
Tra ambizioni, concorrenze e virtù in ossequio al progresso della tecnologia navale, il ricordo che segnò un’epoca anche dal punto di vista umano, culturale e sociale
di Ernesto Bodini (giornalista e biografo)

Se dovessimo ipotizzare (anche se impossibile) la quantità dei drammi che molti esseri umani hanno subito nel corso della storia, l’elenco sarebbe a dir poco inesauribile, per non parlare anche degli innumerevoli tipi di drammi. Volendo citarne uno, quale esempio, chi non ha mai sentito parlare ho letto della tragedia relativa al “Titanic”, il famoso transatlantico affondato nell’oceano Atlantico il 14 aprile 1912 al suo viaggio inaugurale? In questi giorni ho avuto l’occasione di acquistare la pubblicazione Il Titanic in 200 immagini spettacolari (edita da History, agosto/settembre 2025, pagg. 98, euro 12,90). È una completa ricostruzione di un dramma che non solo ha fatto storia, ma contribuisce a “rivalutare” proprio dal punto di vista storico-interpretativo, le molte sequenze che vanno dalla nascita del glorioso transatlantico sino al suo esito finale… Molti i capitoli descritti con minuziosità di particolari accompagnati dalle 200 immagini a colori e in bianco e nero, la cui nitidezza grafica contribuisce a coinvolgere il lettore come avesse fatto parte di quella odissea. La pubblicazione offre le sue prime pagine con la rievocazione della nascita dei primi transatlantici come il Clermont e il Gran Britain del XIX secolo, il cui primo inventore fu l’ingegnere americano Robert Fulton (1765-1815), cui seguì il canadese Samuel Cunard (1787-1865) che, insieme ai soci George Burns e Robert Napier, varò il Servia primo transatlantico costruito in acciaio anziché in ferro, e anche il primo provvisto di un impianto di illuminazione; caratteristiche che vollero essere la sfida alle concorrenti White Star e Inman per il dominio sulle rotte oceaniche. La tratta oceanica si rivelò una affare redditizio che il milionario americano J.P. Morgan (1837-1913) volle puntare all’esclusiva. Nel corso dei decenni vi furono altri avvicendamenti di concorrenza con vari protagonisti dotati non solo di potere e denaro ma anche di particolare inventiva imprenditoriale. In questo passaggio avanzato il testo dell’opera precisa: «L’inizio del XX secolo fu caratterizzato da una fiducia cieca nel progresso e nella tecnologia. Forte delle scoperte e delle innovazioni che avevano costellato la seconda metà dell’800, l’uomo era convinto di poter finalmente realizzare l’eterno sogno dell’umanità: domare la natura, piegandola alle proprie esigenze e al proprio volere. La costruzione del Titanic fu la prova concreta di quella che invece era solo un’illusione». In effetti si è mostrato efficiente e molto avanzato sotto l’aspetto della sicurezza grazie alla avanzata tecnologia: dimensioni e ogni tipo di comfort suscitarono particolare entusiasmo ed interesse, la cui conduzione fu garantita da un efficiente esercito di marinai al comando del leggendario capitano Edward Smith (1850-1912). Ma vi era anche un nostro connazionale, Luigi Gatti, nativo di Montalto Pavese (1875-1912), che fu direttore del ristorante À la carte del Titanic, e in precedenza la White Star gli affidò la gestione del ristorante sull’Oliympic. Questa avventura ebbe quindi inizio il 10 aprile 1912 quando il Titanic salpò dal molo di Southampton sulla sponda meridionale della Gran Bretagna, diretto a New York. Il lussuosissimo e avveniristico transatlantico comprendeva passeggeri appartenenti a diverse classi sociali: viaggiatori di piacere o affari, migranti in cerca di una nuova vita o semplicemente persone che tornavano a casa. Per la rigida stratificazione sociale dell’epoca era suddiviso in tre classi: la prima era il regno di aristocratici, industriali e banchieri; la seconda ospitava professionisti, commercianti e insegnanti, ossia la medio-alta borghesia; la terza accoglieva soprattutto emigranti, lavoratori e piccola borghesia. Il lusso degli ambienti era quindi rappresentato dalla suddivisione socio-economica della favolosa Belle Èpoque. È inutile dire che furono ospiti diversi personaggi importanti (soprattutto americani) del mondo della finanza, della imprenditoria e della cultura internazionale. La Compagnia navale White Star aveva offerto ai coniugi Marconi e figlia un sontuoso appartamento sul transatlantico a condizione di poter pubblicizzare la loro presenza, ma in seguito ad alcuni imprevisti dovettero rinunciare.
La copertina della pubblicazione

Tralasciando le varie e ipotetiche e/o reali cause che portarono all’affondamento del Titanic, ormai ben note a tutti, quello che interessa ulteriormente evidenziare sono le memorie e le testimonianze in merito all’angoscia e alla confusione che si impadronirono degli oltre 2.223 passeggeri, dei quali 1.518 persero la vita e 705 furono salvati. Ma a parte le polemiche in merito alle azioni di salvataggio, credo sia doveroso non trascurare che tra equipaggio e passeggeri vi furono alcuni che mostrarono sangue freddo, altruismo e un elevato senso etico e di responsabilità: emblematico l’esempio dell’orchestra (13 elementi) che nonostante il transatlantico stesso affondando continuarono a suonare sino a scomparire nelle acque gelide dell’oceano. Durante le concitate azioni dei soccorsi da parte del Carpathia non mancarono (comprensibilmente) episodi intessuti di viltà ed eroismi, due sentimenti-comportamentali umani che nessuno dovrebbe giudicare poiché, come in tutti i casi in cui è in gioco la sopravvivenza dell’essere umano, l’esperienza bisognerebbe viverla in prima persona, e qui a mio avviso, lo stoicismo è azione assai rara. Le testimonianze hanno dimostrato che alcuni sopravvissuti avrebbero preferito morire piuttosto che affrontare la vita senza i loro cari, come i ricchissimi coniugi Isidor e Ida Straus, visti l’ultima volta abbracciati sul ponte delle lance. Isidor aveva implorato la moglie di salire su una scialuppa, ma Ida aveva rifiutato con fermezza, pronunciando parole che sono entrate nella leggenda: «Abbiamo passato una vita insieme, non ti lascerò proprio ora». Non meno significativo, vale la pena rievocare, l’esempio di amore materno di Rodha Mary Abbot, 39 anni, passeggera di terza classe, che viaggiava con i figli Rossmore di 16 anni ed Eugene di 13. Quando ai ragazzi (è il racconto citato in questa pubblicazione) fu impedito di salire con lei sull’ultima scialuppa disponibile, Rhoda, in un gesto disperato d’amore materno, tornò sulla nave per non abbandonarli. I tre rimasero sul ponte finché le acque non li travolsero, separandoli. Il corpo di Eugene non fu mai ritrovato, a differenza di quello di Rossmore. Rhoda si salvò e sopravvisse fino al 1946, ma non si riprese mai dal terribile trauma. Questo terribile naufragio fu teatro di altri episodi di non meno significativo valore umanitario, come anche di più discutibili dal punto di vista etico e morale; ma ciò che è importante per i posteri non è il “poter sentenziare”, in quanto nessuno ha il diritto di giudicare quando e come tutelare la propria vita. A questo riguardo dopo il disastro i mass media si fecero una concorrenza assidua per strappare dichiarazioni dai sopravvissuti, come pure durante le varie sequenze dell’inchiesta; una sorta di corsa all’oro che, per quanto “doverosa” dal punto di vista professionale (diritto-dovere di cronaca), ha lasciato un po’ di sconcerto nella comune opinione. Dicasi altrettanto, a parer mio, sulle diverse iniziative che seguirono negli anni, dedicate agli approfondimenti non solo per avere ulteriori conferme sulle cause del naufragio, ma anche per appagare l’avidità di chi voleva rintracciare qualche bene prezioso appartenuto ai ricchi passeggeri. E ciò dal punto di vista etico è lecito? Personalmente come anticonformista avrei da fare qualche severa considerazione, ma è giusto lasciare spazio anche alle considerazioni dei lettori.




