
servizio di Erika Bastogi*
Cosa sta succedendo davvero tra Washington e Tel Aviv?
Per decenni Stati Uniti e Israele sono stati presentati come alleati inseparabili, accomunati da interessi strategici, cooperazione militare e intelligence condivisa.
Ma nelle ultime settimane è emersa una notizia che, se confermata, potrebbe rappresentare una delle più gravi crisi di fiducia tra i due Paesi degli ultimi anni.
Secondo quanto riportato dal New York Times e da NBC News, l’intelligence militare americana avrebbe innalzato al livello massimo la valutazione della minaccia rappresentata dalle attività di spionaggio israeliane nei confronti degli Stati Uniti.
Una notizia che arriva mentre Washington continua a garantire a Israele sostegno militare, diplomatico e politico senza precedenti.
L’allarme del Pentagono
Secondo le ricostruzioni pubblicate dai media statunitensi, la Defense Intelligence Agency (DIA) avrebbe elevato la minaccia di controspionaggio proveniente da Israele al livello “critico”, la classificazione più alta prevista dal sistema americano.
L’allarme sarebbe nato dopo la scoperta di malware e strumenti di sorveglianza installati sui dispositivi utilizzati da personale della Difesa statunitense presente in Israele.
Per diversi funzionari dell’intelligence citati dalle inchieste, le attività attribuite a Israele avrebbero superato i limiti normalmente tollerati tra Paesi alleati. Non si tratterebbe quindi di semplici attività di raccolta informativa generica, ma di operazioni mirate verso personale direttamente coinvolto nella gestione delle principali questioni strategiche del Medio Oriente.
Chi era nel mirino
Secondo le fonti citate dai media americani, gli obiettivi principali sarebbero stati funzionari coinvolti nei negoziati e nelle valutazioni strategiche riguardanti l’Iran.
Tra i nomi emersi figurano:
- Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti;
- Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono;
- Michael DiMino, analista impegnato sui dossier mediorientali.
La scelta degli obiettivi non sarebbe casuale.
Tutti sono figure direttamente coinvolte nella definizione della politica americana verso Teheran.
La vera posta in gioco: l’Iran
Per comprendere il significato di questa vicenda bisogna guardare oltre il semplice tema dello spionaggio.
Il nodo centrale è che Stati Uniti e Israele non sembrano più condividere completamente gli stessi obiettivi strategici nei confronti dell’Iran.
Washington punta a contenere e limitare le capacità militari iraniane, mantenendo aperti canali negoziali e strumenti di pressione diplomatica.
Il governo guidato da Benjamin Netanyahu considera invece il regime iraniano una minaccia esistenziale e da tempo sostiene strategie molto più aggressive, orientate a un indebolimento strutturale della leadership di Teheran.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti cercano di gestire l’equilibrio regionale, Israele punta a modificarlo profondamente.
Ed è proprio questa divergenza crescente a spiegare perché l’attività di intelligence sia diventata un tema così sensibile.
Le prove esistono? Cosa sappiamo davvero
È importante distinguere tra assenza di conferma pubblica e assenza di prove.
Al momento il Pentagono non ha confermato ufficialmente la vicenda e ha rifiutato di commentare le informazioni pubblicate dai media. La Casa Bianca ha invece smentito l’esistenza del report descritto dagli articoli, definendo la notizia falsa. Anche l’Ambasciata israeliana a Washington ha respinto categoricamente ogni accusa, sostenendo che Israele non conduce attività di spionaggio contro funzionari governativi statunitensi.
Tuttavia, le inchieste pubblicate dal New York Times e da NBC News non si basano su una singola fonte anonima o su indiscrezioni isolate.
I giornalisti citano numerosi funzionari ed ex funzionari dell’intelligence e della difesa americana che descrivono l’esistenza di un dossier classificato della Defense Intelligence Agency.
Secondo queste fonti, il documento sarebbe composto da sette pagine e conterrebbe analisi tecniche, grafici, tracciamenti informatici e dati raccolti nell’ambito delle attività di controspionaggio successive alla scoperta dei malware sui dispositivi utilizzati dal personale americano.
La questione, quindi, non è che le prove non esistano.
La questione è che tali prove sarebbero custodite all’interno di documentazione classificata non accessibile al pubblico.
Nei casi che coinvolgono operazioni di intelligence tra Paesi alleati, la pubblicazione ufficiale di prove di questo tipo è estremamente rara. Una conferma pubblica da parte del Pentagono implicherebbe infatti l’apertura di una crisi diplomatica diretta con uno dei più importanti alleati strategici degli Stati Uniti.
Per questo motivo, come accade spesso nelle vicende di controspionaggio, il dibattito pubblico si basa sulle testimonianze di funzionari interni agli apparati di sicurezza, mentre i documenti rimangono protetti dal segreto governativo.
Un alleato sempre più difficile da influenzare
Questa vicenda non nasce nel vuoto.
Da decenni prima del 7 ottobre, gli Stati Uniti hanno garantito a Israele sostegno militare, finanziario e diplomatico su scala senza precedenti.
Washington ha fornito armamenti, schierato gruppi navali nel Mediterraneo e nel Mar Rosso e utilizzato ripetutamente il proprio peso diplomatico per proteggere Israele nelle sedi internazionali.
La logica era chiara: evitare che il conflitto si estendesse all’intera regione e mantenere saldo il principale alleato americano in Medio Oriente.
Ma molti osservatori ritengono che questo sostegno quasi incondizionato abbia prodotto anche un altro effetto.
Israele avrebbe acquisito margini di autonomia sempre maggiori, dimostrando in più occasioni di essere disposto a ignorare le richieste, le pressioni e persino gli interessi strategici di Washington quando li considera incompatibili con la propria sicurezza nazionale.
Le operazioni militari a Gaza, le tensioni con il Libano, i contrasti sulla gestione degli aiuti umanitari e ora le accuse di spionaggio ai danni di funzionari americani vengono spesso citati come esempi di questa crescente indipendenza strategica.
Il costo geopolitico per gli Stati Uniti
Il problema non riguarda soltanto Israele.
Riguarda soprattutto il prezzo che gli Stati Uniti stanno pagando per il proprio sostegno.
Nel Sud Globale è sempre più diffusa l’accusa secondo cui Washington applicherebbe un doppio standard nella difesa del diritto internazionale: rigoroso nel caso dell’Ucraina, molto più flessibile quando si tratta di Gaza.
Questa percezione ha eroso parte della credibilità americana e ha reso più difficile costruire consenso internazionale su altre crisi.
Anche il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita ha subito forti rallentamenti.
Nel frattempo, le divergenze strategiche sull’Iran continuano ad aumentare.
La domanda che emerge da questa vicenda
La vera notizia potrebbe non essere che gli alleati si spiano.
Nella storia delle relazioni internazionali, gli alleati si sono spesso spiati a vicenda.
La vera novità è un’altra.
Per la prima volta da molti anni, una parte dell’apparato di sicurezza americano sembra considerare Israele non soltanto un partner strategico, ma anche un potenziale problema di sicurezza nazionale.
Se le informazioni riportate dai principali media statunitensi dovessero essere confermate, ci troveremmo davanti a qualcosa di molto più significativo di un caso di spionaggio.
Ci troveremmo davanti al segnale che gli interessi di Washington e quelli di Tel Aviv non coincidono più come un tempo.
E quando la fiducia inizia a incrinarsi persino tra gli alleati più stretti, significa che gli equilibri geopolitici stanno cambiando molto più rapidamente di quanto i governi siano disposti ad ammettere.
* (fondatrice di @spin___killer)




