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Intervista a Innocente Foglio, un intellettuale senza pregiudizi

Calato il sipario della Paralimpiadi di Rio, alcune riflessioni di un poeta disabile che non fa sport ma richiama l’attenzione sui concetti di umiltà, e di maggior intraprendenza per superare i disagi sociali di cui sono vittime i disabili stessi.

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di Ernesto Bodini
(giornalista e critico d’arte)

innocente foglioSignor Foglio, a Rio de Janeiro si è appena conclusa la XV edizione dei Giochi estivi dedicati ad atleti con disabilità. Quali sono le sue riflessioni?

“Sono senz’altro positive se partiamo dal presupposto che chiunque voglia praticare sport agonistico è giusto che lo possa fare, a prescindere dalla propria condizione fisica e/o psicofisica; ed è altrettanto giusto che iniziative importanti come quelle a livello internazionale permettano di far sì che anche i disabili possano fare dello sport che, peraltro, in più casi è anche terapeutico. Quello che però mi permetto di “rimproverare” a questi atleti è lo scarso impegno nel sociale, volto ad abbattere determinati ostacoli fisici e mentali, di cui loro stessi sono vittime”

Una consuetudine, quella delle Paralimpiadi, che talvolta può creare differenze e disparità dal punto di vista della filosofia competitiva?

“Io credo di si perché ritengo che lo sport è la ricerca del record, esaltazione del proprio fisico, la cura dell’anima. In queste ultime Paralimpiadi vi sono stati episodi “spiacevoli” come ad esempio la morte di un atleta iraniano; un altro (una donna) stava perdendo la protesi durante la sua competizione… Si tratta di superare anche l’improvvisazione prima di parlare e praticare uno sport, specie in contesti in cui la competizione è molto forte dal punto di vista dell’ambizione”

Pare quindi inevitabile che questa realtà tenda a dar lustro ai vincitori, magari già noti al pubblico. Ritiene essere una sorta di campanilismo “fuori luogo”?

“Penso di sì. La disabilità è un movimento bello che deve essere sostenuto, non per inseguire il “miraggio” di una normalità fisica e/o psicofisica e sensoriale che non si potrà mai ottenere, rispetto al cosiddetto normodotato, ma piuttosto per favorire una sana e giusta competizione dialettale… Diversi sono i modi per poter esprimere la propria intellettualità e i propri valori; quindi non mi sembra il caso che lo sportivo disabile insista nel perseguire l’attività sportiva oltre una certa età… Vi sono spazi anche per altre competizioni, come quelle (poco seguite) intellettuali e culturali”

Da sempre lo sportivo normodotato, soprattutto a livello agonistico, vede la competizione come primo leitmotiv. È una prerogativa anche degli sportivi disabili?

“Soprattutto dei disabili perché credono che una medaglia d’oro vinta a Rio possa dare quel momento di notorietà e fama, mentre in realtà essere stati in ospedali o istituti ha offuscato il loro essere. Ma anche la voglia di protagonismo talvolta porta a scene patetiche come l’eccessiva esaltazione, magari per aver conseguito un certo risultato. Personalmente non condivido molto questi atteggiamenti”

A parte le finalità agonistiche e competitive, le Paralimpiadi dovrebbero servire anche ad evidenziare il problema delle barriere architettoniche, oltre a quelle psicologiche. È così?

“Certamente. Ma questo non avviene. Sarebbe utile, ad esempio, che su cento atleti che andranno alle prossime Paralimpiadi di Pechino, settanta potrebbero impegnarsi per mettere in evidenza determinati problemi sociali come le barriere architettoniche ed altre disuguaglianze che il disabile vive in “corpore vili”, e magari riconoscere loro il merito per questo impegno sociale proprio perché manifestato nei confronti delle Istituzioni, sia pur attraverso l’attività sportiva”

A questo riguardo nel nostro Paese il problema delle barriere architettoniche è regolato dalla legge n. 13 del 9/1/1989 e successive integrazioni. Ma di fatto, sia in ambito pubblico che privato, vi sono ancora delle inadempienze. Come è possibile far fronte a questa “anomia” legislativa?

“A mio parere è una questione politica, e non solo… Ci vorrebbe più sensibilità tra elettore e cittadino eletto. Il disabile, va detto, all’uomo politico ha poco da chiedere, se non per ulteriori e particolari necessità come gli aspetti assistenziali… L’elettore può sostenere un candidato se quest’ultimo dimostra di impiegarsi concretamente. Invitare provocatoriamente un politico già eletto a provare cosa significa vivere su una carrozzella non serve a nulla; anzi, sarebbe solo un atteggiamento di mera piaggeria fine a se stessa”

Lei in passato si è prodigato con diverse iniziative per affrontare questi problemi. Per “imporre” il suo senso di giustizia sociale, quali difficoltà ha incontrato?

“Non poche difficoltà rappresentate da persone che non vivendo un determinato disagio non hanno manifestato alcuna adesione o sostegno a difesa di chi il disagio lo pativa; altre, ad esempio, avendo in seguito subito un danno in famiglia, si sono dovute ricredere, con le difficoltà conseguenti. È evidente che le prime barriere da superare sono quelle psicologiche e ideologiche e, le medaglie d’oro, sono proprio il loro superamento”

Tra i suoi interventi ha potuto ottenere qualche risultato?

“Nel mio ambito non mi sono mancati i risultati: uno per tutti la sensibilizzazione soprattutto sul diritto-dovere dell’abbattimento delle barriere architettoniche, e questo a vantaggio anche delle persone anziane per le evidenti difficoltà di movimento cui possono andare incontro con l’avanzare dell’età”

ernesto bodini e innocente foglioAlla base dei suoi nobili sentimenti a tutela dei disabili, lei gode di una considerevole esperienza di intellettuale e di poeta tra i più noti contemporanei. Un excursus che può aver favorito una maggiore consapevolezza delle ingiustizie sociali che ancora persistono?

“Ritengo di si, e non per falsa modestia. Ad ogni presentazione delle mie opere ho sempre posto in evidenza le problematiche sociali, magari “approfittando” della notevole presenza di pubblico, che per l’occasione si congedava acquistando un mio libro di poesie, e al tempo stesso l’essersi sensibilizzato verso un problema come quello delle barriere architettoniche od altri disagi sociali”

Dai suoi versi poetici emergono valori come l’obiettività e la trasparenza. Espressioni poetiche la cui visione è più un cauto ottimismo o un futuro più incerto per le successive generazioni?

“Un futuro più incerto perché le generazioni d’oggi sono molto veloci: si comunica poco e spesso non in modo appropriato, anche tra persone della stessa età, sia pur con qualche eccezione. A queste ultime poco o nulla interessa il passato e l’esperienza delle precedenti generazioni”

È possibile ristabilire un maggior equilibrio sociale, ad esempio attraverso iniziative di carattere letterario?

“Personalmente credo di si. Sarebbe opportuno, però, che chi si occupa di cultura (scrittori, divulgatori, editori, giornalisti, e intellettuali in senso lato) rendano il loro sapere e le loro opere più accessibili a tutti, sia a livello economico che di comprensione. Bisognerebbe anche prendere spunto dal testo del Vangelo, un “corpus letterario” di duemila anni fa ma ancora del tutto attuale ed accessibile a chiunque, forse perché scritto prima con il cuore e poi con la mente”

Lei ha conosciuto un Premio Nobel importante. Ce lo può ricordare?

“Tempo fa ho conosciuto il cinese Gao Xinijan, premio nobel per la Letteratura nel 2000. Un uomo semplice tant’é che l’emozione più bella che mi ha dato è stata l’umiltà, e con essa la sensazione che gli facesse piacere appoggiarmi al suo braccio aiutandomi ad attraversare la strada (per via della mia instabilità fisica dovuta ai postumi della poliomielite). Abbiamo avuto scambi di battute sulla poesia, ma soprattutto sul concetto di umiltà e il desiderio di emozionare il lettore”

 

Foto di Line Danielsen; nella foto in basso Innocente Foglio con Ernesto Bodini

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