La tragedia torinese alle acciaierie della THYSSENKRUPP

La tragedia torinese alle acciaierie della THYSSENKRUPP

Il lungo iter giudiziario tra Italia e Germania dal quasi esito finale che non riesce ad asciugare le lacrime dei famigliari degli operai deceduti nella tragica notte

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

È mai possibile che la vita umana valga sempre meno, sia sul piano fisico e morale che su quello giudiziario? Con questo quesito forse pecco di retorica ma la vicenda in questione si sta protraendo da troppo, tanto tempo e non si è ancora giunti alla parola fine. Mi riferisco al triste evento di cronaca che nel dicembre 2007 a Torino ha coinvolto sette operai dello stabilimento ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni, i quali persero la vita in seguito ad un pauroso incendio sprigionatosi all’interno della stessa, e non si è ancora concluso il suo lacunoso iter giudiziario non avendo stabilito quella che dovrebbe essere la giusta pena per i responsabili tedeschi della multinazionale: l’amministratore delegato Harald Espenhann, e il manager dell’azienda Gerald Priegnitz, condannati in Italia rispettivamente a 9 anni e 8 mesi, e a 6 anni e 10 mesi. Ma dalla Procura di Essen (città tedesca della Renania Settentrionale) erano stati condannati a 5 anni, e in questi giorni le cronache informano che i due manager avrebbero ottenuto dal loro Paese il cosiddetto “Offner Vollzug”, ossia una misura alternativa al regime carcerario (semilibertà); e ciò significa che potranno lasciare il penitenziario di giorno e continuare a lavorare, ma dovranno fare rientro la notte. Entro un mese la “pena” dovrebbe essere operante per entrambi. È inutile sottolineare la scontata eterna delusione dei familiari delle vittime che, in questi 12 anni, si sono trascinati infinite volte nei corridoi e nelle aule del tribunale torinese, invocando quella che umanamente si potrebbe definire una pena più equa e questo, a mio avviso, non ha nulla a che vedere con il sentimento del perdono: anche Dio non perdona volentieri se non ci si pente (sic!). Ma si sa, la stirpe umana si confronta e si affronta ogni volta di fronte ad azioni che anelano il diritto al rispetto della propria persona, soprattutto quando si viene lesi nel fisico e nella dignità. Da che mondo è mondo si parla di giustizia, quella umana, appunto, quella di cui tutti hanno diritto di veder rispettata e applicata concretamente soprattutto nei Paesi dove la democraticità risulta essere imperante… Non è mia intenzione entrare nel merito della Giurisprudenza tedesca, in quanto a me non nota, ma ritengo utile richiamare l’attenzione sul lungo iter processuale italiano (ben oltre 12 anni) che, seppur nel rispetto delle procedure di indagine ed accertamenti vari, ha contribuito ad incrementare la costernazione dei familiari delle vittime (peraltro tutte giovani), ormai quasi allo sfinimento ma decisi a ricorrere anche oltre confine.

Genitori che hanno perso i figli, mogli (con figli piccoli) che hanno perso i mariti nel pieno della vita affettiva e lavorativa… senza il conforto di un’equa ed umana giustizia, ed è anche questa, diciamocelo pure, una realtà che grida vendetta al cospetto di Dio; e la massima comprensione dell’inconsolabile dolore è quanto loro dovuto… almeno questo! Ma evidentemente ciò non basta poiché è insito nell’intimo umano invocare e pretendere il rispetto della memoria, il cui valore va ben al di là di ogni possibile riparazione risarcitoria: il riconoscimento accertato del dolo e della colpa e conseguente condanna, ci insegnano i Codici penali e la razionalità, dovrebbero rientrare nella certezza della pena che in Germania pare essere assai minimizzata, e in Italia molto spesso è assente… ormai da troppo tempo. Quando vengo a conoscenza di chi è preposto a giudicare la responsabilità altrui per un fatto delittuoso, solitamente mi sovviene una sentenza di Lucio Anneo Seneca (4-65 a.C.) il quale asseriva: «Chi risparmia i malvagi danneggia i buoni».

Le immagini  sono tratte da: La Voce e il Tempo, e Senza Soste

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