In lotta con una cultura ancora troppo arretrata

In lotta con una cultura ancora troppo arretrata

 Il premio nobel per la Pace 2018 a due protagonisti contro la violazione dei diritti e della dignità umana

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)


È soprattutto in periodi come questi (senza dimenticare anche i precedenti) che bisogna cercare i “simboli della pace”, affinché possano avere la degna attenzione della collettività. Non sono certo moltissimi ma nemmeno pochi, perché basterebbe sfogliare il lungo elenco dei Nobel per la Pace per conoscere i protagonisti (in parte anche eroi) di grandi azioni umanitarie, tutte degne di essere in qualche modo imitate ognuno in base alla propria predisposizione e disponibilità fisico-materiale. Personaggi illustri alcuni, altri meno ma tutti meritevoli, a mio modesto avviso, di salire nell’Olimpo degli Dei… con il potere di illuminare le menti più contorte ed egoiste delle restanti generazioni. Tra i più recenti il congolese Denis Mukwege, oggi 64enne e premio Nobel per la Pace nel 2018, che da oltre un trenetennio si dedica alle cure fisiche e psicologiche di donne congolesi violentate e stuprate soprattutto durante i 20 anni di guerra civile nella regione nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo. È un chirurgo ginecologo ed ostetrico, formatosi prima in Burundi e poi in Francia, per poi esercitare la professione nella sua città natale (Bukavu) che ha trasformato in “Capitale mondiale dello stupro” fondando il Panzi Hospital, primo centro medico per la cura e l’assistenza di decine di migliaia di giovani vittime delle più atroci… e indescrivibili violenze.

Un uomo e un medico coraggioso che più volte ha rischiato in prima persona anche a seguito di attentati come ben racconta nella sua autobiografia Figlie ferite dell’Africa (Ed. Garzanti, 2019, pagg. 239, euro 18,00); un documento testimonianza attraverso il quale descrive il lungo percorso di quella che sarebbe stata la sua vocazione e quindi anche la sua missione ad ampio raggio. L’esordio ha inizio nel 1989 con il primo tentativo di aprire un reparto ospedaliero di maternità a Lemera, distrutto dalla guerra, ma aprendone un altro a Bukavu, e purtroppo anche questo ha seguito la stessa sorte ma, l’indomito medico congolese ne ha creato uno a Panzi dove dal 1999  ad oggi ha curato decine di migliaia di donne. Nel suo libro spiega che identifica ognuna di loro con sua moglie Madeleine, trovando la forza morale di proseguire nella sua opera. Oggi è conosciuto come “l’uomo che ripara le donne”, uno dei più grandi esperti a livello internazionale nel trattamento dei danni patologici e psicosociali provocati dalla violenza sessuale praticata in Congo. Queste atrocità hanno avuto ed hanno la forza dirompente di colpire le donne nel loro intimo, distruggendo simbolicamente il loro futuro mutilandone gli organi genitali con ogni tipo di oggetti inseriti nella vagina, e praticando tagli ai seni. Ma questi atti violenza inaudita vanno oltre, tanta è la crudeltà che non conosce limiti soffocando sul nascere ogni tentantivo di ribellione. Purtroppo scarse sono le denunce di violenze per timore di ritorsioni e dello stigma sociale, oltre alla scarsità di giustizia da parte dei tribunali. “Il silenzio – sottolinea il dottor Mukwege – è alleato degli stupratori: la vittima preferisce tacere per vergogna e per paura di essere discriminata. Io devo combattere al loro fianco perché le donne sono forti, capaci di vivere per gli altri. Ho curato 50 mila donne, ma pensiamo sempre che dietro a un numero c’è sempre un essere umano, ed è questa consapevolezza che deve farci reagire». Ma come si può combattere la violenza sessuale in un paese martoriato da così tanta grettezza umana mentale che non discosta da quella dell’Inquisizione o da quella di epoca hitleriana? «Girare la testa dall’altra parte – suggerisce il medico congolese nel passo finale del suo libro – e negare l’esistenza del problema non ci aiuterà a risolverlo. Ignorando la propria responsabilità, il governo ha tradito la fiducia ricevuta dal popolo e si è reso complice di ciò che continua ad accadere nell’Est del Congo. So bene che i miei colleghi e io non siamo soli e che la nostra causa può contare sul sostegno di molte persone in tutto il mondo. Ma sono convinto che il cambiamento debba avvenire dall’interno: sta a noi congolesi trovare una soluzione a questo problema… Ciò di cui abbiamo bisogno è una trasformazione che parta dalla base e si diffonda nelle comunità, fino a raggiungere il vertice».

Il prestigioso premio è stato condiviso con Nadia Murad Basee, 27 anni, un’attivista per i diritti umani irachena yazida (lo Yazidismo è una religione monoteista, la cui origine è discussa in ragione anche dell’accentuato esoterismo delle sue dottrine che consentono agli iniziati di accedere al suo nucleo più autentico, ndr). Una delle tante perseguitate dall’Isis e dai tanti detentori della vita altrui: rapita e ridotta in schiavitù, torturata e stuprata dai terroristi dell’Isis. «Lo stupro è sempre stato usato come arma di guerra – afferma questa eroina nella sua autobiografia L’ultima ragazza (Ed. Mondadori, 2017) –. Non avrei mai pensato di avere qualcosa in comune con le donne del Ruanda. Prima di tutto quello che mi è successo, non sapevo neanche dell’esistenza di un paese chiamato Ruanda, e ora sono legata a loro nel modo peggiore possibile». È iniziata nel 2014 la terribile vicenda che la vede “protagonista” (suo malgrado) tra le oltre 3 mila donne yazidi vendute come schiave dall’Isis e tutte le altre nel mondo, sui cui corpi si sono consumati i crimini di guerra più assurdi. Da quel momento, con l’avanzata del califfato dello Stato islamico, si sono spenti i suoi sogni di diventare una insegnante o di aprire un salone di bellezza. La tragedia si consuma oltremodo con l’assassinio di sua madre, e forte è il suo pensiero rivolto ai bambini con i quali è cresciuta e a quello che si dovrebbe fare per onorarli, ponendo fine ai massacri delle minoranze. Il suo volto emaciato parla per sè per tutta la sua gente; gli occhi lucidi e pieni di disgusto di così tanto orrore, apparivano per la prima volta alla fine del 2015, quando ha cominciato a raccontare la sua storia di ostaggio dell’Isis, secondo il quale il suo popolo va sterminato perché ritenuto “eretico” e “blasfemo”. Lei viene separata dai suoi sei fratelli e portata a Mosul dove lì, insieme ad altre donne, viene venduta all’asta. Il suo padrone è un giudice dell’Isis, la stupra e la picchia se tiene gli occhi chiusi durante la violenza. A nulla è valso il tentativo di fuggire, perchè viene ripresa e fatta violentare dalle guardie del corpo del suo padrone. Ma riuscirà a fuggire dopo otto mesi. Un’esperienza che l’ha segnata ma al tempo stesso determinata tanto da promuovere una indagine internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio, diventando nel 2016 ambasciatrice dell’Onu; ma anche la voce di ogni donna che ha subito abusi. Questi esempi martoriati nel corpo e nell’anima, a mio avviso purtroppo non saranno sufficienti come monito a quei demoni invasati che si credono padroni del mondo e della vita altrui, chiamando in causa il loro credo religioso che, in fatto di loro balsfemia, forse non ha eguali. Ora, se è vero che lo stupro ha radici antiche e quindi ha definito il lato buio della storia, è verosimilmente ipotizzabile che ciascuno di noi ha, nel suo corredo genealogico, uno o più violentatori. Un patrimonio che nessuno di noi vorrebbe avere ma che una cultura ancora troppo arretrata continua a seminare germogli.

Nella foto di copertina D. Mukwege e N. Murad

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