LA PLETORA ITALIANA DELLE GERARCHIE

L’imporsi con un titolo o una qualifica (per prevalere) è un vezzo tipicamente nostrano e, benché evitabile, ben pochi vi sanno rinunciare

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Progresso e libertà (senza contegno) sino a rasentare l’eccesso. Si prendano ad esempio qualifiche e gerarchie sia nell’ambito della politica, del clero, dei mestieri e professioni che in quello del volontariato, per non parlare poi della stanza dei bottoni manovrati dai burocrati della politica. Un elenco interminabile che comprende i ruoli di presidente, vice presidente, governatore, segretario, vice segretario, sottosegretario, porta borse, direttore, vice direttore, capo gabinetto, coordinatore, vicario, sostituto, responsabile diretto o ad interim, corresponsabile, capo, facente funzione, e tanti altri ruoli identificati da sostantivi più o meno razionali e talvolta non meglio identificabili. È un mondo, questo, che è supportato non solo da esigenze oggettive, ma anche da velleità che spesso nella pratica fanno perdere di vista il reale ruolo operativo. A questo riguardo non conosco la realtà di altri Paesi a noi confinanti, ma per quanto riguarda quella nostrana è inconfutabile questa tendenza ad esteriorizzare il proprio Essere di rappresentato, appunto, da questo o quell’aggettivo-nomina; ovvero, un modo coercitivo per distinguersi e di imporsi di fronte ad altri, spesso considerandoli ben lontani dal loro pari. È pur vero che in determinate operatività quotidiane devono esistere le gerarchie, ma a mio avviso sono ben pochi quelli che non perseguono questa ambizione perché, diciamolo pure, essere identificati con un determinato ruolo (e grado, meglio se con titoli accademici e altisonanti) produce un immediato ritorno di immagine e, in non pochi casi, anche di potere. Ecco che anche qui si evidenzia l’uomo (si noti la “u” minuscola) per quello che è, e non per quello che non dovrebbe essere: anche in determinati rapporti di parità ed uguaglianza dovrebbero costituire indice di saggezza! La conseguenza del cosiddetto “timor riverenziale” che taluni incutono è dunque inevitabile, tale da creare dei sottomessi privandoli a volte della loro identità e della loro dignità; e questo non fa onore all’uomo  che, ripeto, crede d’essere e invece non è. Probabilmente a detta di molti, io vivo in un mondo per così dire surreale, fantasioso, limbico se non addiritttura utopistico; ma è bene sapere che anche l’anticonformismo è un modo come un altro per essere presenti nella società, senza per questo denigrare alcuno nel senso più stretto del significato, oltre ad esprimere punti di vista diversi ed essendo in minoranza, additato come colui che è fuori dal coro e quindi da non considerare… L’etica dell’anticonformista non consiste nell’imporsi ad altri con il proprio pensiero e le proprie opinioni, ma nella liceità nell’esporle senza infierire su chicchessia. Ma tornando ai ruoli identificativi in ogni ambito, vorrei chiedere a costoro come si sentono interiormente (ed esteriormente) quando vengono citati nel modo cui desiderano (e talvolta pretendono), specie in politica; ma la risposta posso anticiparla io stesso: nessuno di loro ama essere chiamato semplicemente Signor/Signora, come contrariamente avviene all’estero; una carenza di signorilità che ha sempre intaccato l’italiano… sempre più avido nel raggiungere quel podio di supremazia e comando (anche questa è burocrazia) equiparabile a quello di direttore d’orchestra, con la differenza che quest’ultimo dirige non dei sottoposti ma degli esecutori al suo pari… in quanto leggono lo stesso spartito. Or bene, sarebbe saggio che ogni ambizioso di titoli e ruoli possedesse prima di tutto la ricchezza interiore, umiltà e nel contempo quel tocco di signorilità che a mio modesto parere sarebbero sufficienti per ottenere un buon seguito, senza perdere quel minimo di autorevolezza necessaria per svolgere il proprio ruolo. A questo proposito vorrei rammentare un aneddoto.

A volte il dottor Albert Schweitzer (1875-1965), filosofo e medico filantropo in Gabon, era autoritario come un generale prussiano, ma aveva un rigoroso rispetto per ogni forma di vita e anche un finissimo senso dell’umorismo. Un giorno ordinò a un uomo di sollevare da terra un carico pesante. «No – ribatté l’altro perché sono un intellettuale e poeta».  «Anch’io, un tempo, ero un intellettuale – sorrise Schweitzer – ma sono mal riuscito». E si addossò il carico. Esempio di saggezza d’altri tempi? Purtroppo sì perché oggi, più che mai,  siamo ancora ben distanti dall’ottica che definirei “schwetzeriana”, peraltro non molto diversa dalla saggezza di Friedrich Nietzsche (1844-1900), suo contemporaneo, il quale sosteneva: «Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare».

L’ immagine di copertina è tratta da ”Sociologicamente”

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