IL “MESTIERACCIO” DI ENZO APREA

Ricordo di  un giornalista che della professione e della sua sofferenza ci ha trasmesso il valore della vita contro l’emarginazione

di Ernesto Bodini (giornalista e critico letterario)

Tutte le professioni, se esercitate con passione, predisposizione e indipendentemente dal compenso, sono da ritenersi nobili. Quella del giornalismo è fra queste, ed è ancor più nobile se si considera che storicamente l’antesignano fu un certo Erodoto (484-425), storico greco antico, considerato da molti il “padre della storia”, nonché padre del giornalismo e questo, per ragioni a dir poco plausibili. Ma tralasciando questo lungimirante antesignano delle notizie storiche, quello che vorrei ricordare in quanto caduto nell’oblio, è il giornalista e scrittore Enzo Aprea (Polo d’Istria 1932 – Roma 1991), per molti inviato della Rai per il TG2. È stato un personaggio radio-televisivo a tutto campo, amante del suo lavoro, avendo fatto del giornalismo quello che ha poi definito il “mestieraccio” nella sua autobiografia poco prima di lasciare questo mondo. Ma la sua odissea esistenziale ha inizio nel 1976 quando, a causa del morbo di Buerger, in più sequenze gli furono amputati gli arti inferiori e superiori divenendo letteralmente un “tronco umano”. Quest’ultima definizione, per quanto appropriata, a mio avviso non è consona per il rispetto che si deve a una Persona, anche se egli stesso se l’è attribuita; ma quello che ulteriormente è utile ricordare è il suo successivo percorso professionale che non ha comunque interrotto, incontrando nell’ambiente lavorativo qualche diffidenza e non poche espressioni di ostilità… se non anche di rifiuto. «… da quel momento – ha precisato in quarta di copertina del suo libro Il mestieraccio – Cronista per amore (Ed. Carlo Mancosu, 1991) – il mio rapporto con gli altri e con i fatti cominciò ad essere diverso, a cambiare a mano a mano che il mio cammino, faticoso su una sedia a rotelle, si addentrava in una maggiore e più profonda comprensione di una parola che, fino ad allora, avevo raramente incontrato: emarginazione». Da quest’ultima affermazione si snoda un percorso dedicato all’informazione sui problemi delle disabilità, sostenuto da un lavoro su sé stesso trasformando la rabbia in amore e comprensione per ogni forma di diversità nonostante gli ostacoli costanti della stupidità, dell’indifferenza e della superficialità degli uomini per tutte le cose che non toccano personalmente. E questo, anche all’interno del suo stesso ambiente di lavoro. In quella circostanza spesso si chiedeva se anche lui era stato come loro. Ebbene sì: «Lo ero stato – affermava – e da allora il mio lavoro, i servizi che facevo, furono tesi alla comprensione e ai modi di comunicare agli altri quelle sensazioni che avrebbero dovuto suggerire una difficile reazione e un ancor più difficile comportamento: la solidarietà». Ma non pago di ciò, Aprea ha voluto lasciarci un ulteriore contributo di saggezza e sensibilità, una poesia intitolata “Vorrei”, che qui di seguito ripropongo.

Vorrei/una corsia di letti/rossi, verdi e gialli/azzurri e rosa/per far festa alla morte/come sposa./E dottori sorridenti/curvi sul corpo rotto/di un uomo/con camici variopinti/di volle, di chiffon,/di seta pura/per far festa/alla morte/senza paura./E muri/disegnati/dai pittori più grandi/da Giotto, Raffaello/da Pier della Francesca/dal Giorgione./E cancellare/il bianco del dolore./Muoia la morte/per una sola volta/senza il suo colore.

Ecco che da questi versi ne esce un insegnamento non solo di disperazione e dolore, ma anche di consapevolezza sensoriale riferita alla sua menomazione, e allo stesso tempo uno stoicismo che però non è tale perché l’amore per quel “mestieraccio” lo ha reso ancor più coerente, e più vicino ai problemi della emarginazione.

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