La politica dei numeri sterili ed il giardino autogestito.

Noi italiani abbiamo un rapporto curioso con la matematica: test e sondaggi dicono che in questa materia siamo per la maggioranza asini, però tutti – a quanto pare – adoriamo i numeri. Le cifre sono per noi come degli dei: le adoriamo, le agogniamo, le osserviamo con timore reverenziale. Questo che si parli di share (ma la tv davvero si può condividere e non solo subire?), di indice dei prezzi al consumo, del numero di disoccupati, degli importi degli stipendi medi di operai ed impiegati o di politica. Ed è proprio quest’ultimo settore ad essere, allo stato attuale, il più colpito dalla “numeromania”.

Ormai gran parte dei nostri rappresentanti non discute più di problemi reali e di possibili soluzioni (vere o farlocche), bensì di numeri. E non di cifre che segnalino l’esistenza di situazioni critiche, no: parlano di quanto i loro partiti piacciano agli elettori, di quanto parrebbe piacciano, di quanto puntano a piacere. In alternativa, parlano dello scarto tra voti ottenuti nelle precedenti elezioni e voti raccolti in quelle attuali.

Ed in questa nuova arte dello sparar numeri – moda, inutile dirlo, lanciata dal Cavaliere – stanno diventando proprio bravi: ne vengon fuori algoritmi, sistemi, equazioni e limiti (il cui risultato è, ovviamente, sempre infinito) da far invidia ad Einstein. Tutti lì a discutere di quanti punti percentuali abbiano toppato le previsioni di Tizio, delle possibili spiegazioni logiche e “sociologiche” a questo errore di valutazione, di quanto Caio abbia perso o guadagnato rispetto a tale o tal’altra elezione, del se e come sia possibile fare un simile raffronto posto che molti soggetti politici tra una consultazione e l’altra mutano nome, composizione ed identità.

Quasi mai, però, se non in rarissimi momenti di lucidità e lungimiranza, i nostri politici si fermano ad interpretare quei dati che, in politica (e non solo), sono utili solo se associati ad un significato.

Eppure le cifre di quest’ultima tornata elettorale sono molto facili da interpretare, anche perché confermano tendenze già in atto, come la crescita di consensi per l’Italia dei valori, o assolutamente prevedibili, come il rafforzarsi della Lega. Nonostante la nostra classe dirigente voglia convincerci che la matematica è un’opinione (e qualcuno probabilmente comincia a crederci), questi numeri hanno un significato univoco e dicono, innanzitutto, che il bipartitismo non decolla perché c’è una porzione importante di elettorato che non crede nei due partiti maggiori, anche se per ragioni diverse. E se Pd e Pdl non sapranno recepire questi malumori e dare risposte adeguate, la conseguenza sarà la stessa: una diaspora crescente, che avvantaggerà le forze politiche effettivamente nuove (perché una mano di vernice non basta a fare la differenza tra un oggetto riciclato ed uno davvero svecchiato).

Un altro messaggio lanciato da questi recenti dati è, in realtà, storia vecchia: gli elettori di sinistra, eccetto alcuni irriducibili, non credono più nei partiti che fino a ieri li hanno rappresentati né nei loro “derivati” perché gli errori sono quelli di sempre, primi fra tutti l’essere eternamente divisi e il non capire che separati non si possono ottenere risultati utili.

Ma l’aspetto che in questa occasione particolare non può assolutamente essere ignorato è quello relativo al rapporto tra elettori ed istituzioni europee: la scarsa affluenza alle urne evidenzia un clima di diffidenza – o, nella migliore delle ipotesi, indifferenza – verso una realtà che molti (non solo in Italia, a dire il vero) conoscono solo per sentito dire … e ciò che si dice è, prevalentemente, che l’Unione Europea limita, toglie, complica e non offre. Ma questo clima non potrà cambiare fintanto che i nostri rappresentanti non ci racconteranno l’Europa, com’è allo stato attuale e come vorrebbero farla diventare grazie al nostro voto. Nulla cambierà se continueranno ad occuparsi del loro orticello, che è solo una piccola frazione di un grande podere che si chiama Italia, a sua volta parte di un enorme giardino – l’Europa – che di fatto si autocoltiva.

Marcella Onnis

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