Jerome
Jerome ebbe grande successo con “Tre uomini in barca”. Ma l’opera che esprime sinteticamente il suo pensiero è “Pensieri oziosi di un ozioso”, costituita da 14 articoli. È stato scritto che il suo umorismo inglese fosse innanzitutto borghese. Eppure quando pubblicò questo libro la fama non gli era ancora arrisa e Jerome era ancora uno scrittore di belle speranze ma squattrinato, che non apparteneva ancora al cosiddetto ceto medio. Eppure Jerome fa il ritratto della borghesia della sua epoca senza l’avversione nei confronti dei piccoloborghesi di Pasolini né senza essere la coscienza infelice di quella classe sociale. Questo forse perché Jerome aspirava intimamente a essere borghese; era il suo sogno, neanche tanto recondito, tant’è che, una volta famoso, si ritirò in una fattoria di sua proprietà. Ma forse non è da escludere che la borghesia inglese di quell’epoca fosse migliore di quella italica. Jerome scrive delle pecche, dei difetti della borghesia, ma aspirava alle comodità di quella vita rassicurante. Se per gli antichi latini l’ozio era il tratto distintivo dei patrizi, dei ricchi, degli artisti e se Bertrand Russell concepiva l’ozio come un’arte da contrapporre all’efficientismo capitalista, ebbene per Jerome è semplice dolce far niente, senza retorica né pose sussiegose. Lo scrittore inglese infatti ci narra di amici pigri, di signore pronte a seguire le mode e a volere cappelli, di mangiare, di bere, dell’amore che è “come il morbillo” e che perciò lo prendono tutti ma una volta sola, della felicità che è avere lo stomaco sazio. Secondo una frase attribuita a Hegel “non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie”. In questi scritti di Jerome non troverete le intuizioni intellettuali dei grandi filosofi o dei grandi scrittori, che a volte, presi dall’autocompiacimento, finiscono nell’oscurità dialettica, nelle forzature di concetti, nei paradossi, insomma nei cortocircuiti della logica. Jerome tratta di cose frivole, futili della quotidianità dell’epoca, mischiando effimero ed eterno, storico e astorico, concludendo poi che una delle più grandi tare umane è la vanità, che hanno già i bambini. Lo scrittore ci fa capire che per quanto riguarda passioni e piaceri è consigliabile la moderazione, il giusto mezzo. Jerome è un modesto Montaigne, che non filosofeggia sui grandi temi: il suo non è mai memento mori, la morte rimane sottotraccia, ma non giunge mai al carnevalesco né alla comicità grossolana, proprio perché implicitamente sa che poi alla fine ci aspetta la morte. E poi bisognerebbe chiedersi se per rappresentare lo spirito dei tempi si deve trattare di grandi imprese, di grandi uomini o se a volte è meglio descrivere le piccole cose di tutti i giorni di un Belacqua novecentesco qualunque. Se riteniamo l’umorismo come “sentimento del contrario” pirandelliano, ebbene Jerome è un umorista riuscito. Se però dovessimo cercare nell’umorismo di Jerome, la bonaria indulgenza, la partecipazione emotiva nei confronti dei più deboli e l’avversione nei confronti degli abusi di potere del Manzoni, ebbene rimarremo tutti delusi. Diciamo che l’ironia di Jerome è un’ironia da retroguardia, come quella di Gesualdo Bufalino, senza pur tuttavia avere le folgorazioni intrise di una vasta cultura classica. Ciò nonostante in questi articoli Jerome dimostra di sapere cos’è la vita e cos’è la borghesia. Non a caso questo libro ebbe successo, anche se Jerome non si arricchì con esso, perché non esisteva allora il diritto d’autore. Uno scrittore così lineare, sobrio, lucido, disincantato senza essere mai cinico, che ironizzava persino su Shakespeare e Rousseau, non poteva trovare grande consenso critico. Eppure Jerome è testimone del suo tempo e con indulgenza dovremmo giudicare il fatto che ne fosse anche il figlio illegittimo, che rivendicava il suo posto nel mondo e nel caso specifico il suo posto nella buona società. Comunque tra un esercito di pessimisti, drammatici e tragici, Jerome spicca per originalità e spesso ci strappa un sorriso, un sorriso a denti stretti, perché nella sua superficialità apparente c’è una profondità di pensiero, di conoscenza, di esperienza delle cose della vita. E poi l’ozio per essere legittimato nella modernità deve essere fecondo e produttivo! Deve essere pretenzioso, intellettualistico, raffinato, complesso. L’ozioso diventa perciò, preso dalla sua passione smodata, più creativo e più stakanovista di un letterato professionista. L’obbligo sociale dell’ozioso deve essere quello di darsi anima e corpo alla sua attività (lettura, scrittura, pittura). Invece Jerome si cala nei panni di un uomo, che vuole passare il tempo scrivendo, senza finire negli abissi dell’animo umano né negli orrori del mondo. Jerome lo scrive nell’introduzione che il suo libro non eleverebbe una mucca, che non è quindi didascalico, pedagogico, formativo. Jerome è un uomo tranquillo che aspira a una vita tranquilla. Niente altro che questo. Jerome si distrae scrivendo e ci distrae, ma ci fa anche riflettere, divertendosi e divertendoci con garbo, tatto, educazione. Cosa chiedere di più in fondo, se non un libro di intrattenimento, di svago, che esprime bene concetti, idee, che a loro volta fanno scaturire interrogativi? Infine, come insegna Jerome, nello scritto su come riuscire nel mondo, è proprio chi si pone fuori dal gioco, magari fumando la pipa, che capisce meglio le leggi e le dinamiche del mondo stesso.




