Incontinenza urinaria: un disagio che si può curare bene presso un centro di eccellenza

Incontinenza urinaria: un disagio che si può curare bene presso un centro di eccellenza

Fondamentale la sinergia tra neuro-urologo e fisiatra e il supporto psicologico…anche familiare

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

L’informazione al pubblico attraverso programmi televisivi sugli eventi salute con particolare riguardo alla conoscenza delle patologie e al relativo trattamento, è utile soprattutto quando sono gli specialisti a spiegare con esempi pratici e con un lessico accessibile a tutti. Tra questi nei giorni scorsi il programma “Le parole della Salute” a cura della giornalista Annalisa Manduca (nella foto ) sul canale LA 7, una puntata ha riguardato il noto problema della incontinenza maschile, con ospite il dott. Alessandro Giammò, neuro-urologo della relativa Struttura Complessa presso il CTO della Città della Salute e della Scienza di Torino. In Italia sono oltre 2 milioni gli uomini che soffrono di incontinenza urinaria, e dopo i 70 anni i casi aumentano notevolmente; ed è non solo una patologia ma anche un disagio che ostacola le relazioni sociali. Vivere la terza età (che i gerontologi indicano essere oggi oltre i 75 anni) con un problema così rilevante, in realtà non è sempre un vero e proprio dramma in quanto la medicina e la chirurgia così come la riabilitazione pelvica possono in gran parte apportare notevoli benefici. Ma cosa si intende per incontinenza urinaria? «Si definisce tale – ha spiegato il clinico – una qualsiasi perdita involontaria di urina, perdita che può dipendere da un problema alla vescica e, generalmente, si tratta di una incontinenza da urgenza, ossia uno stimolo così impellente che non consente di raggiungere il bagno in tempo. Ma può dipendere anche da un problema di “meccanismi di chiusura”, ossia di tenuta dello sfintere urinario; ovviamente sono due condizioni molto diverse che riconoscono cause diverse». Nel corso della puntata è stato intervistato e visitato dal dott. Giammò per un controllo un paziente di 77 anni, il quale ha ricordato che nel 2016 a seguito di un normale controllo generale, alcuni valori (come il PSA) erano alterati tanto da doversi sottoporre ad una visita specialistica e, dopo ulteriori accertamenti diagnostico-strumentali, gli è stato riscontrato un tumore della ghiandola prostatica che nel 2018 è stato rimosso con un intervento di prostatectomia radicale con tecnica robotica. Ma purtroppo, dopo l’intervento il paziente è andato incontro ad una incontinenza urinaria pressoché totale, un dramma non solo fisico ma anche dai comprensibili effetti psicologici per le evidenti difficoltà relazionali; una sorta di “umiliazione” (a detta del paziente stesso) che però ha sopportato trovando conforto nell’affetto dei suoi familiari.

«Nel caso di questo paziente – ha spiegato il dott. Giammò (nella foto) – ci troviamo di fronte ad una incontinenza da sforzo che si è manifestata proprio dopo l’intervento chirurgico. Dopo questo intervento l’incontinenza è molto frequente, ma nella maggior parte degli stessi tende a risolversi spontaneamente. Quindi, il primo approccio deve essere di carattere conservativo e non invasivo, come l’indicazione alla riabilitazione perineale». Nel corso del programma è stato rievocato il successivo iter a cui si è sottoposto il paziente, ossia un percorso riabilitativo intensivo che però non è stato sufficiente a risolvere il problema. Infatti, in seguito ad un successivo controllo, la perdita di urina risultava essere sostanzialmente invariata, e di conseguenza in accordo con il dott. Giammò il paziente si è sottoposto ad un trattamento di tipo chirurgico. «Ma prima di proporre un qualsiasi trattamento chirurgico – è stata la precisazione del neruro-urologo – bisogna giungere ad una diagnosi ben precisa e, nel caso dell’incontinenza urinaria, lo strumento diagnostico per eccellenza è rappresentato dall’esame urodinamico, che consente di studiare la funzionalità del basso apparato urinario inserendo un piccolo catetere nella vescica, potendo così valutare la funzionalità sia della vescica che quella sfinterica atte ad ottenere così una diagnosi precisa dell’incontinenza del paziente». La conduttrice Manduca ha richiamato l’attenzione sul fatto che in questi casi in genere vengono suggeriti interventi di tipo conservativo, attraverso alcuni esercizi per “irrobustire” il pavimento pelvico, e questo su indicazione del medico fisiatra. Si tratta di rimedi molto efficaci che si possono applicare in diverse fasi dell’iter terapeutico. A questo proposito è intervenuta la dottoressa Antonella Biroli, fisiatra all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, che ha spiegato: «Dopo l’intervento di prostatectomia radicale il problema principale che può sopravvenire come, appunto, il deficit sfinterico, l’indicazione terapeutica consiste nell’insegnare al paziente a compiere movimenti che lo aiutino trattenere il più possibile le urine, e quindi contraendo meglio il pavimento pelvico che coadiuva il deficit sfinterico e, nello stesso tempo, aiuta a supportare l’uretra stessa. Inoltre, si insegna al paziente a contrarre la vescica con alcuni gesti che possono essere forieri  di perdite: spesso il paziente riferisce che le perdite avvengono in stazione eretta, e per questo lo si aiuta a sedersi e a rialzarsi ripetutamente. Ma purtroppo non sempre si ottengono risultati apprezzabili, e in tali casi l’orientamento è quello chirurgico». Nell’approfondire il caso del paziente invitato in studio il dott. Giammò ha spiegato che dall’esame urodinamico è emersa la reale causa della incontinenza urinaria da sforzo, sulla quale si può intervenire con diversi approcci. «Nel caso della incontinenza severa del paziente – ha precisato – si è optato per la soluzione cosiddetta “a singolo cuscinetto”, un piccolo presidio che viene posizionato davanti al canale uretrale per esercitare una pressione nei confronti dello stesso, bloccando così le perdite urinarie ma consentendo al contempo di urinare naturalmente. Tale pressione può essere calibrata a livello ambulatoriale e adattata al singolo caso». Dopo l’intervento e la presurizzazione al paziente in questione l’incontinenza si è ridotta quasi totalmente. Ecco che queste conoscenze estese al pubblico con esempi pratici e con il contributo della presenza di pazienti quali “testimoni” diretti dell’esperienza, possono offrire al pubblico, specie se interessato, quelle indicazioni basilari ma sufficienti per affrontare al meglio esperienze di questo tipo. Ma bene sarebbe, anche, far conoscere professionisti e sedi competenti dove l’esperienza dell’incontinenza urinaria sia trattata al meglio e vissuta con un minor dramma possibile.

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