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La solidarietà umana attraverso la donazione di organi a scopo terapeutico

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Il primo passo per merito di Giorgio Brumat, fondatore della Associazione Donatori Organi Bergamaschi (DOB)

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico
)

Nasceva 40 anni fa a Bergamo l’Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule (AIDO), la più grande realtà associativa per promuovere e sostenere la cultura della donazione e dei trapianti, sia tra la popolazione che tra gli esperti del settore. Ma il “rigore” storico” mi impone di risalire alle origini perché tale realtà risale al 14 novembre 1971, quando a Bergamo il quarant’enne Giorgio Brumat (Valvasone 1929 – Bergamo 2001), persona umile, colta, di animo nobile e dai modi raffinati, diede vita ad una associazione di volontari (i primi 87 aderenti) sensibili ai problemi delle donazioni di organi che, riuniti nel magazzino di un panificio di Monterosso, costituirono l’Associazione Donatori Organi Bergamaschi (DOB), la prima realtà associativa per la donazione in Italia. Solo due anni dopo, il 26 febbraio 1973, cambiò denominazione in AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi): alla fine dello stesso anno gli iscritti saranno più di 9.000, venti anni dopo quasi un milione. Il 23 marzo dello stesso anno nella provincia di Bergamo avvenne il primo prelievo di cornee: donatrice Enrichetta Merlini, una signora milanese che risiedeva in un pensionato a Costa Volpino, e aveva manifestato in vita il desiderio di donare le cornee. L’oculista fu il prof. Luigi Marucci dell’ospedale di Lovere. Da quel momento l’AIDO divenne l’esecutrice testamentaria di un lascito ricco dei più alti valori umani e, nel contempo, strumento indispensabile (allora) per l’attuazione degli innesti corneali.

Erano tempi eroici e di conquiste sociali, di vero pionierismo, di grandi slanci di solidarietà, quella più pura e spontanea; ma anche di trepidazioni, ansie e di intime gioie condivise da persone semplici, in grado di affrontare diffidenza e non poche incomprensioni: la pratica delle autopsie, già allora incontrava opposizioni di parenti e, come se non bastasse, le patologie legate ai trapianti suscitavano paure o preoccupazioni come avviene per altre malattie incurabili e più diffuse. Per quasi 30 anni Brumat si è dedicato totalmente allo sviluppo dell’attività associativa promuovendo il rafforzamento della solidarietà umana tale da determinare la coscienza della necessità della donazione di parti del proprio corpo, dopo la morte, per i trapianti a scopo terapeutico. Dal 1971 al 1975 ha ricoperto la carica di presidente, dal 1976 al 1980 di segretario generale e successivamente consigliere nazionale. Per i suoi meriti nel 1984 è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini il quale ha firmato la sua adesione all’Associazione; nel 1986 il ministro della Sanità Costante Degan e il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga hanno consegnato all’AIDO la Medaglia d’Oro al merito della Sanità Pubblica. Nel 1995 ha partecipato ad una serie di conferenze insieme a Mr. Reginald Grren (padre di Nicholas, il bimbo che a soli sette anni, è stato ucciso da alcuni rapitori sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e i cui organi erano stati generosamente donati a 7 pazienti in lista di attesa).  Nel corso del suo notevole e lungo impegno ha partecipato a più di 3.000 conferenze in università, scuole di ordine e grado e club privati.

Chi ha avuto il piacere di conoscere Giorgio Brumat lo ricorda come un uomo di grande passione e slancio, mettendo al primo posto l’essenza Uomo. Ricordo di averlo conosciuto e intervistato in occasione della IX Assemblea Nazionale Ordinaria dell’AIDO, tenutasi a Roma nel giugno 1998. Alla domanda: perché manca ancora umiltà in alcune persone che intendono proporsi agli altri, rispose: «A mio parere, in tutte le organizzazioni di volontariato, o di altre realtà, c’è il “virus” del protagonismo… Io spero che venga scoperto un vaccino che debelli questa “malattia”. Purtroppo il protagonismo deteriora quello che è lo spirito di tutte le organizzazioni di volontariato, sino a deprimerlo, debilitarlo… In ogni organizzazione oltre all’entusiasmo ci deve essere anche l’umiltà proprio perché nessuno è il più bravo, sono tutti bravi; nessuno è il migliore, sono tutti migliori! Chi crede in un ideale che porta al bene, deve avere l’umiltà di dire: sono uno dei tanti, agisco per gli altri e non per me stesso. Ed è per questo che la mia coscienza di cittadino italiano, sano e sensibile a questi problemi, mi ha spinto a creare l’AIDO e a continuare su questa strada. E continuerò finché avrò vita!»

Una domanda non retorica per quell’epoca, come forse non lo sarebbe nemmeno oggi, proprio perché la solidarietà umana richiede non solo umiltà ma anche la consapevolezza che il “vero” proporsi agli altri attraverso una qualunque azione o pensiero, non significa pagare servizi e cose o creare alleanze e gerarchie, bensì cooperare nella ricerca di un fondamento saldo per la nostra volontà di lavoro (non-profit) e progresso. «Fondamento – come precisava il filantropo Albert Schweitzer (1875-1965) – da cercarsi nell’interpretazione della nostra vita, della vita che ci circonda e nel significato che ad essa attribuiamo». E questo, ce lo ha insegnato anche Giorgio Brumat, con il suo esempio e la sua vita dedicata.

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