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La morte in banca (e non solo) secondo Giuseppe Pontiggia

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Che cos’è la morte in banca? Che cos’è la “morte” nella vita? Questo e tanti altri temi ancora attuali affronta Giuseppe Pontiggia nel suo primo romanzo e nei racconti che lo accompagnano.

copertina de La morte in banca di Giuseppe Pontiggiadi Marcella Onnis

Giuseppe Pontiggia aveva l’abitudine di revisionare i propri testi anche dopo la loro pubblicazione, per cui quando si parla di un suo libro è opportuno specificare a quale edizione o perlomeno a quale stesura si faccia riferimento. Premetto, dunque, che la mia edizione de “La morte in banca” è la ristampa del 2008 dell’edizione Oscar Mondadori 2003, che include la prima stesura di questo romanzo breve (datata 1952-1953) e sedici racconti scritti tra il 1957 e il 1985.

LA MORTE IN BANCA – Non ho mai lavorato in banca, ma l’entusiasmo che avevo nei miei primi mesi di esperienza lavorativa era simile a quello di Carabba, protagonista dell’opera prima di Pontiggia. Anche il mio atteggiamento faceva sorridere i colleghi più “anziani”, però non ricordo se qualcuno con me avesse esplicitamente previsto che un giorno mi sarebbe passato. In ogni caso, questo è effettivamente accaduto dopo pochi anni, probabilmente prima di quanto avessero previsto. A voler essere precisi, tra noi ci sono tre differenze: Carabba debutta nel mondo del lavoro ben prima di me; parte già con il presentimento – da lui volutamente ignorato – che quel lavoro e quel luogo non facciano al caso suo; l’entusiasmo che comunque riesce a manifestare – forse per autoconvincersi di star facendo la cosa giusta – viene brutalmente stroncato dai colleghi più scafati. Colleghi ai quali si ritrova a dar ragione anche prima di quanto accaduto a me: quello in cui lavorano è un ambiente privo di stimoli e refrattario al cambiamento.

Purtroppo, la banca non era e non è l’unico posto con queste caratteristiche, come afferma Pontiggia stesso in un’intervista rilasciata nel 2002 a Rossana Dedola e da questa riportata nel saggio a lui dedicato: «[…] negli ambienti di lavoro direi che vige la regola dei vasi comunicanti e predomina il livello più basso, cioè chiunque voglia emergere da quel piano fallimentare in cui la maggior parte si riconosce, è visto con diffidenza, quando non con ostilità dagli altri. Questo avviene in tutti gli uffici, chi vuole o emergere, o comunque fare qualcosa di importante, è visto con sospetto». Non a caso riserva la stessa amara presa di coscienza al protagonista del racconto “La nomina dei procuratori”: «Ma allora ridevo dei miei colleghi più anziani, quando mi dicevano: “Calmati” con un gesto profetico della mano. “Calmati. Te ne accorgerai”. Li immaginavo magari ottimisti all’inizio e poi scettici perché delusi dalla vita. E anch’io adesso mi ammasso nel loro gruppo. Ed è brutto starci, è avvilente, ha conseguenze impensate anche nella nostra vita privata. Voglio dire, in quella specie di mondo in cui collochiamo idealmente la nostra figura. E anche se noi ci sforziamo di preservarlo, questo mondo, di difenderlo dal mondo degli altri, non ci riusciremo mai completamente. E quello che pensano gli altri lo influenzerà sempre».

Pontiggia ci racconta che per Carabba «[…] adattarsi gli sembrava una resa, la sua crisi non poteva finire così» e che «Non poteva accettare che […] il fallimento fosse mentale. Ne provò una stretta d’angoscia. Ecco, era quella la morte: la morte in banca. Che era poi una delle infinite morti nella vita». Secondo l’autore, cioè, la morte in banca è «[…] non tanto il fare un’attività ripetitiva, monotona, in cui si maneggia molto denaro, senza poter intervenire sul suo corso, sulla sua utilizzazione, fiumi di denaro, che però non riguardano minimamente chi li avvicina. […] La morte era piuttosto la rinuncia a un approfondimento ulteriore, vero, della vita, la banalità, la convenzionalità dei giudizi, delle interpretazioni, la rassegnazione alla mediocrità intellettuale. Oggi per altro molto diffuso». Così afferma sempre nell’intervista del 2002, poi l’anno seguente, durante un’altra conversazione con Rossana Dedola, va oltre: «Il fallimento è di chi rinuncia alle proprie potenzialità intellettuali, alla propria dignità mentale, di chi, anziché capire, fare il massimo sforzo per capire, si accontenta di compromessi intellettuali, rassicuranti e confortevoli, e radicalmente falsi. […] alludo […] a quella rinuncia vile a capire e a rispondere alla vita con coraggio, ad affrontarla, per invece acquietarsi in un mondo di idee convenzionali apparentemente confortevole».

A questa consapevolezza Carabba arriva gradualmente, al termine di un percorso altalenante e tortuoso: il ragazzo, infatti, nota nel suo saggio Rossana Dedola, «mostra un’incapacità straordinaria a capire e a vedere quello che gli sta succedendo» e «capirà soltanto “dopo”». Solo una volta raggiunta tale comprensione e acquisita l’«accettazione della propria vita», per usare ancora le parole della studiosa, può uscire dalla crisi esistenziale e rinascere, esattamente come accade  al professor Frigerio protagonista di “Nati due volte”.

Farfalla arancione posata su sassi grigiL’esperienza acquisita con il film“Perfidia” di Bonifacio Angius mi porta a essere prudente nell’azzardare interpretazioni, ma vista l’accuratezza quasi maniacale con cui Pontiggia sceglieva le parole e riscriveva interi paragrafi, credo di poter fare, in proposito, un’ulteriore annotazione. Ne “La morte in banca” il cambiamento di prospettiva potrebbe essere sottolineato anche dallo scenario che accompagna le riflessioni del protagonista. Lo scenario qual è o quale lui lo percepisce, ché sappiamo bene come il nostro umore influisca sul modo di vedere la realtà e come l’immagine che di questa ci creiamo a sua volta influisca, secondo un circolo vizioso, sul nostro stato d’animo. Nel momento di massima crisi («Scese e avanzò stordito», lo descrive Pontiggia alla fine del capitolo undici) ciò che Carabba si trova – o percepisce – intorno a sé contribuisce ad acuire il suo senso di smarrimento, sconfitta e solitudine: «Era estate, l’aria soffocante, la città presentava aspetti inconsueti: le case altissime, deserte, le luci del tramonto, poche persone che camminavano nelle strade». Invece, dopo aver acquisito quella nuova consapevolezza che gli consentirà di riprendere in mano la sua vita, di vederla come fonte di opportunità da cogliere e non più come un’occasione persa, quella stessa città si mostra – o gli appare – in tutta la sua vitalità: «La città si riempiva; in quelle sere di settembre i grattacieli, oltre il parco, parevano scacchiere illuminate».

Con la crisi esistenziale prima o poi tutti dobbiamo fare i conti, ma affrontarla con l’aiuto di questo romanzo forse può essere meno traumatico, soprattutto se si è giovani come il suo protagonista e come l’autore quando lo scrisse (non aveva neppure 20 anni). Ha ragione, infatti, Pontiggia quando, nell’intervista rilasciata a Rossana Dedola nel 2001, afferma che «Noi facciamo continuamente delle scelte e la letteratura deve avere un significato decisivo in rapporto alle nostre scelte interiori, di volta in volta, deve rispondere con la sua voce, con il suo timbro, come a offrirci un aiuto a capire, a vivere un’esperienza forse di significato fondamentale».

UNA SCRITTURA NITIDA E POTENTE – L’abilità narrativa di Giuseppe Pontiggia trova ampie conferme anche nei racconti che completano il volume, vari nei temi ma tutti coinvolgenti per il contenuto, gli sviluppi spesso imprevedibili e la straordinaria tecnica che denotano. L’estrema cura della forma è particolarmente evidente, ad esempio, in “I colori della vita” che, oltre a essere originale nel contenuto, colpisce per l’estrema “coerenza lessicale”: in due paginette e mezzo di racconto, i sostantivi e gli aggettivi che indicano sfumature cromatiche – esclusi i ricorrenti termini “colore” e “colori” – sono almeno diciassette (ma potrebbe essermi sfuggito qualcosa).

In questi brani la scrittura risulta spesso anche più concisa che in “La morte in banca”, avvicinandosi «alla sinteticità lapidaria dell’aforisma» di cui parla Mario Barenghi nella postfazione e che, come lui nota, diventerà più evidente nei lavori successivi, compreso “Nati due volte”. Nonostante l’estrema sintesi – o forse proprio per merito di questa – Pontiggia riesce a tratteggiare con estrema efficacia tanto le personalità dei personaggi quanto le dinamiche interpersonali e ambientali di cui sono parte. E la sua scrittura “visiva, a effetto cinematografico” fa sì che gli eventi narrati si profilino nitidi, fotogramma per fotogramma, davanti agi occhi del lettore. Del resto, è anche questa la “forza del linguaggio” di cui era convinto assertore e straordinario interprete.

C’è di più: riguardo a questa scrittura «asciutta, nitida, lineare, a volte spigolosa», Mario Barenghi afferma giustamente che «la mancanza di abbandono e di impeto creativo si risolve […] in un’esemplare lezione di senso della misura: il che poi equivale a dire di buon gusto». Questo quanto  al risultato finale, mentre l’obiettivo per cui Pontiggia ha deciso di intraprendere la «strada […] dell’essenzialità, della nitidezza, della chiarezza» ce lo indica Rossana Dedola nel suo saggio: «permettere al lettore di addentrarsi in ciò che resta oscuro innanzi tutto per il protagonista».

NON UNO SCRITTORE AUTOBIOGRAFICO – Quanto c’è di autobiografico in questo volume? Un lettore che si rispetti non dovrebbe fare né a sé né ad altri domande del genere, ma questa è, purtroppo, un’abitudine difficile da dismettere, tanto più se dell’autore si conosce già parte della biografia.

Il più evidente tratto biografico presente in questi scritti è il lavoro in banca, che Pontiggia intraprese – per poi abbandonare – a soli diciassette anni. Questa esperienza lo ispirò non solo, come è più che intuitivo, per “La morte in banca” ma anche per alcuni racconti, esplicitamente per “Storia di un verbalista” e – come tipologia di ambiente lavorativo – sicuramente per “La nomina dei procuratori” e “Il pazzo”.

In quest’ultimo troviamo, inoltre, un altro tratto biografico: il cognome Frigerio, che apparteneva a sua madre e che, in seguito, ha assegnato anche al suo quasi alter-ego di “Nati due volte”. Peraltro, possiamo ipotizzare che pure il Frigerio di questo racconto (qui personaggio secondario) rappresenti una sorta di suo doppio. Un’ipotesi che potrebbe trovare conferma nel comune interesse per la psicanalisi e – azzardo – in quella convinzione per cui il collega considerato “pazzo” «andrebbe curato soprattutto con il rispetto e tornerebbe normale».

copertina del saggio su Giuseppe Pontiggia di Rossana DedolaIn “Lettore di casa editrice” – uno dei racconti più godibili e, per chi ha velleità letterarie, più utile – fa capolino, invece, un’altra esperienza professionale dell’autore: quella di consulente per le case editrici Adelphi e Mondadori.

Nonostante queste tracce di sé e nonostante l’autore stesso parlasse de “La morte in banca” come «l’unico mio romanzo leggibile in chiave autobiografica», dobbiamo, tuttavia, tenere presente che, come ricorda anche Mario Barenghi, Pontiggia «non è […] uno scrittore autobiografico». Addirittura, diversamente da quanto da questi affermato, non fa eccezione neppure con “Nati due volte”. Prova ne sono le dichiarazioni rilasciate a Rossana Dedola nell’intervista del 2002: «[…] io proprio non volevo fare una testimonianza autobiografica. […] L’autobiografia, come racconto di ciò che io conosco per averlo vissuto, non mi attira, preferisco scoprire nella pagina qualcosa che io non sapevo prima di decidermi a scrivere». A “discolpa” di Barenghi specifico, però, che quando scrisse questa postfazione, il saggio di Rossana Dedola non era ancora stato pubblicato.

ATTUALE, IRONICO E … PESSIMISTA? – Autobiografico no, ma sicuramente attuale e acuto, non solo con “La morte in banca” ma anche con i suoi racconti. Colpisce, ad esempio, questo passaggio di “Io ti rispondo di sì”: «[…] non idolatriamo il sesso. Oggi siamo ossessionati dall’erotismo. Abbiamo un nome per qualsiasi perversione, vediamo in ogni oggetto forme allusive». Sono parole – pensate un po’ – scritte nel 1963, prima ancora, cioè, della cosiddetta rivoluzione sessuale. A conferma che, tante volte, le novità sono solo presunte tali.

In “Mancino”, invece, già compare il tema della diversità, centrale in “Nati due volte”: anche qui, come nel suo ultimo e intenso romanzo, Pontiggia ci ricorda che non è la natura a fare di una persona un “diverso” o un “normale”, bensì la percezione che gli altri ne hanno.

In tutti gli scritti, in particolare nei racconti, emergono la sua ironia e la sua capacità di analisi, sempre puntate su quelle storture e bassezze che, di decennio in decennio, noi uomini – o perlomeno noi italiani – ci portiamo dietro. Di recente, mi è capitato di conversare con un amico riguardo alla facilità con cui puntiamo il dito su corruzione, evasione, nepotismi… Una facilità pari a quella con cui scordiamo di esserne spesso complici, se non artefici. Ed è proprio questo che ci faceva notare Pontiggia già nel 1957 in “La nomina dei procuratori”: «Tutti sanno che è un raccomandato, che anzi è uno molto raccomandato, ma ognuno al suo posto ne avrebbe approfittato». Ora come allora, i j’accuse sono spesso e volentieri figli non del senso di giustizia ed equità, ma dell’invidia, come in tempi recenti ci ha dimostrato, ad esempio, l’ingresso in Parlamento di movimenti politici nuovi nei nomi ma vecchi nei metodi e nei vizi.

Male di ogni tempo è anche l’ipocrisia, così radicata nelle nostre esistenze da rischiare di ingannar noi per primi quando la sfoderiamo: «La Gallazzo, vicino a me, ripeteva quasi con angoscia: “Che cafone…! Ma guarda che cafone, ma Dio mio!” Poi è corsa come le altre ad abbracciarlo» (da “La nomina dei procuratori”).

primissimo piano di Giuseppe Pontiggia sorridenteSecondo Barenghi, «nell’intreccio fra la tematica esistenziale originaria e la satira» si trova «il suo timbro narrativo più originale», ma questi ritiene anche che più nella sua produzione diventa spiccata la vena umoristica, più «il pessimismo […]  si fa […] più sconsolato». Ecco, su questo punto non riesco a concordare. Innanzitutto, perché parto dal presupposto – probabilmente errato – che chi è dotato di senso dell’umorismo non possa essere pessimista: chi ha voglia di (sor)ridere e far (sor)ridere per me non può essere davvero convinto che tutto sia perduto. In secondo luogo, non riesco a conciliare questo aggettivo con l’idea dell’uomo-Pontiggia che mi sono fatta grazie alla testimonianza fornita da Rossana Dedola e, sempre nel suo saggio, da Daniela Marcheschi. In particolare, trovo il pessimismo incongruente con ciò che di Pontiggia quest’ultima ricorda: «l’insegnamento a non cedere alla tentazione dello scetticismo a oltranza, se non del nichilismo, a non abbandonare il campo di battaglia per affermare nuovi umanesimi». Realista e quindi disilluso sicuramente sì, ma pessimista non credo.

CHI È IL LETTORE DI PONTIGGIA? – Mi rendo conto di aver parlato troppo di me e ve ne domando perdono, anche se penso di poter attribuire la responsabilità al mio amato Pontiggia. Afferma, infatti, Rossana Dedola che i lettori di Pontiggia «Sono i lettori che vanno alla ricerca del loro autore, lo trovano, instaurano un colloquio con lui, entrano nel suo mondo perché è anche il loro mondo». E se lo dice lei…

 

 

La foto con la farfalla è di Michele Porcu

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