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di Erika Bastogi *
L’impatto di un drone d’attacco contro un condominio nella città romena di Galați ha riacceso i riflettori sui rischi di spillover del conflitto russo-ucraino nei territori dell’alleanza atlantica. L’episodio ha causato il ferimento di due civili e un incendio all’ultimo piano di una struttura residenziale, sollevando interrogativi complessi che superano la cronaca immediata. Inizialmente, la notizia di un drone esploso contro un palazzo di dieci piani ha generato timori di un bilancio di vittime ben peggiore. tuttavia, l’evento ha registrato solo due feriti lievi, un dato che trova spiegazione nella fisica dell’architettura e nella tipologia di arma utilizzata.
A differenza dei bombardamenti visibili a Gaza – dove l’uso di bombe d’aereo da 250 a 1.000 kg dotate di spolette a scoppio ritardato che penetrano nei solai per demolire le fondamenta – il vettore caduto a Galați appartiene alla categoria dei droni kamikaze geran-2 (derivati dagli shahed iraniani). questi vettori trasportano una testata esplosiva limitata, compresa tra i 30 e i 50 chilogrammi.
Il drone ha colpito direttamente il lastrico solare del condominio. La soletta in cemento armato dell’edificio ha assorbito la maggior parte dell’energia cinetica e della successiva detonazione, sfogando l’onda d’urto verso l’esterno. questo ha salvato la struttura portante del palazzo e ha permesso l’evacuazione tempestiva dei residenti, limitando i danni fisici ai soli inquilini dell’ultimo piano.
GUERRA ELETTRONICA E LA TESI DELLA “RESPONSABILITÀ CONDIVISA”
L’ analisi geografica mostra che il drone non era indirizzato contro la Romania, ma contro i porti fluviali ucraini di Reni o Izmaïl, situati sul Danubio a pochissimi chilometri dal confine romeno. Questi hub sono vitali per l’esportazione del grano ucraino e sono sistematicamente presi di mira da Mosca. I droni russi utilizzano sistemi di navigazione satellitare (gps e glonass). Per difendere i propri obiettivi, l’Ucraina impiega massicciamente sistemi di jamming (guerra elettronica) capaci di oscurare e disturbare questi segnali.
Quando il drone russo è entrato nel raggio d’azione dei disturbatori ucraini, ha perso l’orientamento, privato della guida satellitare, il computer di bordo ha proseguito la navigazione basandosi su sistemi inerziali meno precisi o continuando a volare in linea retta fino all’esaurimento del carburante, finendo così per deviare la propria rotta di pochi gradi e schiantarsi a galați. tecnicamente, l’azione difensiva dell’ucraina ha contribuito a deviare la traiettoria dell’arma sul territorio romeno.
LA REAZIONE DI BUCAREST E L’ATTIVAZIONE DELL’ARTICOLO 4
Il governo di Bucarest e l’intelligence nato hanno analizzato lo scenario, riconoscendo l’accaduto come un incidente non intenzionale e non come un attacco deliberato da parte della federazione russa. questa distinzione è fondamentale sul piano del diritto internazionale: non essendoci la volontà di aggredire lo stato sovrano, non sussistono i presupposti per una risposta militare diretta contro Mosca. per queste ragioni, la Romania ha deciso di non invocare l’articolo 5 (difesa collettiva per aggressione), ma ha attivato l’articolo 4 del trattato Nato, che avvia consultazioni d’urgenza tra i 32 partner alleati. tuttavia, per i protocolli occidentali si applica la dottrina della “causa originaria”: se la Russia non avesse lanciato un attacco a ridosso dei confini alleati, l’Ucraina non avrebbe dovuto attivare la legittima difesa elettronica. su questa spinta, l’evento ha innescato repentine ritorsioni diplomatiche e militari. la Romania ha rotto gli indugi ordinando l’espulsione immediata del console generale russo a Costanza, mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha annunciato l’avvio di una nuova missione di difesa e sorveglianza aerea rafforzata sul fronte orientale, aumentando i voli dei caccia e la copertura radar integrata lungo il Danubio.
LA COSTANTE DEL “DOPPIO STANDARD” E I PRECEDENTI STORICI
E’ proprio nella gestione politica di questi eventi che emerge la costante documentata del doppio standard geopolitico. Il doppio standard che nessuno nomina, quello tra Ucraina e Russia sugli stessi confini dello stesso conflitto. quello strutturale lo conoscete già: ventuno pacchetti di sanzioni alla Russia, zero a Israele. Vale la pena richiamare due precedenti che hanno segnato la gestione degli incidenti di confine in questa guerra:eccoli di seguito
1- Przewodów (polonia, novembre 2022): durante un massiccio bombardamento russo sull’Ucraina occidentale, un missile della contraerea ucraina s-300 fallì l’intercettazione e precipitò oltre il confine polacco, uccidendo due civili. nelle prime ore, il presidente Zelensky dichiarò con assoluta certezza che si trattasse di un missile russo, chiedendo una reazione immediata dell’alleanza. furono però gli stessi satelliti e radar statunitensi e polacchi a smentirlo, confermando il drammatico errore tecnico di Kiev. la Nato decise di archiviare rapidamente il caso come incidente senza applicare alcun meccanismo punitivo o formale verso l’Ucraina.
2- Il sabotaggio del nord stream (mar Baltico, settembre 2022): inizialmente attribuito a Mosca dalla narrativa occidentale, il caso ha subito una svolta radicale quando le indagini della magistratura tedesca hanno portato all’emissione di mandati di cattura contro cittadini ucraini, accusati di aver fatto parte del commando che piazzò l’esplosivo. anche in questo caso, la gestione diplomatica alleata è stata estremamente felpata, senza sanzioni o interruzioni del supporto a Kiev.
CROSETTO E LA “PROPAGANDA DELL’OVVIO”
C’è un capitolo ulteriore che l’incidente di Galați ha reso visibile. nelle ore successive all’impatto del drone, il ministro della difesa Guido Crosetto ha condannato l’accaduto come un’intollerabile escalation, annunciando l’invio di circa cento militari italiani e diversi caccia in Romania come risposta concreta del nostro paese.
Peccato che quella missione fosse già pianificata da settimane, destinata alla base di Mihail Kogălniceanu nell’ambito dei normali rischieramenti ciclici della Nato, con partenza prevista per il 15 giugno. l’incidente di Galați non l’ha generata: l’ha accelerata nei tempi e — soprattutto — le ha offerto una cornice narrativa che trasforma la burocrazia militare in un gesto eroico di reazione immediata.
La sostanza non cambia: quello che sarebbe stato un movimento di routine viene presentato come risposta all’aggressione russa. propaganda tecnicamente impeccabile, politicamente disonesta. Quei cento soldati si inseriscono in un quadro molto più ampio che gli italiani non hanno mai votato. la spesa militare italiana nel 2026 ha raggiunto il record storico di quasi 34 miliardi di euro, con oltre 13 miliardi destinati all’acquisto di nuovi armamenti.
Nel 2017 il budget era di 19,7 miliardi: in dieci anni l’incremento complessivo è stato del 64%. di questa imponente crescita, ben il 30% appartiene all’era del governo Meloni, che da solo ha concentrato quasi la metà di tutto l’aumento dell’ultimo decennio, passando dai circa 26 miliardi del 2022 ai quasi 34 attuali.
Sul fronte nato orientale, l’Italia ha già impegnato 2.393 unità tra Lettonia, Ungheria e Bulgaria, autorizzando nuove missioni bilaterali in Iraq, Somalia e Tunisia.
Inoltre, il summit nato dell’Aia del giugno 2025 ha fissato un target del 5% del pil in spesa militare entro il 2035 — non più il 2%, ma il 5% — senza che nessun parlamento europeo abbia mai votato direttamente questo obiettivo strategico nei trattati quadro.
L’EUROPA E L’ITALIA: MOSCERINI CHE INFASTIDISCONO IL LEONET
Tutto questo porta alla domanda che nessuno nei palazzi istituzionali sembra disposto a formulare esplicitamente: chi ha deciso di mandare i moscerini a svegliare il leone, e perché lo sta facendo proprio adesso che il guardiano della gabbia sta uscendo dalla stanza?
La risposta più onesta è un’analogia: l’Europa sta mandando moscerini a svegliare il leone. la Russia non ha né l’intenzione né la capacità reale di attaccare la Nato in modo frontale; i servizi d’intelligence italiani stessi riconoscono che il Cremlino sa benissimo che colpire un alleato significherebbe guerra vera. ma è pur sempre un leone. E i moscerini — soldati italiani, eurofighter, batterie patriot, pacchetti di sanzioni — non lo fanno desistere. lo irritano. lo tengono in uno stato di allerta costante che produce due effetti parimenti pericolosi: o si abitua e smette di rispondere agli stimoli, oppure reagisce in modo sproporzionato a una provocazione che in un altro contesto avrebbe ignorato. (tradotto: guerra perenne o escalation fuori controllo)
La cosa più grave è che i moscerini non hanno deciso autonomamente questa linea. lo ha deciso qualcun altro — Washington, Londra, Bruxelles — e quello stesso qualcun altro sta ora riducendo la propria presenza nella stanza, gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump stanno riequilibrando i propri impegni europei, scaricando sugli alleati il peso della deterrenza senza trasferire né la capacità nucleare autonoma né la copertura politica reale. il risultato è che paesi come l’Italia aumentano la propria esposizione militare nel momento di massima incertezza sulla tenuta della garanzia americana. mandare cento soldati a kogălniceanu non rafforza la deterrenza, aumenta solo il rumore. Mosca fa i conti con una domanda molto più semplice: se attacco, arrivano davvero gli americani? se la risposta è “forse”, il calcolo del rischio cambia radicalmente.
LA FINE DELLA DIPLOMAZIA AUTONOMA ITALIANA
in questo scenario, la finestra del dialogo — che pure è esistita, con tutti i suoi limiti — si è definitivamente chiusa con l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Silvio Berlusconi aveva con Putin un canale diretto, personale, spesso strumentale, ma reale. Conte aveva mantenuto una postura più cauta sull’escalation e pur non essendo il presidente in carica aveva la maggioranza parlamentare, senza il sostegno del M5s, il governo Draghi non avrebbe avuto i numeri per approvare i decreti sull’invio delle armi.
Con Meloni quella possibilità è scomparsa: fin dal suo discorso di insediamento ha definito l’Unione Europea e la Nato capisaldi irrinunciabili, ha denunciato il “ricatto russo” sull’energia e ha confermato il sostegno incondizionato a Kiev.
Perfino il presidente bielorusso Lukashenko, indicando Emmanuel Macron come figura adatta per una mediazione con Mosca, ha escluso esplicitamente la premier italiana da qualsiasi ruolo di dialogo con la Russia, non per antipatia personale, ma perché anche all’estero è ormai evidente che Roma non gode più dello status di interlocutore autonomo: è diventata un puro esecutore di direttive atlantiche.
Viviamo in un’epoca in cui chi dovrebbe proteggerci ha smesso di spiegarci cosa sta facendo. perché non c’è niente da spiegare — c’è solo da obbedire a un asse che detta le regole e poi lascia il tavolo. Non stiamo parlando di errori in buona fede. stiamo parlando di governi che sanno perfettamente che la strada maestra è la diplomazia e la fine della guerra, e scelgono deliberatamente l’altra, che si atteggiano a leoni mentre sono moscerini, che cavalcano l’escalation come fosse un progetto politico, mentre il fianco è scoperto e il conto, se arriva, lo pagheremo noi.




