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La verità al paziente

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Una buona comunicazione e un rapporto più empatico possono favorire una positiva “alleanza” terapeutica

 

La relazione tra medici e pazienti affetti da gravi patologie da sempre ha posto il problema del diritto di questi ultimi di conoscere la verità quando si tratta di comunicare loro la diagnosi, ed eventualmente le aspettative di vita… I morenti, e più in generale quelli che sono colpiti da una malattia inguaribile (non incurabile, come molte volte si è portati ad affermare, poiché tutte le malattie sono potenzialmente curabili, sic!). Dialogo e trasparenza rappresentano i punti cardine per una buona “alleanza” terapeutica, ma soprattutto preludio ad un maggior ottimismo per superare il rifiuto di una diagnosi specie se severa…

Secondo il concetto più razionale è opportuno lasciare al malato un minimo di speranza e presentare la prospettiva della morte come ineluttabile; il medico ha il dovere di dare al paziente, tenendo conto il più possibile del suo livello di cultura, del suo credo religioso e delle capacità di discernimento, la più comprensibile informazione sulla diagnosi, la prognosi, le prospettive terapeutiche e le loro conseguenze, considerando i “limiti” della scienza medica. «Ogni domanda specifica posta dal paziente – suggerisce Giovanni Russo, professore di Bioetica, e autore del volume “Il medico”, Edizioni Internazionali, 2004) – deve essere accolta e soddisfatta con chiarezza. Il medico potrà valutare, in rapporto con la reattività del paziente, l’opportunità di non rivelare al malato, o di attenuare, la prognosi grave o infausta, nel qual caso la stessa dovrà essere comunicata ai famigliari. In ogni caso, la volontà del paziente, liberamente espressa, deve rappresentare per il medico elemento al quale ispirare il proprio comportamento… Il malato adeguatamente informato e rassicurato è più libero e può responsabilmente assumersi l’onere di partecipare alla decisione finale».

Personalmente, più volte mi sono chiesto (e ancora mi chiedo, ogni qualvolta varco la soglia di una corsia ospedaliera, soprattutto in ambito oncologico) quanta verità viene detta al malato affetto da una grave patologia, magari dal probabile esisto infausto? Come viene detta e quindi quanto è comprensibile questa informazione? E il paziente vuole davvero conoscere la verità anche quando la malattia che l’ha colpito è un tumore? Ed ancora. Può avere senso affrontare il discorso parlando genericamente di malattia oncologica, oppure è forse il caso di separare le diverse malattie soffermandosi su quelle potenzialmente guaribili e, in particolare, approfondendo il problema di quelle che volgono alla fase “terminale”?

Io credo che ogni medico debba eticamente e, per quanto possibile, serenamente trovare il modo di rafforzare la propria capacità di valutazione, partendo dalla considerazione che il dialogo tra medico e paziente rappresenta un ”solidale” avvicinamento e quindi un incontro culturale tra due persone, ciascuna con una propria storia familiare, sociale, professionale (medicina narrativa). Instaurandosi così una relazione empatica tra medico e paziente, la stessa assumerà la forma di un impegno a prendersi cura o di una “alleanza terapeutica”. A questo proposito mi sovviene quanto mi disse tempo fa un oncologo: «Il malato, quale soggetto attivo, è anche spettatore e interprete della sua malattia, di qui la necessità del dialogo interpersonale, che non è mai tempo perso fare una diagnosi, perché l’infermità umana è sempre un evento della vita personale». Questa potrebbe sembrare una affermazione ovvia, ma io credo che non è mai ovvio tutto quello che riguarda la sofferenza, specie se si è coscienti l’un l’altro (medico e paziente) che l’aspettativa può essere la cronicizzazione della malattia, della sofferenza stessa, e dell’epilogo… scontato. In questo contesto si valorizzano le cosiddette virtù del professionista: dedizione coraggiosa, senso di responsabilità individuale, capacità di comprensione e comunicazione umana, indipendenza da pressioni economiche corporative.

La cultura del medico è per certi versi avvantaggiata perché poggia le basi sulle conoscenze scientifiche, ma è talmente forte tanto da recepire che il paziente vorrebbe vedere in lui a volte il missionario, a volte un amico intimo, un confidente o chissà quant’altro ancora… La scrittrice americana Harriet Stowe (1811-1896) sosteneva: «Non c’è bisogno soltanto di amore e di buona volontà nella stanza di un ammalato; c’è bisogno di conoscenze e di esperienza». Tutto ciò potrebbe far pensare un ritorno al paternalismo della medicina tradizionale, ossia l’idea che solo il medico sia in grado di esprimere il giudizio ultimo sul da farsi; ma in realtà, oggi (e ormai da tempo), questo atteggiamento tende sempre più a svanire per lasciare il posto a quello del medico determinato ma “collaborativo” con il paziente, proprio perché sostenuto dal suo bagaglio culturale e scientifico, anche se in verità (a mio parere) non c’è, e non ci dovrebbe essere, medico che non riconosca i proprio limiti e di essere fallibile.

Tornando al problema verità sì, verità no, dalla mia modesta esperienza di divulgatore di materie mediche e socio-sanitarie, avendo peraltro vissuto qualche giornata sul campo con l’oncologo ospedaliero, ho potuto notare, in più occasioni, che la rassegnazione e l’ottimismo sono due manifestazioni contemporaneamente presenti in luogo di sofferenza, ma a volte l’ottimismo (rafforzato dalla speranza) prevale sulla rassegnazione. Vorrei concludere con una citazione del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1884-1900), il quale nel 1881 sosteneva che «tranquillizzare l’immaginazione del malato, che almeno non abbia a soffrire, come è accaduto fino ad oggi, più dei suoi pensieri sulla malattia stessa, penso che sia già qualcosa. E non è poco

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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1 Commento su La verità al paziente

  1. Da ammalata io ho sempre voluto sapere cosa mi stà accadendo… ho detto hai dottori dove sono in curana che, non mi piace essere ” Fritta e cotta in padella”. Naturalmente, il dire o non dire la verità, stà al medico sapere se il paziente è in grado di sopportare ed elaborare la verità.

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