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La violenza non ha sesso

Celebrare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne non basta se la riflessione e l’azione non proseguono tutto l’anno. Né basta se continuiamo a ignorare o condannare con meno convinzione altri tipi di violenza, come quella sugli uomini da parte delle donne.

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di Marcella Onnis

Affinché mi decida a metterle nero su bianco, alcune riflessioni hanno bisogno di un input, qualcosa che porti a maturità il mucchio disarticolato di pensieri di partenza e che mi faccia dire “È ora che io dica la mia”. E la mia stavolta voglio dirla a proposito di violenza sulle donne, in un’ottica, però, di pari opportunità. L’input mi è arrivato da questo tweet pubblicato lo scorso 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, da Marta Pellizzi, un’esperta di comunicazione e social media marketing che ho avuto il piacere di intervistare un po’ di tempo fa:

Nel pensiero di Marta ho ritrovato il mio punto di vista, ricevendone anche la spinta per renderlo pubblico a mia volta, ma qui e non su Twitter perché sono troppo prolissa per riuscire come lei a sintetizzarlo perfettamente entro il limite dei 140 caratteri: è doveroso combattere la violenza sulle donne, ma non possiamo ignorare che esistono anche uomini vittime di violenza e che tra i loro carnefici si contano pure donne. La violenza non è solo sessuale, non è solo fisica ma è anche psicologica e questa (pensiamo allo stalking) è un’arma a portata di tutte le donne, non solo di tutti gli uomini, in grado di colpire chiunque, a prescindere dal sesso.

C’è una risposta al tweet di Marta che mi è piaciuta molto e a cui non ho risposto su Twitter, limitandomi a un cuoricino-Mi piace (da un bel po’ questo social network si è conformato a Facebook, sostituendo così la più dignitosa stellina-Preferito):

Ad Alessio voglio rispondere qui e ora: non sei per nulla una persona sbagliata o, peggio, cattiva. Sei solo una persona dotata di buon senso, una di quelle che hanno capito che la violenza va condannata a prescindere, perché è sempre grave, dannosa e – io credo – inutile.

Secondo il codice morale del carcere, chi compie una violenza su una donna, soprattutto se si tratta della sua donna, viene considerato un mezzo-uomo, isolato e talvolta punito dagli altri detenuti. Ma c’è davvero tutta questa differenza tra chi fa una cosa del genere e chi, mentre compie un altro reato, pesta malamente un uomo sconosciuto, disarmato e impaurito?

no alla violenzaOgni fenomeno negativo va combattuto partendo dalla radice, non solo contrastandolo a posteriori ma anche e soprattutto prevenendolo. Ci sono molti modi di prevenire la violenza contro le donne e tra questi c’è ammettere che anche le donne possono essere violente e che anche gli uomini possono essere vittime. Ammettere, cioè, che pari opportunità significa pari diritti ma anche pari responsabilità, come insegna – entro un discorso più ampio – anche Giada Barone nel suo libro “Non siamo tutti uguali”, di cui ho parlato recentemente. Chi sbaglia – uomo o donna che sia – deve essere fermato e messo in condizioni di non nuocere, anzi, di non voler più nuocere. Finché continueremo a estremizzare il conflitto tra sessi, a parlare di presunta superiorità dell’uno o dell’altro sesso, a negare che le donne non sono ontologicamente sante così come non lo sono gli uomini, a commentare con un “ben fatto” gesti di violenza compiuti da donne ai danni di uomini, saremo ben lontani dal debellare questa piaga che diciamo di voler combattere.

Voglio andare oltre sul discorso delle pari opportunità, in cui si inserisce quello sulla lotta alla violenza e alle discriminazioni: il problema non è la lingua, non sono le parole, bensì le teste e le visioni del mondo che le guidano. Coniare termini come “ministra”, “sindaca”, “assessora”, non è utile: è ridicolo e oltraggioso per la lingua italiana. Soprattutto perché stiamo arrivando all’assurdo di dotare di (nuova) versione femminile persino termini per cui già esiste la forma femminile! Recentemente, per esempio, ho smesso di seguire su Twitter una di queste paladine dell’italiano boldriniano perché ha usato un termine come “scrittora” o “direttora”, non ricordo più cosa esattamente. Reazione esagerata? Forse, ma a mancanza di senso della misura m’è parso legittimo rispondere con lo stesso parametro.

lettera AIl fatto è che sono convinta che “femminilizzare” termini storicamente unisex – peraltro esistenti anche in altre lingue – significa cristallizzare le disuguaglianze nelle opportunità, non superarle né tantomeno valorizzare le positive differenze che esistono tra i sessi e che è giusto riconoscere. Esattamente come cristallizzano le disuguaglianze – ora me ne rendo conto anche io – strumenti quali le quote rosa e la doppia preferenza di genere: beato il giorno che le donne saranno elette o nominate, in numero significativo, non in quanto donne, quindi esemplari di una specie da proteggere, ma perché brave e meritevoli o, nella peggiore delle ipotesi, perché – come i loro colleghi uomini – dotate degli agganci o della faccia di bronzo giusti!

E a chi difende a spada tratta le discutibili scelte linguistiche di cui sopra ricordo che allora dovrebbe rifiutare anche la parola “femminicidio” che – come altri prima di me hanno rimarcato – deriva da “femmina”, termine che, se riferito a una donna, fa eco proprio a quel patrimonio “culturale” maschilista, se non machista, che con quel reato si vorrebbe combattere. Peraltro, aggiungo che di questo ennesimo nuovo reato non c’era neppure bisogno, come mi fece notare a suo tempo un giudice donna che di lotta alla violenza sulle donne se ne intende davvero: sarebbe stato sufficiente applicare nel modo giusto le pene per le fattispecie di reato già esistenti con le relative aggravanti.

Se cambiamenti linguistici devono esserci, allora che siano almeno quelli di senso opposto già invocati da altre donne: non più “la Boldrini” ma “Boldrini” così come diciamo “Grasso” e non “il Grasso”; non “la Boschi” ma “Boschi” così come diciamo “Del Rio” e non “il Del Rio”; non “la Morante” ma “Morante” così come diciamo “Calvino” e non “il Calvino”…
Temo, però, che tra un anno sentiremo ancora tante “la …” e molte molte più “ministra”, “sindaca”, “assessora”… A sperare in meno gesti di violenza contro donne e uomini di ogni età, invece, non ci rinuncio.

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2 Commenti su La violenza non ha sesso

  1. Come hai ragione, Marcella! E mi hai preceduto! Era un po’ che volevo dire anch’io la mia su questa storia della violenza sulle donne e relativa giornata dedicata. La violenza esiste e dobbiamo prenderne atto, ma certo non è solo sulle donne. Purtroppo anche gli uomini, i bambini, gli anziani la subiscono. Per questo motivo, pur offrendo la notizia nel nostro giornale, non possiamo dimenticare che la violenza non ha genere, forse si accanisce verso chi è più debole, ma colpisce indistintamente qualsiasi persona, donna o uomo che sia, burlandosi altamente di chi non puo’ difendersi.

  2. Già, proprio così. Ma tenerci vigili e pronti a riconoscere dovunque la violenza è già un passo importante, a difesa di tutti.

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