Il nemico dentro

Il nemico dentro

 

 

 

 

Coi piedi penzoloni, e la medaglia al collo.

Da quando era tornato a casa, John non faceva altro che chiedersi perchè fosse sopravvissuto, perchè non si fossero salvati anche gli altri compagni; la notte sognava le terre lontane nelle quali aveva lanciato bombe e di giorno la paura si insinuava da ogni angolo, col timore che il nemico fosse nascosto dove lui non poteva arrivare.

Da quando era tornato, John non era riuscito ad abbassare la guardia.

Era partito per l’Afghanistan il 7 ottobre del 2001 come soldato semplice degli United States Army. Come in una vecchia cartolina in bianco e nero, di quelle sbiadite e ingiallite dal tempo, aveva baciato ed abbracciato la sua ragazza, si era voltato ed era partito, con lo sguardo alto e fiero. Le aveva promesso che avrebbe difeso la sua Patria, violentata 26 giorni prima dagli attentati dell’11 settembre e  che dopo, al suo ritorno, si sarebbero sposati.

E fu così che la vecchia cartolina d’epoca, quell’immagine del soldato che parte per la guerra e lascia l’amata per fare presto ritorno, aveva ripreso colore in una storia che sembrava intrappolata in un orologio rotto, con le lancette puntate sull’ora della guerra.

In Afghanistan John aveva visto morire 65 suoi compagni e aveva creduto spesso che quel sangue, in fondo, fosse giusto; aveva sentito ripeterselo tante volte e credeva fermamente che la sua terra dovesse essere difesa dal nemico delle terre lontane.

John ha combattuto e ha seppellito, ha sentito le bombe scoppiare sopra la sua testa, ha visto gli arti delle persone che lo circondavano saltare per aria come fossero schegge. Ha provato la nostalgia, la voglia di tornare e poi la voglia di restare per la Patria, per la Nazione.

Quando veniva la notte lo sosteneva il pensiero che il giorno del suo rientro a casa la vita sarebbe ripresa come prima, come un film interrotto e ripreso nel solito punto.

Ma quando John è tornato a casa non c’erano più un matrimonio e una famiglia ad attenderlo, ma paranoie e allucinazioni che avevano preso la sua mente. Attacchi di panico, incubi notturni, ansia, paranoie, allucinazioni. Senso di colpa per chi, a differenza sua, non era sopravvissuto, dolore e ansia per quei corpi spezzati in due dalle bombe; depressione e tristezza ogni volta che quel bambino gli ritornava in mente: era stato un errore, una mira sbagliata, ma le pallottole lo avevano trapassato in un secondo.

Da quando è ritornato John si è trovato a combattere un’altra guerra, non contro quel nemico dai lineamenti diversi dai suoi ma contro qualcosa di feroce nato dentro di sè e cresciuto ad ogni bomba che veniva sganciata e ad ogni civile che veniva polverizzato sotto il fuoco: il PSTD, disturbo post- traumatico da stress. Addirittura il suono di alcuni minuscoli petardi, un giorno, lo aveva fatto sobbalzare dalla sedia e  gridare fino all’alba, fino a che gli psicofarmaci non gli avevano restituito un pò di serenità.

Quando si accorse che avrebbe vissuto con la morte negli occhi, per sempre, appese la sua vita nel silenzio della cantina con una corda legata stretta intorno al collo; sopra la corda, la medaglia al valor militare.

 John è uno dei 468 soldati statunitensi che si sono tolti la vita una volta tornati a casa, nel solo 2010.

Il Disturbo post-traumatico da stress e le relative patologie correlate quali depressione, disturbi d’ansia, psicosi e le dipendenze da droga e alcool negli ultimi anni hanno colpito sempre più veterani dei conflitti di Afghanistan e Iraq. Le stime si aggirano intorno al 20,30%, senza dimenticare che le due guerre sono ancora in corso. Erano il 30 % ,secondo il National Institute of Mental Healt, i veterani del Vietnam colpiti da PTSD, e l’8 % invece le vittime fra i reduci della guerra del golfo.

’L’esercito americano sta perdendo la guerra coi suicidi?’, titolò il prestigioso Time qualche tempo fa:  basti pensare che nel 2010 sono morti 462 soldati sul campo di battaglia, contro i 467 morti suicidi nel combattere il nemico dentro. Più John, fanno 468.

 Grazia D’Onofrio

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