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L’anno della fede

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L’anno della fede voluto da Benedetto XVI con la lettera apostolica Porta Fidei , inizierà ufficialmente giovedì 11 ottobre 2012 e chiuderà il 24 novembre 2013.

Iniziativa entusiasmante. Tempo provvidenziale. La chiesa fa risuonare nel mondo il canto di esultanza e di lode per il per il suo Signore Gesù Vivente tra noi.

E riscopre la forza e la bellezza della fede ritornando all’ascolto del Maestro.

È tempo, per noi cristiani, di riscoprire e ri-nnamorarci  di Gesù Cristo.

Di puntare lo sguardo su di Lui. Tornare a dissetarci di Lui.

È tempo di proclamare la gioiosa presenza di Lui all’interno e nonostante la nostra oscura storia presente. E annunciarlo vivo tra noi mentre le sue parole infiammano il cuore e ravvivano i passi. 

Tempo per celebrare la bellezza del suo mistero di amore.

Per contemplare l’infinita tenerezza della sua vita donata per ogni uomo e donna di tutti i tempi. E cantare la sua grazia, la sua condiscendenza, la sua misericordia infinita perché  “… pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio;  ma spogliò se stesso …. facendosi obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce …..” Fil 2,  6-11

Tempo di rimuovere tutto ciò che ha reso il suo volto pesante ed opaco come foto sbiadita dal tempo. Di ripulirlo dalle ambiguità, dagli appesantimenti, dai travisamenti,  dai tradimenti che hanno logorato e segnato la nostra storia cristiana recente e passata.

È tempo di lasciarci guarire dalla dicotomia tra fede e vita, tra morale e visibilità civile … tempo di privilegiare la misericordia, l’amore, la mitezza, il dialogo, il perdono dato e richiesto … guardarci con occhi di  verità ed umiltà.

Tempo di rinnovare, di gridare l’annuncio della speranza viva, della sorgente di grazia spalancata sui nostri esistenziali e culturali deserti di sufficienza scientista.

Tempo di riconsegnare questo annuncio di significato vitale agli uomini e donne del nostro tempo nella nuda semplicità del suo mistero splendido e fascinoso.

E renderlo convincente con la nostra esistenza rinnovata. Perché questo è evangelizzare.

Soprattutto è tempo per meditare, come singoli e come chiesa, sulla preziosità del dono e sulla responsabilità del carisma credente.

Tempo per ascoltare. E riascoltare. E riflettere. E contemplare. E rieducarsi alla fede.

Ne abbiamo ben bisogno. Gesù ha parole sconcertanti: “Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà ancora la fede sulla terra?” Luca 18,8

Un Gesù pessimista? Sfiduciato? Non saprei.

Di certo è che riascoltando queste parole la nostra  attenzione è scossa da vertigine e i sensi dell’anima ci avvertono della preziosità e fragilità della fede. E in sottofondo siamo inquietamente messi di fronte alla potenzialità del lato oscuro della nostra ferita umanità: la possibilità, realisticamente minacciosa, di nullificare la grazia. Di disconoscere il dono.

E sprofondare scientemente nel tunnel del non-senso.

L’anno della fede è tempo propizio per un interrogativo a tutto campo sulla fragilità e serietà della fede. Nei suoi contenuti dottrinali come nella prassi storico-testimoniale.

La fede come coerenza. La fede come impegno. Come orizzonte di senso e di umanizzazione della realtà creata. Essa è seria a tal punto che Simone Weil, pur attratta ed affascinata dai tesori sacramentali della chiesa, consapevolmente visse e testimoniò la sua chiamata a rimanerne “sulla soglia”, impossibilitata a farne parte, non ultimo, per riserve sulla coerenza intelligenza- dogmi  e per ombre ed ambiguità sulla prassi storico-ecumenica  della chiesa.

Ho letto e riletto il programma dei prossimi impegni per le celebrazioni.

L’anno della fede, è la dichiarazione d’intento, vuole contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù ed alla riscoperta della fede. Esso è “l’incontro con un avvenimento, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.”

E propone un nutrito calendario di iniziative.

A cominciare dagli impegni del Papa: la canonizzazione di sei testimoni della fede, la celebrazione ecumenica nella basilica di San Paolo fuori le mura, quelle con i consacrati, con i giovani, con i movimenti e le realtà mariane, il viaggio in brasile per la giornata della gioventù fino all’epilogo del 24 novembre prossimo anno.

L’anno coincide con due grandi avvenimenti ecclesiali: il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e il ventesimo anniversario della promulgazione del catechismo della chiesa cattolica. È attorno a questi due eventi importanti che si articolano le iniziative messe in campo.

Le indicazioni programmatiche, dirette a vari soggetti: chiesa universale, conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, raccomandano con insistenza:

  • La centralità dello studio dei documenti conciliari e del catechismo da parte dei sacerdoti, dei seminaristi, dei catechisti; la stessa preparazione del clero sia incentrata sui documenti conciliari e catechismo; ne è raccomandata la loro traduzione e divulgazione nelle lingue nelle quali ancora non sono presenti.
  • Si incoraggiano i pellegrinaggi dei fedeli alla sede di Pietro unendosi a colui che oggi è chiamato a confermare i suoi fratelli.
  • Si stimola l’accoglienza attenta delle omelie e delle catechesi del Santo Padre … segno di effettiva e cordiale adesione all’insegnamento di Pietro
  • Si raccomanda il coinvolgimento del mondo accademico e della cultura
  • Si sollecitano iniziative ecumeniche e per i giovani

Al termine della lettura del programma celebrativo, però, mi sono ritrovata a fare i conti con una peregrina sensazione delusa; più che confessione della fede della chiesa in Gesù Cristo, colpisce che sia preponderante il taglio ecclesiologico: la fede nel dogma chiesa- istituzione. La dottrina in primo piano.

Ovvero: la figura di Gesù Cristo non appare centrale. Non proprio.

E sconcerta l’assenza di una riflessione critica sulla qualità dell’evangelizzazione e testimonianza storica, recente e passata, dell’occidente cristiano.

E anche il linguaggio usato dal capo del dicastero vaticano Mons. Fisichella lascia perplessi non poco per il tono da reprimenda, impersonale ed obsoleto, rovesciato su un mondo ferito e smarrito: “… sottoposto da decenni alle scorribande di un secolarismo che in nome dell’autonomia individuale richiedeva l’indipendenza da ogni autorità rivelata e faceva del proprio programma quello di  vivere nel mondo come se dio non esistesse, il nostro contemporaneo si ritrova spesso a non sapersi più collocare …. la crisi di fede è espressione drammatica di una crisi antropologica che ha lasciato l’uomo a se stesso; per questo si ritrova oggi confuso, solo, in balia di forze di cui non conosce neppure il volto, e senza una meta verso cui destinare la sua esistenza:”

Trovo difficile pensare che la crisi antropologica, civile, culturale, artistica, etica, religiosa che erode l’occidente possa essere qualcosa di diverso dalla crisi che attraversa la chiesa stessa perché crisi coestesa all’intera comunità umana in quanto tale: crisi di uomini, religioni, valori supposti inamovibili, cristiani, religiosi e laici, …  tutto è stato impietosamente sottoposto al vaglio del male assoluto che ha attraversato l’Europa.

Ovunque, nel contesto culturale occidentale, erede e detentore di  valori cristiani, sono stati scatenati fino al delirio la cupidigia, la complicità, la pusillanimità, l’ipocrisia religiosa fino a fare della morte il banale corollario alla distruzione previa dell’uomo; la potenza del male ha tracimato e divelto finanche i più elementari vagiti di umanità. Tutto è stato eclissato ed ammutolito. Nulla, credo, sia uscito indenne ed innocente da questa tragedia, né la religione né i nostri sistemi civili e culturali.

Tutto è stato tradito e svenduto. E tutti ne siamo rimasti  indelebilmente segnati e fiaccati.

E questo è ben più di un atto d’accusa con il quale fare i conti. Nulla è più come prima. Non più. Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo.

E come non supporre, d’altronde, che la crisi antropologica attuale non affondi proprio qui le sue radici; non abbia contratto proprio da questo abissale deserto umano il disorientamento esistenziale, la stanchezza delusa e il disincanto (se ce ne fosse stato bisogno) dal momento che né la religione né i dogmi né le conquiste dello spirito siano servite a difenderci dal nostro stesso veleno; non ci hanno reso migliori; non hanno frenato l’orrore fratricida nel seno dell’occidente cristiano.

Da qui la frattura insanabile fra l’esistenza e le sue conquiste valoriali significanti.  Da qui l’esistenziale disagio derivante dall’aver perduto la chiave di accesso al comune linguaggio.

E l’uomo è rimasto solo. Solo con una potenza creativa senza scopo tra le mani. Senza la forza per decollare dalla sua sazia ed effimera prigione.

Ma Dio scava strade nuove nel cuore degli uomini. E non si arrende.

L’anno della fede celebra questa certezza. Sulla consapevolezza del nostro limite umano può e deve iniziare il cammino di rigenerazione della fede. La vita rinnovata.

È l’amore che deve ospitare fedi e culture. È l’amore che su ali di speranza orienta la comunità umana all’infinita sorgente dell’amore universale di Dio in Cristo.

Come credente nutro una speranza. Che l’odierna fame di trascendenza e di guida, drammatica e sotterranea, che da più parte si fa angosciosamente strada e bussa alla porta della fede, possa trovare una chiesa in profonda conversione.

E sono certa: ciò che ci vien incontro sarà veramente l’anno della fede. La fede dei cristiani in Gesù Salvatore del mondo.

Emanuela Verderosa

Foto: Il pontefice gioca con l’acqua nella residenza di Castelgandolfo – Tratta da Famiglia Cristiana

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