instaura il principio che si esce dal carcere non perché il detenuto  se lo merita, ma solo se diventa collaboratore di giustizia…”.

Venti minuti dopo, la discussione è finita. Strette di mano, applauso e corona d’alloro, come vuole il rito. Poi via, a far festa per qualche ora a Bevagna, nella casa d’accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, con i familiari e qualche amico. Alle otto si chiude perché il laureato deve tornarsene da dove è uscito: la cella di una prigione.

Così Carmelo, l’ex-fuorilegge, oggi è dottore. In Legge. E con una tesi sulla “Pena di morte viva”, come sta scritto in copertina, ovvero: l’ergastolo.

Una laurea che è il riscatto di una vita, e che gli vale dodici ore di libertà, le prime dopo anni trascorsi in cella senza un solo permesso ottenuto, neanche per il matrimonio del figlio Mirco o la conclusione degli studi della figlia Barbara. Una laurea che è un po’ un’autobiografia dolente di un detenuto che sconta ciò che non si può “scontare”, perché ogni giorno, per un ergastolano, è sempre un nuovo inizio di pena. Una laurea, infine, che è  anche un atto d’accusa contro il meccanismo punitivo più crudele che il diritto potesse inventarsi: l’eliminazione della speranza.

Carmelo Musumeci, siciliano di Aci Sant’Antonio, oggi ha 56 anni.  Ne aveva 36 quando  nell’ottobre del 1991 fu catturato dalla polizia. Era a capo di una banda che gestiva i traffici malavitosi in Versilia. Già fin da ragazzo aveva bruciato le tappe: collegio e riformatorio prima, carcere minorile poi. “Ero nato colpevole”, dice usando il titolo del suo  prossimo libro, “dentro una famiglia dove non c’era amore perché l’amore non si mangia e noi eravamo preoccupati solo di trovare qualcosa da mettere sotto i denti almeno alla sera”. Un giorno gli spararono sei colpi di rivoltella. Ma riuscì a scampare all’agguato. “Ho reagito nell’unico modo che conoscevo: facendomi giustizia da solo. Ho seguito solo le regole con cui mi hanno cresciuto”.

Condannato all’ergastolo, ha scontato finora vent’anni. Adesso è rinchiuso nel carcere di Spoleto assieme ad altri settecento detenuti. E’ un ergastolano ostativo, cioè uno di quegli ergastolani per i quali, in base a una legge del 1992, è inibito ogni beneficio penitenziario: niente permessi premio, né tanto meno semilibertà o affidamento in prova ai servizio sociale. “E questo per essermi rifiutato di fare il delatore e  di far, così, rinchiudere un altro al posto mio”, afferma con orgoglio.

Musumeci era entrato in carcere con la seconda elementare. Autodidatta, ha  raggiunto il diploma  e nel 2005 la laurea breve in giurisprudenza, senza mai uscire dal carcere. “Sono stati la lettura e lo studio a salvarmi e a cambiarmi,  non certo il carcere, che per me resta un’istituzione cancerogena”, ci tiene a precisare. “I romanzi di Dostoevskij, a iniziare da “Delitto e castigo”, m’hanno aiutato a sopravvivere all’Asinara dove ho trascorso un anno e sei mesi  in regime di 41 bis, in isolamento diurno; ridotto a giocare in cella con le formiche per non impazzire di solitudine”.

Poi ha scoperto anche di saper scrivere. Poesie, racconti, favole. A tal punto da vincere premi letterari, che altri, però, sono andati a ricevere per lui. Da poco è uscito il suo ultimo libro di racconti “Gli uomini ombra“ (Gabrielli editori) in cui narra storie vere o romanzate di ergastolani, ai quali il carcere, “l’assassino dei sogni”, rapina felicità e speranza.

Giurisprudenza? E’ stata una scelta naturale. “A cosa serve a un ergastolano una laurea in architettura?”, ironizza. “Gli studi giuridici mi appassionano e poi possono servirmi e servire dentro un penitenziario”.  Così  da qualche tempo,  nel carcere di Spoleto, se un detenuto deve presentare un’istanza o un ricorso, se la fa scrivere dal dottor Musumeci. “Diciamo azzeccagarbugli”, si schernisce.  Ma intanto il detenuto-giurista nel 2005 è riuscito a presentare  da solo un ricorso davanti alla Corte Europea contro l’Italia, e poi  è pure riuscito a vincerlo.

La possibilità  di discutere la tesi di laurea a Perugia  è un piccolo miracolo, un evento straordinario che interrompe i giorni sempre uguali del recluso. “Non me l’aspettavo più”, ammette. Anche perché Musumeci non è solo uno dei 1500 ergastolani oggi reclusi nelle patrie galere, ma è diventato negli anni il portavoce, la coscienza ‘politica’ degli ergastolani, il simbolo della campagna civile, anzi “la lotta” come dice lui, per l’abolizione del “fine pena mai”. Da dietro le sbarre, Carmelo porta avanti la stessa campagna per l’abolizione ell’ergastolo, di cui s’è fatta  promotrice la Comunità Papa Giovanni XXIII  quella per l’abolizione dell’ergastolo.

Nel 2007 conobbe per caso don Oreste Benzi, fondatore della Comunità. “Venni a sapere che veniva a farci visita e volli incontrarlo. Io portavo tutti i miei pregiudizi sui preti, lui il suo sorriso disarmante. Stavamo facendo partire uno sciopero della fame e io, a muso duro, gli chiesi di aderire al nostro documento contro ergastolo,  con la certezza che mi dicesse di no. E invece mi spiazzò e firmò l’appello. E da lì è nata l’amicizia”. Ora don Oreste non c’è più, ma la Comunità continua a seguire Carmelo in carcere. A farglianche da tutor per lo studio è  Nadia Bizzotto, responsabile della casa di Bevagna, “il mio angelo-diavolo custode”, come la definisce scherzosamente l’ergastolano. “Oggi è come se mi fossi laureata anch’io”, ammette emozionata: Musumeci è uscito dal carcere senza scorta, affidato dall’autorità penitenziaria ai soli volontari della “Papa Giovanni”. E anche questo ha dell’incredibile.

Si  fa sera. Carmelo osserva ossessivamente l’orologio. Le lancette qui fuori sembrano correre maledettamente  più veloci che in prigione. Tra qualche ora dovrà tornare in cella, togliere l’alloro e rivestirsi da detenuto. E chissà quando potrà rivarcare quel cancello per un’altra manciata d’ore.

La “pena di morte viva” non guarda i titoli accademici. Vuole solo anonimi “uomini ombra”.

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