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LA COSTANTE PRESENZA DELL’AMIANTO

Notevole ancora il consumo in alcuni Paesi, e anche le diagnosi e i decessi. In Italia molti i siti da bonificare a fronte della presenza di 32 milioni di tonnellate di amianto compatto

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Il dramma amianto è a dir poco inesorabile. Se na parla da decenni tra origini, produzione, utilità e danni alla salute dell’uomo, e quindi provvedimenti legislativi per la messa al bando del manufatto e la bonifica dei siti ancora contaminati. Per saperne di più sullo stato attuale nei giorni scorsi all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana a Roma, a cura dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), presieduto dall’avv. Ezio Bonanni, è stato presentato il Libro Bianco delle morti di amianto in Italia con gli ultimi dati della mortalità: 6 mila decessi nel 2017 e 10 mila nuove diagnosi. Si tratta di tumori professionali che rappresentano il 5-7% di tutti i tumori polmonari (2.000-2.800 ai quali vanno aggiunti quelli causati dalla inalazione di manufatti asbestosi. Questo prodotto, noto sin dall’antichità, con il nome dal greco asbestos (indistruttibile o inestinguibile) è un insieme di minerali del gruppo dei silicati appartenenti alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. In Italia la legge considera il termine “amianto” per indicare sei differenti minerali: actinolite, amosite, antofillite, crisotilo, crocidolite e tremolite che, oltre ad avere in comune una morfologia fibrosa, sono stati ampiamente utilizzati per le loro particolari proprietà fisiche e chimiche. I termini asbestiforme e fibroso sono utilizzati per composti aventi caratteristiche morfologiche simili agli asbesti. L’asbesto è resistente al fuoco, ad agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura; ha notevole resistenza meccanica e alta flessibilità grazie alla sua struttura fibrosa; è fonoassorbente e termoisolante; si lega facilmente con materiali da costruzione come la calce, il gesso e cemento (Eternit), ma con alcuni polimeri (gomma, PVC); è facilmente ridotto in fili con i quali si realizza uno speciale tessuto cristallino in cui le molecole sono allineate le une accanto alle altre e tenute insieme da legami piuttosto deboli, quindi possono liberarsi facilmente disperdendosi nell’ambiente circostante, nell’aria e nell’acqua potabile. Quantità pericolose di fibre di asbesto si trovano anche nei polmoni di persone non esposte professionalmente al minerale. Ma quanta presenza ancora da bonificare sul territorio italiano, nonostante la messa al bando con la legge 257/1992? Sono 32 milioni di tonnellate del tipo compatto e 8 milioni di tonnellate di quello friabile. Mentre la mappatura è ancora in corso, quellA del 2017 a cura del Ministero dell’Ambiente di concerto con le Regioni, indicava 86 mila i siti con amianto, di cui 7.669 risultavano totalmente bonificati e 1.778 solo parzialmente. Tra gli esposti oltre 352 mila alunni e 50 mila persone tra docenti e non; circa 1.000 tra biblioteche ed edifici culturali, e oltre 250 ospedali. La nostra rete idrica rivela la presenza di amianto per 300 mila chilometri di tubature, compresi gli allacciamenti, con presenza di materiale contenente amianto rispetto ai 500 mila totali. Fonti di rischio ancorché aggravato dalla presenza del materiale anche nella rete idrica: secondo l’ONA la presenza di amianto in oltre 300 mila chilometri di tubature rispetto ai 500 mila totali, in considerazione del fatto che in gran parte sono state realizzate prima del 1992. Sempre nel 2107, secondo l’Oms, i morti nel mondo correlati all’amianto, sono stati 107 mila per asbestosi (lesione del polmoni) e mesotelioma (tumore maligno della pleura), di cui 6.000 in Italia. È quindi evidente la necessità della totale messa al bando poiché solo 62 Paesi lo hanno fatto: il resto del mondo continua a produrlo ed utilizzarlo nella misura di 2 milioni di tonnellate all’anno. Nel nostro Paese la raccomandazione per la bonifica è ancora in gran parte elusa nonostante la ormai conclamata conoscenza (dal 1930) della dannosità anche a basse dosi per l’organismo, la cui conseguenza sinergica con altri cancerogeni può diventare decisiva in caso di predisposizione genetica. Ma anche la ricerca scientifica zoppica, come pure le terapie risultano essere poco o per nulla efficaci: a seguito della diagnosi la sopravvivenza a 5 anni è meno del 10%. A questo riguardo il prof. Giorgio Scagliotti dell’università di Torino spiega: «La cura si basa su chemioterapie con modesto impatto sulla sopravvivenza, di circa 12-15 mesi dalla diagnosi, ma migliorano i sintomi e la qualità di vita. L’immunoterapia e altri trattamenti sperimentali sono invece ancora materia di ricerca clinica. In un numero più limitato di pazienti con diagnosi (casuale) di tumore in una fase avanzata, il trattamento può essere multidisciplinare e basarsi su chemioterapia e radioterapia».

Cosa fare

 

Il “killer amianto”, dunque, continua a mietere vittime e gli esposti (diretti e indiretti) di oggi saranno i malati e le vittime di domani. Ma intanto si tratta di superare le barriere dello scetticismo laddove il rischio non viene vissuto come tale dalla maggior parte delle persone; e quando l’esposizione è già avvenuta la situazione è molto più delicata e i comportamenti risultano più incerti… Un ulteriore impegno riguarda la comunicazione in quanto il non comunicare (o comunicare in modo frammentario, ed ancor peggio comunicare in modo non appropriato) potrebbe essere inteso come una informazione che a seguito dell’esposizione è inutile per modificare l’eventuale storia della patologia, soprattutto nelle persone anziane. «Questo perché – sosteneva tempo fa Marco Biocca, direttore del Centro di Documetazione per la Salute Emilia Romagna – anzitutto per una ragione morale, un dovere nei confronti di coloro che, spesso in modo inconsapevole e a causa di comportamenti senza scrupoli, sono stati esposti al rischio di ammalarsi di una delle patologie più drammatiche; per coloro che effettivamente hanno subìto effetti dannosi, c’é il concreto interesse di avere elementi utili per ottenere almeno un risarcimento; infine non meno significativo è il problema delle eventuali azioni di carattere sanitario da adottare…». È dunque importante che tutte le persone (lavoratori e non) che sono state esposte al manufatto asbestoso siano al corrente del loro stato e siano messe in grado di decidere cosa fare attraverso precise informazioni sulle possibili alternative e sulle evidenze scientifiche della loro efficacia. Nel frattempo, oltre alla informazione, resta ancora molto da fare perché anche se l’amianto nel nostro Paese è stato messo al bando dal 1992, restano da bonificare molti siti sia in ambito pubblico che privato e diversi sono i soggetti coinvolti. Spetta quindi a tutti: datori di lavoro, esperti, amministratori, politici, singoli cittadini, associazioni, etc. il cui senso civico di responsabilità nel loro insieme ha un ruolo centrale per decidere, risolvere e porre fine a questa ormai secolare realtà sociale, pagata finora a caro prezzo. Per ulteriori approfondimenti relativi alle modalità di denuncia di malattia professionale, i relativi accertamento e risarcimento dei danni per le vittime di amianto e altre tutele per i malati di cancro, il lettore, oltre a contattare le sedi dell’Inail e dell’Inps, e fare riferimento all’Associazione Italiana Malati di Cancro (AIMaC).

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