Coltivare la memoria è fondamentale per essere davvero liberi e autonomi nei ragionamenti.
di Alessandro Di Battista
Il genocidio dei nativi americani, probabilmente il più grande crimine della storia dell’umanità, considerando il numero di vittime provocate dai coloni di origine europea e poi statunitense in Sud, Centro e Nord America, è uno dei tanti genocidi dimenticati.
Del resto, come esistono morti di serie A e morti di serie B, esistono anche genocidi di serie A e genocidi di serie B.
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Nel 1874 il governo degli Stati Uniti (il Presidente era Ulysses S. Grant, il generale a capo dell’esercito dell’Unione durante la guerra di secessione americana) inviò una spedizione scientifico-militare nelle Black Hills, territorio montuoso situato al confine tra gli attuali Stati del Wyoming e del Dakota del Sud. Gli obiettivi della missione erano principalmente due: verificare la presenza di oro nel territorio e installare un avamposto militare che sarebbe servito a favorire la successiva colonizzazione e lo sfruttamento del territorio.
Il Trattato di Fort Laramie, stipulato nel 1868 dagli Stati Uniti e dalle tribù Sioux, prevedeva l’assegnazione alla popolazione nativa del Wyoming, della regione del Powder River e, per l’appunto, delle Black Hills, territorio peraltro considerato sacro dai nativi Sioux.
Per alcuni anni il trattato venne rispettato, ma poi, a causa dell’oro e della bramosia dell’uomo bianco, iniziarono le spedizioni, l’arrivo di cercatori d’oro, di mercenari e infine dell’esercito degli Stati Uniti. Per sfruttare le ricchezze dei nativi, gli USA violarono i trattati da loro stessi firmati e massacrarono la popolazione che, giustamente, non voleva lasciare la propria terra.
Chiaramente i guerrieri nativi vennero definiti criminali, delinquenti, barbari dalla stampa statunitense di allora. Vi ricorda qualcosa tutto questo?
Ieri l’oro, oggi petrolio e gas, domani l’acqua. Le storie delle depredazioni e delle colonizzazioni sono dannatamente simili. Quel che cambia sono le armi con le quali vengono realizzati i massacri e le risorse che vengono depredate.
Nel dicembre del 1875 Edward P. Smith, commissario agli Affari Indiani, inviò ai capi delle tribù Sioux Lakota e Cheyenne un ultimatum: dovevano lasciare i territori da sfruttare e ritirarsi nelle riserve che via via stavano diventando sempre più piccole. Se non avessero obbedito entro il 31 gennaio del 1876, il governo statunitense avrebbe inviato l’esercito.
I nativi non se ne andarono e così, nella primavera del 1876, scoppiò quella che comunemente viene definita la Grande guerra Sioux. I nativi segnarono una grande vittoria nella battaglia del Little Bighorn, durante la quale il 7º Reggimento di cavalleria, guidato dal tenente colonnello George Armstrong Custer, venne distrutto dalle tribù dei nativi Sioux Lakota, Arapaho e Cheyenne unite in battaglia.
Tuttavia, dopo Little Bighorn, la disparità di mezzi e di uomini trasformò la guerra in massacro, in violenta colonizzazione, in una delle tappe del genocidio dei nativi d’America.
Ed è in questo contesto che si inserisce il massacro di Wounded Knee, avvenuto lungo il torrente Wounded Knee (un affluente del White River che scorre nei territori che oggi fanno parte del Dakota del Sud) il 29 dicembre del 1890.
Un gruppo di nativi Miniconjou (parte del più ampio gruppo etnico Sioux Lakota), guidati da Piede Grosso, storico leader indiano considerato, tra l’altro, un grande uomo di pace, venne intercettato dall’esercito statunitense mentre cercava di raggiungere i territori di Pine Ridge.
I nativi, dopo essere stati condotti nella valle accanto al fiume e disarmati, vennero sterminati dalle mitragliatrici dell’esercito statunitense. I morti furono 300, tra i quali decine di donne e bambini.
I 300 Miniconjou sterminati a Wounded Knee non rappresentavano alcuna minaccia per le truppe di occupazione statunitensi; tuttavia, sterminare gli indiani d’America era parte della strategia di pulizia etnica scelta per realizzare l’occupazione e la colonizzazione dei territori dei nativi, territori che gli appartenevano in virtù di trattati firmati dallo stesso governo statunitense.
Nel luogo dell’eccidio c’è una targa con scritto: “Fu sparato un colpo e scoppiò l’inferno”. Le truppe aprirono un fuoco micidiale sul gruppo dei guerrieri riuniti, uccidendone quasi la metà. Seguì una sanguinosa lotta corpo a corpo, resa ancora più disperata dal fatto che gli indiani erano armati per lo più di bastoni, coltelli e pochi revolver. Le mitragliatrici Hotchkiss spararono proiettili esplosivi da due libbre sui gruppi, uccidendo indiscriminatamente guerrieri, donne, bambini e persino alcuni dei loro stessi soldati disarmati. Soldati furono uccisi dal fuoco incrociato dei loro commilitoni in questo disperato scontro. Gli indiani superstiti fuggirono in preda al panico verso l’avvallamento, circa 200 piedi a sud, scappando a ovest e a est nel vallone e poi lungo il torrente Wounded Knee. L’inseguimento da parte del 7º Cavalleria portò all’uccisione di altri uomini, donne e bambini, facendo sì che questa battaglia venisse ricordata come il “Massacro di Wounded Knee”.
Disse Marx: «La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa». Non è sempre così. La storia della colonizzazione si ripete prima come tragedia e poi sempre come tragedia.
Fonte: Associazione Shierarsi