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La lotta alla criminalità e all’omertà in carcere

Il libro “Gli attentati in Sardegna. Scena e retroscena della violenza” di Antonietta Mazzette e Daniele Pulino ha dato spunto a SardegnaSoprattutto per un dibattito su criminalità e omertà che ha riservato attenzione anche alla realtà del carcere.

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dibattitoa Cagliari su criminalità in sardegnadi Marcella Onnis

Lunedì 7 novembre 2016 si è svolto a Cagliari un dibattito scaturito dal libro di Antonietta Mazzette e Daniele PulinoGli attentati in Sardegna. Scena e retroscena della violenza”, organizzato da SardegnaSoprattutto e moderato dalla giornalista Susi Ronchi. Tra i relatori Paola Uscidda, Comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Uta e – ha rimarcato Susi Ronchi – «prima donna ad aver gestito un trasferimento da un carcere all’altro», ossia da Buoncammino (Cagliari) a Uta.

REGOLE VECCHIE PER NUOVI SCENARI – Parafrasando Zygmunt Baumann, il Comandante ha spiegato che in carcere «si è passati da una criminalità solida a una criminalità liquida», ossia dalla presenza di figure ben delineate, quali erano gli autori di reati quali abigeato, terrorismo, delitto d’onore.., a una nuova figura indefinita di detenuto, frutto dell’«esplosione del disagio sociale» che ha portato un aumento dei detenuti tossicodipendenti, immigrati o piccoli spacciatori. Per l’apparato carcerario gestire questa nuova e variegata moltitudine di persone è problematico anche perché, come sempre, le norme non seguono il ritmo dei cambiamenti sociali e si stanno mostrando inadeguate alla realtà attuale. Uno dei problemi evidenziati da Paola Uscidda e poco noti ai non addetti ai lavori è che «gli immigrati non hanno accesso alle misure alternative perché per ottenerle occorre avere una casa, possibilmente un lavoro,…». Questo e altri limiti – ha spiegato – fanno sì che molti detenuti entrino ed escano dal carcere o vi permangano a lungo vanificando così «la mission degli agenti penitenziari, che dovrebbe tendere alla rieducazione» e che, invece, viene ridimensionata al «non abbruttimento dell’individuo». Un’ammissione sconfortante che, però, fornisce due elementi utili alla riflessione: anche gli agenti penitenziari sono consapevoli che il carcere è incapace di migliorare le persone; anche loro, come i detenuti, sono vittime di un sistema che non sa adeguarsi ai nuovi scenari né correggere i propri difetti.

maschereL’OMERTÀ IN CARCERE – Per il Comandante contribuisce molto a rendere complessa la gestione di questa realtà il fatto che «il carcere è il luogo dove si indossano le maschere per eccellenza». Un’affermazione che, tra l’altro, rende più chiaro perché sia così difficile capire se un detenuto sia davvero pentito, se abbia acquisito la consapevolezza del proprio errore, o se si dichiari tale solo per vedersi riconoscere determinati benefici. Soprattutto, però, spiega perché siano tanto diffusi i comportamenti omertosi di cui Paola Uscidda ha fornito diversi esempi, tanto eloquenti quanto sconcertanti: chi collabora con gli agenti, segnalando comportamenti nocivi per la comunità carceraria, è mal visto e spesso oggetto di violenze, a volte commesse di nascosto, altre volte attuate pubblicamente così che tutti, detenuti e guardie, raccolgano il messaggio.

Per il Comandante è necessario scardinare la sottocultura carceraria che promuove il (dis)valore dell’omertà, anche perché in Sardegna esiste addirittura «l’omertà dell’omertà» (sulla questione dell’omertà nelle comunità non carcerarie vi rimandiamo a un precedente resoconto del dibattito): mentre di solito il detenuto non parla per non avere problemi, qui accade spesso che addirittura neghi di non voler parlare. Per vincere queste resistenze, a suo parere, occorre ragionare con il detenuto affinché capisca l’importanza di collaborare.

Rientra nella sottocultura carceraria, però, anche lo stigma verso gli autori di determinati reati, quali la pedofilia: anche questo atteggiamento per lei va combattuto perché i risultati positivi si possono ottenere solo con un processo di inclusione e coinvolgimento di tutti i detenuti. E tali risultati, a suo parere, possono ottenersi più facilmente in carcere che non nella società civile libera: i detenuti vivono in un’istituzione totale, come la classifica Erving Goffman, in cui ogni aspetto della vita è controllato da altri, per cui regrediscono a uno stato infantile e hanno coscienze sopite che è molto più semplice risvegliare rispetto a quelle di chi sta fuori.

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