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di Ivan Pozzoni
Se c’è un gesto teorico che definisce la nascita della sensibilità moderna e l’incrinarsi delle grandi illusioni teologiche dell’Occidente, esso risiede nella riscoperta intransigente del principio di immanenza. Per secoli, il pensiero filosofico e religioso ha tentato di pacificare l’inquietudine umana proiettando il senso dell’esistenza al di fuori del mondo visibile, costruendo architetture trascendenti, cieli razionali o disegni provvidenziali capaci di riscattare la caducità dell’esperienza empirica. Arthur Schopenhauer spezza implacabilmente questo specchio consolatorio, operando una rivoluzione silenziosa e devastante: la verità ultima del reale non dimora in un no-where inattingibile, né fluttua nelle altezze della speculazione, coincidendo con la trama viscerale e dolorosa del mondo presente. Fin dai suoi primi passi teorici, cristallizzati nell’opera Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente (1813), il filosofo riconduce l’impalcatura conoscitiva entro i confini rigorosi della fenomenicità. Il principio di causa, le relazioni logiche, le forme dello spazio e del tempo non sono ponti gettati verso una trascendenza estranea, ma strutture immanenti con cui l’intelletto ordina la molteplicità dell’esperienza. Pure, la vera audacia di Schopenhauer non consiste nel confinare l’uomo dentro una gabbia gnoseologica sbarrata, sta nel dimostrare che la chiave di volta per accedere all’intima essenza delle cose non richiede alcun salto mortale verso l’invisibile: la porta dell’Assoluto è spalancata dentro di noi. L’immanenza schopenhaueriana si distingue nettamente tanto dal panteismo armonico spinoziano quanto dal trionfalismo dello Spirito assoluto hegeliano. In Schopenhauer, l’immanenza assume i tratti di una presenza primordiale, oscura, cieca e irrefrenabile che pervade dall’interno ogni fibra dell’esistente. È nel confronto serrato con l’eredità di Immanuel Kant che questa intuizione rivela la sua forza dirompente. Laddove Kant aveva concepito la «cosa in sé» come un concetto limite, un noumeno inconoscibile situato oltre il velo infrangibile dei fenomeni, Schopenhauer individua una crepa nell’edificio trascendentale attraverso la percezione immediata del proprio corpo. Nel suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), il corpo umano cessa di essere trattato come un oggetto esterno tra gli altri, collocato nello spazio e regolato dalla causalità empirica; esso si scopre, dall’interno, come la manifestazione diretta, immediata e viscerale della Volontà. Il corpo è la Volontà resa visibile, oggettivata nella carne e nel sangue. Quando percepiamo la fame, il desiderio o l’impulso all’azione, non stiamo osservando un effetto causale derivato da un’entità trascendente, ma stiamo vivendo in modo immanente la pulsione fondamentale che costituisce la sostanza medesima del cosmo. In questa prospettiva, l’immanenza cessa di essere una categoria gnoseologica per farsi ontologia drammatica dell’esistenza. La Volontà (Wille) non è un dio personale, una mente ordinatrice o un principio teleologico orientato al bene, è un’unica, indivisibile e irrazionale forza vitale che si frantuma nella molteplicità dei fenomeni individuali. Nel saggio Sulla volontà nella natura (1836), Schopenhauer argomenta come la medesima energia cieca che spinge l’essere umano alle sue lotte quotidiane sia la stessa che governa il regno vegetale, animale e minerale. La gravità che attrae i corpi celesti, la forza che fa germogliare un seme e l’istinto di sopravvivenza del predatore sono tutte espressioni immanenti di un unico impulso insaziabile. Pur appartenendo a differenti gradi di oggettivazione della Volontà, tanto la coscienza umana quanto i processi naturali rimandano al medesimo principio metafisico: entrambi sono, soltanto, gradi di oggettivazione di una medesima realtà che soffre la propria perenne e immotivata spinta all’esistere. La conseguenza inevitabile di una simile metafisica dell’immanenza è la dissoluzione radicale di ogni pretesa teodicea e di ogni ottimismo storico. Se non vi è alcun principio trascendente a guidare la storia o a garantire un senso ultimo alle vicende umane, il soffrire cessa di essere un mero accidente, una prova morale o un passaggio temporaneo verso una redenzione futura. La sofferenza diventa la cifra strutturale dell’essere, il risultato inevitabile del conflitto immanente che la Volontà combatte incessantemente contro se stessa, scissa nella pluralità degli individui che lottano per la sopravvivenza. Come approfondito nella trattazione contenuta ne I due problemi fondamentali dell’etica (1841), l’egoismo primordiale e la sopraffazione reciproca sono conseguenza diretta del fatto che ogni individuo incarna la totalità della Volontà entro i limiti della sua forma fenomenica. La morale non deve, dunque, fondarsi su un imperativo categorico calato dal cielo della ragione, deve sorgere dall’esperienza immanente della compassione: il momento in cui l’individuo trapassa il velo di Maya e riconosce nel dolore dell’altro la sua stessa sostanza sofferente. La via di liberazione elaborata da Schopenhauer rifiuta qualunque scorciatoia trascendente. Non c’è alcuna promessa di una vita ultraterrena, nessun regno dei cieli che attenda il virtuoso dopo la dissoluzione del corpo biologico. La redenzione deve consumarsi, interamente, dentro l’orizzonte immanente di questo mondo, attraverso un ribaltamento interno della Volontà contro se stessa. Nelle pagine de Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), la contemplazione estetica, la giustizia etica e l’ascesi rigorosa non rappresentano strumenti per ascendere a una dimensione ulteriore, sono modalità d’immanente disattivazione del ciclo del desiderio. La contemplazione dell’arte ci offre una tregua momentanea dal giogo della Volontà; l’ascesi, condotta fino all’azzeramento dell’impulso vitale nella noluntas, trasforma il tumulto del mondo nel nulla sereno della quiete. Questo nulla non è una realtà ontologica alternativa: è semplicemente l’assenza del mondo di fronte a una Volontà che ha cessato di volere se stessa. Nella riflessione filosofica contemporanea, questa cornice schopenhaueriana assume un valore ermeneutico cruciale per comprendere la crisi delle strutture conoscitive e morali attuali. Sandra Shapshay, nel volume curato The Palgrave Schopenhauer Handbook (2017), sottolinea come l’immanenza radicale di Schopenhauer mantenga una straordinaria freschezza nell’epoca contemporanea poiché demolisce qualsiasi residuo antropocentrico, costringendoci a considerare la condizione umana a partire dalla sua radice biologica e affettiva immanente, spogliata da finzioni metafisiche. Sulla stessa linea, Jonathan Head, nella sua monografia Schopenhauer and the Nature of Philosophy (2021), evidenzia come la metafilosofia schopenhaueriana costituisca una risposta immanente al bisogno universale di spiegazione e consolazione: la filosofia non deve promettere mondi ulteriori, ma offrire un’interpretazione del mondo reale a partire dall’esperienza vissuta, ponendo la meraviglia di fronte all’esistenza come un dato terrestre e fenomenico. Rileggere oggi il concetto di immanenza in Schopenhauer significa spogliare la sua metafisica da ogni residuo di sistematicità ottocentesca per farne uno strumento di diagnosi spietata del presente. L’immanenza schopenhaueriana ci priva di ogni ancoraggio rassicurante, costringendoci a guardare in faccia la realtà nella sua cruda ed essenziale nudità. In un’epoca segnata dal crollo dei grandi impianti ideologici e dalla deriva di facili miti tecnologici o soteriologici, il pensiero di Schopenhauer si erge come un monito severo: la vita non possiede alcun significato precostituito al di fuori di quello che la Volontà le attribuisce, cieca nel suo fluire. Nessun cielo promette riscatto, nessuna storia garantisce salvezza. Resta soltanto la consapevolezza immanente di essere immersi in un medesimo flusso cosmico, chiamati a scegliere se continuare a cedere passivamente alla forza cieca dell’esistenza o praticare, nella lucidità del pensiero e nella condivisione del dolore, la forma consapevole di resistenza interiore.




