IN ATTESA DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Per onorare ruoli ed incombenze di elevato prestigio, ma che non possono “eludere” il gravissimo dramma sociale dei detenuti innocenti.

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

È ormai vicina l’ora della nomina del nuovo presidente della Repubblica italiana. Un arrivo e un insediamento al Palazzo del Quirinale che, a parte le formalità di rito solitamente assai pompose e a mio dire in parte assai inutili (la coreografia non necessariamente “impreziosisce” il ruolo), si tratta di cogliere nel segno, ossia sperare che il nuovo capo dello Stato rimetta, per quanto di sua competenza, i tasselli a posto; ovvero riordinare una situazione politica sempre più alla deriva tra conflitti e rivalità che non fanno per nulla onore alla patria Italia. Ma chi sono i candidati? Non sono un esperto in politica e tanto meno un chiaroveggente, ma semplicemente un attento osservatore degli eventi sociali che ci coinvolgono giorno dopo giorno e, come in tutti questi casi, anche in tale occasione, non viene mai meno il “toto presidente” che, tra indovinelli ed illazioni, potrebbe affacciarsi alla finestra dei papabili chiunque, compreso l’85enne ex premier Silvio che pare essere affascinato dall’idea… nonostante i suoi trascorsi. Ma a parte il prescelto (probabilmente già predestinato, anche se non so di chi si tratti), occupare il posto del 13° presidente della Repubblica non solo è ruolo di prestigio ma soprattutto una elevata responsabilità verso le Istituzioni e in particolare verso tutti i cittadini. E perché parlo di responsabilità? Anzitutto perché ricoprire tale ruolo significa essere garante della Costituzione, e di conseguenza significa fare in modo che tutti i 139 articoli e XVIII Disposizioni transitorie siano rispettati da tutti, e quando dico tutti intendo anche i rappresentanti delle Istituzioni. In secondo luogo perché spero, ed è anche un invito, che il futuro capo dello Stato si prenda a cuore anche il problema del vergognoso fenomeno dei detenuti innocenti: circa 30 mila nel triennio 1992-2021, che ancora languono nelle patrie galere italiane senza sapere (o forse sì) a chi dire grazie… Se è vero, come dice il buon Dio che siamo tutti fratelli e anche figli Suoi, è altrettanto vero che dobbiamo aiutarci l‘un l’altro perché tutti abbiamo il dovere e il diritto di vivere in libertà e santità durante la nostra esistenza terrena. Tornando alla figura e al “significativo” ruolo del presidente della Repubblica, come fare per fargli giungere questo mio articolo propositivo e di “stimolo”? È indubbio che l’informazione deve circolare e, una volta giunta al destinatario, c’è da sperare che anche i lettori si facciano carico di tale segnalazione, magari inviando allo stesso un loro contributo partecipativo (almeno idealmente); inoltre, sarebbe utile e confortante che la stessa giunga anche a tutti coloro che stanno penando in quelle celle dove non dovrebbero essere. Insomma, anche per loro si prospetta un altro inizio d’anno privo della libertà, della vicinanza dei loro famigliari, della giustizia (quella giusta) e soprattutto della loro dignità. E a questo riguardo vorrei rammentare a chi salirà sul podio del potere costituzionale e a tuti i magistrati (di ieri, di oggi e di domani) che, proprio perché siamo tutti uguali davanti a Dio, nessuno è perfetto ma non per questo gli errori giudiziari devono restare tali, e ciò in ragione del fatto che a volte la buona volontà può fare miracoli… basta volerlo, appunto! Concludo esortando il principale destinatario del presente articolo, ad interpretare ed accogliere quanto scritto come umano invito e considerazione di una realtà che ci può toccare tutti, in qualunque momento della nostra esistenza terrena peraltro effimera, e prorio per questo meritevole di essere vissuta nel pieno diritto di giustizia e libertà. Dunque, ben venga il nuovo presidente ad onorarci, ma soprattutto a dare voce a chi l’ha perduta, ma non a sufficienza per invocare il diritto di tornare ad essere cittadino del mondo… senza colpe! E in loro difesa, mi permetto di rammentare quanto sosteneva Jean-Baptiste Poquelin (Molière – 1622-1673): «Non è solo per quello che facciamo che siamo ritenuti responsabili, anche per quello che non facciamo».

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