Fotografia simbolica: l’immagine è di repertorio e non ritrae il signor Pasqualetto.
Una battaglia civile che interroga le istituzioni
Dopo un’emorragia cerebrale che lo ha lasciato in condizioni di grave disabilità, Giuseppe Pasqualetto vive da anni tra ricoveri, dipendenze quotidiane e una pensione insufficiente. Nonostante certificazioni pubbliche che attestano la sua non autosufficienza, l’indennità di accompagnamento continua a essergli negata. La sua storia solleva una domanda di giustizia che riguarda tutti.
Giuseppe Pasqualetto ha 62 anni e vive a Caltanissetta. Ex agente di commercio, nel 2009 la sua vita è stata stravolta da una gravissima emorragia cerebrale: 90 giorni in coma vegetativo, un anno intero di ricovero, una sindrome di Lyell, un blocco renale, mesi di catetere e pannolone, una riabilitazione durissima che ancora oggi non è finita.
Oggi Giuseppe convive con disfagia ai liquidi, equilibrio estremamente precario, incontinenza notturna, tremori agli arti superiori, dolori continui. Per bere usa una cannuccia, per mangiare ha bisogno di essere aiutato, per muoversi utilizza un deambulatore. Non guida più, non è autonomo nelle attività quotidiane.
Le strutture pubbliche hanno certificato un quadro severo: ADL 1/6 e IADL 1/8, indici che descrivono una dipendenza quasi totale. Eppure, nonostante un’invalidità riconosciuta al 100%, l’indennità di accompagnamento continua a essergli negata.
La sua pensione di invalidità è di 747,84 euro al mese. Prima del 2020 erano circa 300. Troppo poco per vivere, troppo poco per affrontare una disabilità così complessa.
Giuseppe non si è arreso: ha presentato domande, ricorsi, si è rivolto ai tribunali. L’unico risultato ottenuto, ironia della sorte, è stato il passaggio da una revisione “definitiva” a una revisione annuale.
La domanda che pone oggi è semplice, ma pesante come una pietra:
“Perché le strutture pubbliche certificano la mia condizione, mentre INPS e tribunale continuano a negare l’accompagnamento? Chiedo solo coerenza, giustizia e ascolto.”
La sua non è una polemica: è la richiesta di un uomo che vive ogni giorno dentro un corpo fragile e dentro un sistema che sembra non vederlo. Una richiesta che riguarda tutti noi, perché parla di diritti, di dignità, di ciò che una comunità sceglie di proteggere.
La sua storia è quella di un uomo che ha lavorato, costruito, vissuto con dignità, e che oggi si trova a fronteggiare una fragilità che non può essere ignorata. Nessuno dovrebbe affrontare da solo situazioni di vulnerabilità, soprattutto quando esistono strumenti e responsabilità precise da parte delle istituzioni.
Non chiediamo privilegi, ma giustizia. Chiediamo che vengano attivati con urgenza i percorsi di sostegno previsti dalla legge, che si verifichino le omissioni che hanno portato a questa condizione e che si garantisca finalmente un intervento adeguato, umano e tempestivo.
La comunità non può voltarsi dall’altra parte. Custodire ciò che resta significa anche prendersi cura di chi resta. Per questo chiediamo alle autorità competenti di assumersi la responsabilità che spetta loro e di restituire al signor Pasqualetto ciò che ogni persona dovrebbe avere: ascolto, protezione, dignità.
Firmiamo perché nessuno venga lasciato indietro.
È il momento di agire. La storia del signor Giuseppe Pasqualetto ci riguarda tutti: parla di dignità, di diritti, di ciò che una comunità sceglie di proteggere. Se credi che nessuno debba essere lasciato solo, firma e condividi questa petizione. Ogni firma è un gesto concreto, ogni condivisione è un passo verso la giustizia. Facciamo sentire la nostra voce. Insieme.




