In visita all’U.O. di Odontostomatologia dell’ospedale Martini di Torino

In visita all’U.O. di Odontostomatologia dell’ospedale Martini di Torino

Un servizio di reale eccellenza per le competenze e i risultati. Punto di riferimento per l’ortodonzia e per il trattamento dei pazienti disabili, spesso non collaboranti

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

logo Asl Torino 1È un mercoledì mattino di aprile quando varco la soglia dell’U.O. di Odontostomatologia dell’ospedale Martini di Torino (direttore generale dott.ssa Maria Giovanna Briccarello) appartenente all’Asl To/1 (direttore sanitario dott. Paolo Simone). Una Struttura che da circa sei lustri risponde alle esigenze di un notevole bacino di utenza, e che da circa quindici anni è diretta dal dott. Maurizio Giordano, che è anche direttore (f.f.) del Dipartimento di Chirurgia Generale. È situata al primo piano e dispone di servizi dedicati attraverso percorsi terapeutici differenziati, sia per pazienti affetti dalle più comuni patologie odontoiatriche e del cavo orale, sia per pazienti con particolari difficoltà di accesso alle cure odontostomatologiche, in particolare affetti da handicap mentale, affetti dal morbo di Parkinson, sindrome di Down, affetti da encefalopatie e pazienti sieropositivi. Il primario è coadiuvato da 4 medici e 4 ortodontisti strutturati (oltre ai frequentatori che si alternano giornalmente per tutto l’anno); 7 infermieri, 2 Ota e 2 Oss con a capo la coordinatrice infermieristica Barbara Balestra. La logistica comprende la sala d’attesa e di accoglienza per pazienti “comuni” che afferiscono al Servizio per accesso diretto, tutti i giorni (dal lunedì al venerdì) dalle 8.00 alle 13.00.

«I pazienti – spiega la dott.ssa Balestra – sono “intrattenuti” con molta cordialità e accompagnati all’accettazione da due operatori resi disponibili dall’Asl locale, nell’ambito di un progetto di formazione e reinserimento attuato dal Dipartimento di Salute Mentale, appositamente istruiti e formati per questa funzione, che esplicano al meglio sentendosi realizzati e re-inseriti a pieno titolo nel tessuto sociale». Una opportunità di inserimento, questa, che a mio avviso, va oltre i “doveri” istituzionali poiché le patologie della sfera psichica, sono a volte suscettibili di notevoli miglioramenti se il “trattamento” comprende la considerazione completa della persona…

La segreteria/accettazione registra tutti i pazienti che necessitano di trattamento nella stessa mattinata, previa visita in un box dedicato. Vi sono inoltre 3 box per la chirurgia orale, 2 per l’ortodonzia, e 1 dedicata esclusivamente alla terapia con laser per la varie forme di parodontopatia, con ben evidenti cartelli che descrivono i rigorosi criteri di comportamento da parte del personale preposto. Molto importante all’interno del reparto una sala dedicata alla sterilizzazione (a fine mattinata e parte del pomeriggio) degli strumenti chirurgici (350-400 ogni giorno, rigorosamente registrati ed etichettati), il cui trattamento è poi completato dal Servizio di sterilizzazione centrale dell’ospedale; un magazzino per la scorta dei farmaci, uno per materiale generico, e a portata di mano un carrello per il trattamento delle emergenze rianimatorie. Adiacenti vi sono lo studio del primario, una sala medici (che ospita una parte dell’archivio dei calchi in gesso e relative cartelle cliniche dei pazienti ortodontici che hanno terminato il percorso della cura conservativa), e due locali per il personale. Per quanto riguarda le estrazioni dentarie complicate le stesse vengono programmate entro pochi giorni, e la prima visita è importante per valutare le eventuali problematiche, a volte dovute a patologie pregresse o all’assunzione di determinati farmaci che possono interagire negativamente con il trattamento chirurgico-odontoiatrico.

ingresso dell'ospedale Martini di TorinoMa la mia attenzione, nel visitare questa struttura, è rivolta al percorso dedicato per il trattamento dei pazienti disabili (spesso gravi e non collaboranti), la cui salute orale è quasi sempre precaria e spesso disattesa per l’impossibilità di esplicare interventi preventivi, e a volte anche conservativi. «Per questi pazienti – spiega il dott. Giordano – è importante evitare la cronicizzazione di processi infiammatori che possono complicare situazioni patologiche già in atto quali cardiopatie, nefropatie, etc. Le cause di queste precarietà sono generalmente dovute alla scarsa o assente igiene orale, all’uso di determinati farmaci, cattive abitudini alimentari e assenza di controlli periodici». Sono pazienti che vivono in parte in famiglia e in parte in comunità o centri assistenziali del territorio, seguiti da operatori sociali (a volte coadiuvati da associazioni di volontariato) che si occupano con non poche difficoltà della loro gestione complessiva. Per tali ragioni questi pazienti fruiscono di un canale “preferenziale”, per cui non esistono tempi di attesa tant’é che le visite e le prestazioni (alla poltrona per quelli collaboranti) vengono erogate in tempo reale; mentre per gli interventi chirurgici in narcosi (per i non collaboranti) si procede alla programmazione, le cui sedute si svolgono generalmente ogni mercoledì. Ma quale il “reale” percorso del paziente non collaborante? «Si procede inizialmente alla visita – spiega la coordinatrice Balestra – cui seguono l’invio al D.H. o al D.S., esami preoperatori, visita anestesiologica, e dopo l’induzione alla narcosi si procede alla rivalutazione clinica e alla fase operativa. Se non insorgono complicazioni il paziente viene dimesso nel pomeriggio, o al più tardi, il giorno successivo, riducendo così il disagio del paziente stesso che si trova in un ambiente per lui particolarmente… estraneo. Il pernottamento è necessario per quei pazienti che sono affetti da forme di epilessia, e quindi resistenti alla terapia farmacologica (che rappresentano circa il 5% della casistica)».

Se sino a pochi anni fa c’era la tendenza ad eseguire interventi radicali, oggi questi specialisti sono orientati verso trattamenti conservativi, e ciò richiede ovviamente la valutazione della prognosi in base al controllo dell’igiene orale, «stimolando i colleghi – precisa Giordano – alla valutazione e all’invio precoce dei pazienti alle nostre strutture… Maggiore è l’età del soggetto alla prima visita e tanto più è compromessa la condizione orale, non più sanabile con cure conservative per cui inevitabile risulta prevalente il ricorso alle estrazioni». Da tempo il dott. Giordano sostiene l’utilità di attivare l’Odonto-ambulanza, che consentirebbe l’attuazione di un efficace programma di prevenzione e diagnosi precoci, riducendo i disagi per il paziente e dei suoi familiari; ma anche i costi della struttura pubblica. Per giungere a questi risultati, secondo il clinico, è necessario attivare un programma di screening, calendarizzare dei controlli periodici, e dare continuità all’approccio odontostomatologico con il paziente disabile.

 

IN SALA OPERATORIA

Oggi una delle sale operatorie è dedicata alla U.O. di Odontostomatologia. Sono in programma tre interventi in anestesia generale (o narcosi), uno dei quali riguarda un paziente di 57 anni, proveniente da una struttura assistenziale del territorio. È affetto da insufficienza mentale grave con instabilità motoria (per pregressa cerebropatia dalla nascita) e in trattamento farmacologico per l’epilessia. Viene sottoposto ad anestesia totale, e l’indicazione chirurgica consiste nella ablazione del tartaro (detartrasi), e nella estrazione di quattro denti in quanto cariati e mobili, alla sutura degli alveoli, e a due otturazioni. L’intervento, che dura poco più di mezz’ora, viene eseguito dalla dott.ssa Enrica Raviola, di provata esperienza particolarmente dedita a questo tipo di pazienti, assistita da tre giovani neo laureate frequentatrici. «Solitamente questi pazienti – spiega la dott.ssa Raviola – richiedono una meticolosa anamnesi e una visita particolareggiata, e poiché non sono collaboranti, vengono visitati dall’anestesista e sottoposti a narcosi in modo da poter intervenire senza particolari difficoltà; e va anche detto che il trattamento dipende anche dal grado di collaborazione. Sono pazienti che solitamente rispondono bene sia al trattamento anestesiologico che a quello chirurgico, e non presentano quasi mai alcun problema. Ma molto dipende dalla valutazione iniziale e dalla relativa fase di programmazione del trattamento da attuare».

Gli operatori che si occupano di questa branca della Medicina e della Chirurgia la ritengono soddisfacente e stimolante, sia dal punto di vista professionale sia per l’impatto sociale ed umano. La mia esperienza si conclude a fine mattinata con l’acquisizione di alcuni dati significativi: nel 2013 i passaggi a questo Servizio di Odontostomatologia sono stati 14.195, e quasi 24 mila le prestazioni effettuate. Cifre che all’occhio del profano probabilmente dicono poco, ma che in realtà evidenziano un notevole sforzo organizzativo (e costi per l’amministrazione aziendale), oltre agli spazi per certi versi insufficienti, e soprattutto la necessità di incrementare il personale sanitario cominciando a considerare l’immissione dei neo laureati, particolarmente dediti a questa disciplina.

 

La foto dell’ospedale è ripresa dal sito www.asl102.to.it

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