Assurda Italia: la vicenda dei precari dei servizi per il lavoro della Sardegna

Assurda Italia: la vicenda dei precari dei servizi per il lavoro della Sardegna

di Marcella Onnis

Per i non sardi CSL e Cesil forse sono sigle che non dicono nulla. Probabile che suonino anonime anche per qualche sardo che, però, potrebbe essersi comunque avvalso dei servizi erogati da queste strutture.

I CSL sono i centri dei servizi per il lavoro, che fanno capo alle province e sono stati istituiti in Sardegna con la Legge regionale 5 dicembre 2005, n. 20. Tale legge, in ritardo rispetto alle altre regioni e alla delega statale disposta nel 2001, ha riorganizzato il sistema dei servizi per il lavoro prevedendo, tra le altre cose, la sostituzione degli uffici di collocamento appunto con i CSL (che corrispondono ai centri per l’impiego esistenti nel resto d’Italia).
Le funzioni di questi centri – mi spiega Sergio Ligas, un operatore CSL – includono sia quelle svolte dai vecchi uffici di collocamento che “servizi a valore aggiunto”, quali consulenza e orientamento, incentivazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, promozione dell’imprenditorialità, promozione e sostegno delle fasce deboli nel mercato del lavoro.

Una funzione simile a quest’ultima è svolta da altri uffici del sistema regionale dei servizi per il lavoro: i centri di inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati (Cesil), che fanno capo ai comuni e sono nati grazie ai fondi comunitari del POR Sardegna 2000-2006, con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale e l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati.

C’è un di più, però: quello che le norme non dicono è che CSL e Cesil sono ormai diventati una vera e propria valvola di sfogo per il sempre più nutrito esercito di inoccupati e disoccupati che riversa sugli operatori le sue aspettative, la sua delusione, la sua rabbia e la sua disperazione. Un esercito che, purtroppo, non include solo giovani alla ricerca (vana) di occupazione, ma anche madri e padri che, magari, la mattina – racconta sconfortato Mauro Carta, un altro operatore CSL – escono di casa fingendo di andare a lavorare perché si vergognano di farsi vedere dai figli con le mani in mano.

Dovrebbe essere pacifico che – in un momento così drammatico per l’economia e, di conseguenza, anche per il mondo del lavoro – simili funzioni siano garantite se non anche potenziate; invece, attualmente quasi tutte queste strutture non sono in grado di offrire il corposo “pacchetto” di prestazioni previste dalle norme regionali. I CSL, in particolare, stanno erogando i soli servizi “tradizionali”, quali l’iscrizione alle banche dati dei soggetti in cerca di occupazione e dei lavoratori in mobilità, e nessun servizio di tipo consulenziale. Giusto per fare un esempio concerto, sempre Sergio Ligas fa presente che attualmente sono fortemente penalizzate le azioni di politiche attive obbligatorie per i beneficiari degli ammortizzatori sociali in deroga (mobilità e cassa integrazione): senza operatori non è, infatti, possibile individuare quegli adeguati percorsi di riqualificazione che la legge riconosce come un diritto e che rientrano, appunto, nei servizi specialistici offerti dai centri dei servizi per il lavoro.

Perché questo blocco dei servizi specialistici e perché “senza operatori”? Perché gli operatori di questi centri sono precari e quasi tutti sono senza contratto dal 1° gennaio 2013 (fanno eccezione i lavoratori del CSL della provincia di Nuoro, del CSL dell’Ogliastra e di alcuni Cesil, i cui contratti sono stati prorogati di 3 mesi … ma scadranno tra pochi giorni).
Nel frattempo, però, alcune province stanno portando avanti progetti di implementazione dei servizi per il lavoro. Un fatto davvero paradossale per due motivi, fa notare Sergio Ligas: primo perché stanno integrando funzioni che esistono sulla carta ma che, al momento, non vengono erogate per mancanza di personale; secondo perché stanno creando nuovo precariato.

Ma andiamo per ordine.

La storia dei CSL e dei Cesil comincia con una fase sperimentale finanziata tramite i già citati fondi comunitari. Terminato il periodo coperto da questi fondi, la Regione ha riconosciuto l’importanza delle funzioni svolte da queste strutture, disponendo una proroga dell’attività (e conseguentemente dei contratti del personale ad essa addetto) coperta con fondi provenienti dal proprio bilancio. A questa proroga ne sono seguite altre (ci sono stati all’incirca 20 rinnovi) e nel 2008 si è – finalmente – cominciato a parlare di stabilizzazione dei lavoratori che, da anni ormai, offrivano questi fondamentali servizi pubblici.

Così come per i precari dell’amministrazione regionale, però, alle dichiarazioni di intenti non hanno mai fatto seguito atti concreti che disciplinassero e poi attuassero il percorso di stabilizzazione.
A suon di inerzia, si è arrivati al 31 dicembre 2012, data in cui è sorto un nuovo problema. Un problema che ha le sembianze del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n. 78 (convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122), il cui art. 9 ha imposto agli enti pubblici (già dal 2011) di contenere la spesa per i contratti a tempo determinato, le convenzioni  e i contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) entro il 50 per cento  del costo sostenuto  per  le  stesse  finalità nel 2009.

Per via di questo ostacolo, come anticipato, quasi nessuno degli enti competenti ha prorogato i contratti scaduti. Coraggiosamente, però, la provincia dell’Ogliastra (una delle quattro soppresse a seguito del referendum abrogativo del 6 maggio 2012) ha disposto la proroga, chiedendo contestualmente un parere alla Corte dei conti riguardo alla possibilità, appunto, di riassumere questi lavoratori e alla corretta interpretazione dei limiti fissati dal famigerato decreto n. 78/2010. Lo scorso 14 marzo la Corte si è espressa sostenendo che non pare dubbio che le Province siano tenute ad assicurare, senza interruzioni, la prosecuzione del servizio stesso, in aderenza alle prescrizioni del Legislatore regionale” e che, posta la rilevanza pubblica e sociale delle attività in esame”, la spesa per tali assunzioni non è soggetta al sopra citato limite del 50 %, purché non superi quanto speso nel 2009. Dispone, infatti, tale decreto che A decorrere dal 2013 gli enti locali possono superare il predetto limite per  le  assunzioni  strettamente necessarie a garantire l’esercizio delle funzioni di polizia  locale, di istruzione  pubblica  e  del  settore  sociale […].

Su questo nodo cruciale, solo di recente sciolto, si è, tuttavia, innestato un altro grosso problema di tipo istituzionale, oltre che organizzativo: il processo di riordino degli enti locali, attualmente in corso e volto, in particolare, a dare seguito ai  referendum regionali abrogativi e consultivi del 6 maggio 2012, con cui la maggioranza dei votanti si è espressa a favore della soppressione delle province.
Di fronte a queste cupe prospettive, quasi tutte le province hanno incrociato le braccia (i comuni, invece, hanno fatto altrettanto in attesa di ricevere i necessari trasferimenti finanziari) e hanno deciso di non dare prosecuzione ai contratti degli operatori.

Vista la situazione di stallo, il Consiglio regionale è dovuto intervenire una prima volta con la Legge regionale 17 dicembre 2012, n. 25. Quest’ultima, all’art. 9, affida agli enti locali il compito di garantire la prosecuzione, in via provvisoria, dei servizi erogati dai CSL e dai Cesil. Non solo: prevede anche che sia l’Agenzia regionale del lavoro a dovervi provvedere nel caso in cui per “ragioni oggettive” l’organo competente non possa farlo.
Poiché, però, neanche queste disposizioni sono servite a superare il blocco delle attività e dei contratti, l’Assemblea legislativa sarda ha approvata un’altra norma: l’art 5 della Legge regionale 8 febbraio 2013, n. 3, che ha affidato alla Giunta regionale il compito di attuare quanto disposto dalla legge regionale n. 25/2012. In particolare, questo articolo prevede per il personale dei centri “l’assunzione con contratto a termine al 31 dicembre 2013 presso l’Agenzia regionale del lavoro […], qualora non sia stato già assunto dalle amministrazioni locali.”  E l’Agenzia, nel caso assuma questi operatori, “dispone il loro comando presso le amministrazioni delle soppresse province sarde, delle unioni di comuni e/o dei comuni nei quali hanno svolto l’attività nei precedenti esercizi.”.
Chiaramente tali norme stanziano anche le risorse finanziarie necessarie per coprire le relative spese, assegnandole agli enti competenti o, nel caso non provvedano, all’Agenzia.

Ci sono le norme, ci sono i fondi, ma allora perché, dopo quasi due mesi, questi lavoratori sono ancora accampati a Cagliari, sotto il palazzo di viale Trento in cui ha sede la Presidenza della Regione?

Innanzitutto, perché gli enti locali non adempiono. Le province e i comuni per le ragioni sopra esposte e forse anche per ostacolare lo “scippo” di queste importanti funzioni a vantaggio dell’Agenzia regionale del lavoro. In secondo luogo, perché la Giunta regionale si è limitata a nominare una cabina di regia che, tra gli altri compiti, dovrà occuparsi del rinnovo dei contratti degli operatori e delle procedure per la loro stabilizzazione. Peraltro, nessun ente – fa notare Sergio Ligas – ha finora verificato quanti tra i 360 operatori Csl e Cesil (che includono co.co.co., consulenti e dipendenti a tempo determinato) possiedono effettivamente i requisiti per essere stabilizzati.

Che il problema sia la tristemente nota inerzia della Pubblica amministrazione o la volontà di mascherare con l’inerzia un braccio di ferro, rileva comunque fino a un certo punto: in entrambi i casi, il conto di queste irresponsabili (in)azioni lo stanno pagando i lavoratori dei servizi per il lavoro e le centinaia di persone che dovrebbero potersi avvalere delle loro prestazioni. Un conto così salato da aver spinto ad intervenire anche la Commissione d’inchiesta sulla mancata applicazione delle leggi regionali.

Il presidio degli operatori Csl e Cesil in quel di viale Trento prosegue, dunque, in attesa di ricevere risposte dalla cabina di regia.
«Per noi non è importante quale sia il soggetto con cui stipulare il contratto, da cui dipendere: – dice Sergio Ligas  – per noi l’importante è poter lavorare e garantire questi servizi ai cittadini».

Non dimentichiamo che stiamo parlando di servizi pubblici che, nati in via sperimentale, hanno avuto dalle leggi regionali il riconoscimento della loro “stabilità”. E se il servizio è stabile, anche i contratti di chi li eroga dovrebbero essere tali. Gli operatori che svolgono queste funzioni, peraltro, non sono neolaureati alla prima esperienza lavorativa: sono persone inserite da tempo nel mercato del lavoro e che quest’ultimo – per la loro età anagrafica – non considera più “giovani”. Persone che, inoltre, hanno acquisito un’elevata e specifica professionalità, purtroppo per loro non spendibile in altri settori. Persone che – oltre ad essere vittime di burocrazia, vincoli normativi e finanziari o mere prove di forza – subiscono anche la cattiveria dei conterranei (spesso dettata dall’invidia per chi è o è stato più fortunato).
Perché è tristemente diffusa l’opinione per cui il precario della Pubblica amministrazione “è un raccomandato”, “ha già avuto la sua occasione ed è ora che lasci il posto a un disoccupato”. Sono in tanti – troppi – a pensarla così. Sono in tanti ad avere persino il coraggio di esprimere a voce alta questo meschino pensiero.
Perché i sardi – ma forse non solo loro – sono troppo miopi per capire che, fintantoché ci sarà chi ragiona così, non potremo liberarci da queste sabbie mobili in cui ci siamo impantanati.
La battaglia per il lavoro non si può vincere alimentando le guerre tra poveri
(illuminante in proposito A babbu mortu, resoconto-riflessione dello scrittore e giornalista Gianni Zanata), combattendo a suon di “togli a lui per dare a me” né ponendo alternative del tipo “o tutti o nessuno”: questa battaglia si può vincere solo al grido di TUTTI.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

*