L’abito non fa il monaco, la pietas sì

 

 

 

Si dice che la nostra società stia perdendo l’attaccamento ai valori tradizionali e c’è più di un elemento per credere che ciò corrisponda al vero. Di questa deriva materialista sente molto il contraccolpo la Chiesa cattolica, che talvolta reagisce con metodi inefficaci se non addirittura discutibili.

Come può, ad esempio, un sacerdote pensare di richiamare a sé le pecorelle smarrite se, nel corso dell’omelia di una messa funebre, si dichiara stupito di aver ricevuto la richiesta di celebrare il funerale per quella persona che non frequentava da un pezzo la parrocchia (dando, peraltro, per scontato che non andasse a seguire la messa altrove)?

Con che coraggio quel prete può spiegare ai presenti (nella sua convinzione senz’altro poco avvezzi alle “cose di chiesa”, così come il defunto) il significato simbolico dei riti funebri finali, che – ci tiene a precisare – “non sono riti magici”? Come può, infatti, spiegare la cristianità uno che non conosce la pietas cristiana, che non mostra rispetto tanto per la memoria del defunto quanto per il dolore dei parenti, che non sa che a fare di un uomo un buon cristiano non sono le belle parole né la semplice presenza alla messa domenicale bensì le buone opere?

E con che diritto quel celebrante può ritenersi più degno dell’amore di Dio che non un fratello che è volato in Cielo dopo atroci sofferenze e che resterà nel ricordo di tutti come una splendida persona? Fortunatamente, il metro di giudizio del Padreterno non coincide con quello degli uomini, men che meno con quello di certi Suoi ignobili servitori.

Marcella Onnis

Redattrice – marcella.onnis@ilmiogiornale.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *