L’angolo di Full: “Il cinema Pirelli”

L’angolo di Full: “Il cinema Pirelli”

Cari amici, oggi inizia il nuovo anno anche per la nostra rubrica dedicata ai racconti “con taglio web”. Per esser certi di cominciare bene ci siamo affidati, ancora una volta, al caro amico Full. In particolare, abbiamo scelto per voi un suo recente racconto, dominato da quella malinconica ironia che tanto contribuisce a far di lui un valoroso narratore.


Il cinema Pirelli

 

Restò un giorno storico per me. L’unica volta che trovai i funghi a Milano, direttamente sul marciapiede. Avevano la cuticola rossa e affascinante delle banconote da cento lire ed erano disseminati uno accanto all’altro, proprio come i funghi. Li raccolsi guardandomi intorno nel timore che qualcuno potesse reclamarli, ma qualche santo sentenziò che era tutta roba mia: ottocento lire. Tre pasti decenti in trattoria, fu il primo pensiero, ma poi finirono in un paio di scarpe in vero cuoio di cartone pressato e verniciato impermeabile, al mercato della Bicocca.
Quando m’accorsi del bidone, m’abbandonai  ai sapori di trattoria che m’ero perso: la testina di vitello con salsa verde, il coniglio in salmì, il cotechino con purè. Il colpo di grazia m’arrivò col fegato alla veneziana che continuò a tornarmi in bocca come se l’avessi mangiato per davvero.
Era il martedì sera e, di lì a poco, nello stadio Pirelli avrebbero proiettato il film all’aperto riservato alle famiglie dei dipendenti. Per onestà, avrebbero dovuto offrirlo a tutto il rione per risarcirci della puzza di pneumatico che, nelle sere estive, avvolgeva l’intero quartiere in un gigantesco bozzolo di gomma.

Bisogna dire che quei film erano bellissimi, recenti, edificanti. Insomma, da non perdere. Ogni dipendente usufruiva di alcuni biglietti in funzione dei componenti la famiglia. Noi ragazzi, senza parenti marchiati Pirelli, si restava fuori perché i cancelli erano presidiati da guardiani severissimi. Ma l’occasione era tale che valeva la pena metter su famiglia, così ci scaglionavamo lungo il tragitto come dei mendicanti, cercando di aggregarci ai gruppi familiari incompleti causa nonno paralitico o figlio militare. I più scaltri non si perdevano un film, i più timidi aspettavano di venire adottati chiedendo coi soli occhi. Man mano che s’avvicinava l’ora d’inizio, i miei diventavano tanto grandi da divorarmi la faccia e da fruttarmi, in extremis, un posto di nipote in qualche coppia di pensionati della gomma col cuore di lattice.

Salutati e ringraziati gli occasionali nonni adottivi, mi  cercavo un posto a sedere nei pressi di una qualche figlia o nipote naturale, ansiosa come me di sfogliare i romanzi d’amore che avevamo dentro.
Spente le luci, sul piccolo stadio calava un silenzio religioso e cominciava il film. E il nostro film nel film.
Erano sguardi furtivi che indugiavano durante le scene più languide o le frasi più ardenti. Erano paginette d’amore sfogliate di nascosto come quei libricini che si divoravano a letto, con la torcia sotto le coperte.

        Ci sono persone che passano la prima metà della vita a sognare il proprio futuro e la seconda metà a rimpiangere il passato. Io credo d’aver sempre vissuto il presente, eppure, quando la televisione ci propina quei vecchi film che non sappiamo dire se e quando li abbiamo visti, mi capita di trasalire nel riconoscere una pagina illustrata di quei romanzetti d’amore sfogliati al buio del cinema Pirelli. E m’interrogo su questo cuore che dimentica passioni morbose e sfilze d’avventure, ma lascia immortale l’innocenza.

Fulvio Musso

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